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La memoria non si archivia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La copertina del libro di Silvano Girotto

 

 

 

 

 

 

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Silvano Girotto

Il frate spia

Silvano Girotto, l’uomo che fece arrestare definitivamente Renato Curcio

 

La fine della primavera è decisamente sfavorevole alle bierre, in questo periodo, l’agente provocatore Silvano Girotto inizia la sua collaborazione con i CC: viene scoperta una base abbandonata a Pianello Val Tidone: tracce trovate nel rustico, condurranno al grande archivio di Robbiano di Mediglia (importante base delle bierre). Dunque, il mese di Maggio non è ancora trascorso che, avvicinato dal capitano dei CC Gustavo Pignoro, del nucleo speciale di p.g., l’ex frate francescano inizia la sua “collaborazione e inimicizia militante” nei confronti delle bierre. Che cosa lo spinge a vendersi?Motivazioni politiche, assicura. Nella sua autobiografia intitolata “Padre Leone”, spiega:”la polizia brancola nel buio, nonostante la formazione di organismi contro il terrorismo che sanno organizzare ottime conferenze stampa, ma quando a pescare i brigatisti non dimostrano la stessa perizia. Non è cattiva volontà, ce la mettono tutta.

Il fatto è che le bierre sono strutturate in modo diverso dalle solite bande criminali. Applicano anche i modelli e le esperienze e della guerriglia sudamericana(guerra per bande di Che Guevara). Alla polizia manca l’esperienza e le leggi, grazie a Dio,tutelano abbastanza i diritti individuali. Cosa di cui le bierre approfittano. Nel chiuso della mia stanza rifletto su queste cose. Sono irritato, indignato dalla pazzia incosciente di questi provocatori. La crisi economica si aggrava, l’inflazione avanza, si profila all’orizzonte una serie  di lotte che i lavoratori dovranno sostenere per non perdere ciò che hanno conquistato in tanti anni. Leggi e organismi repressivi, se maneggiati opportunamente, in strumenti di persecuzione e intimidazione della classe operaia e delle sue organizzazioni di lotta”

 

Con questo stato d’animo, assicura, accetta di collaborare con i carabinieri. Al capitano Pignoro fa presente: “ non posso garantire nulla perché delle bierre non so nulla o quasi. Intendo però instaurare un rapporto di collaborazione, non intendo fare il confidente”. Non sarà accontentato : in occasione dell’arresto di Curcio e Franceschini, i carabinieri per coprire la”fonte” confidenziale stendono addirittura un rapporto falso.

Girotto vuole”sfruttare la curiosità e l’interesse che le bierre possono avere nei miei confronti, vista la “leggenda” che intorno a me si è creata”. In  effetti i guerriglieri  si mostreranno sensibili al fascino del revolucionario, crederanno alle garanzie che qualche personaggio ritenuto attendibile e fidato darà per lui.

Girotto arriverà a Curcio e Franceschini e li farà arrestare. L’ex frate batte a tappeto tutti gli ambienti tenta di coinvolgere tutti gli ambienti, tenta di coinvolgere molta gente. Al giudice istruttore, sotto giuramento, dirà: “ avevo cercato di documentarmi sulle bierre leggendo quanto giornali venivano pubblicando sull’argomento. Ricordo in particolare di avere letto su “ Panorama” un pezzo che diceva che molti brigatisti si erano formati nella zona di Borgomanero.

Io ero stato religioso in Omega e , nella zona, ero pertanto molto conosciuto. Tornato dal Cile molti mi avevano cercato e , tra costoro, Alberto Caldi, uno che quando ero  a Omega mi veniva sempre dietro”.

Girotto incontra Caldi, gli confida di voler riprendere l’attività politica e di essere alla ricerca di un canale che gli permetta un contatto con i gruppi extraparlamentari di sinistra più radicalizzati.

Caldi gli procura un incontro con l’avvocato Riccardo Borgna, di Omega, fama di sincero democratico e di solida famiglia dc alle spalle. C’è una cena, nella “ bellissima villa sul lago d’Orta” del professionista. Dalla deposizione:” si parlò del più e del meno.Io mi atteggiavo a estremista, per fornire un’esca, ma Borgna non pareva sensibile: quando il discorso cadeva sulle bierre, cercava , anzi,di evitare l’argomento”.

Girotto già teme un fiasco, quando,al momento dei saluti, l’avvocato gli si avvicina e, con aria da cospiratore, gli sussurra:” bisogna che ci rivediamo, per cose concrete. Si tratta delle Brigate rosse”. Nuovo colloquio qualche tempo dopo, non più a casa ma nello studio. “ Voglio assumere il mio posto di combattimento “ dichiara l’ex frate, Borgna è ben disposto, il contatto con le bierre ci sarà.

Ancora un incontro sulle rive del lago d’Orta. Dalla dichiarazione” a futura memoria” di Girotto:Borgna mi disse che Levati, col quale intendeva mettermi in contatto, era in Val D’Aosta, e che se non fosse riuscito a parlare con lui avrebbe altri canali. In ogni caso disse che gli occorrevano ancora otto giorni”

L’avvocato negherà di aver parlato di “altri canali” ma non smentisce la sostanza delle richieste del frate spia.

Da: Imputazione: banda armata

Silvano Girotto oggi

Nelle foto dell’epoca sembra Jovanotti. Era un frate. Un frate un po’ turbolento. Da ragazzino era stato in riformatorio. Da adolescente nella Legione Straniera. Da giovanotto in galera. Poi in convento. Poi nelle favelas sudamericane. Poi nella guerriglia armata. Il suo nome era Silvano Girotto ma lo chiamavano Frate Mitra. Divenne famoso il giorno in cui si infiltrò nelle Brigate Rosse e fece catturare Renato Curcio e Alberto Franceschini, due dei capi storici. Da allora divenne per la sinistra italiana un infame. Si è rifatto una vita, si è sposato, ha avuto due figlie, è diventato capo della manutenzione di una grande azienda alberghiera. Ancora oggi gli dà fastidio che qualcuno continui a considerarlo una spia mentre lui si considera uno che si è sacrificato per il bene del suo Paese. E così ha deciso di raccontare la vera storia della sua vita in un libro, “Mi chiamavano Frate Mitra”. “Il libro è nato come l’esigenza di un padre che deve spiegare alle figlie perché ogni tanto il suo nome compare sui giornali. Avevo cominciato scrivendo una lettera. Poi la lettera è diventata un fascicolone. I Paolini lo seppero e mi chiesero di pubblicarlo”.

Che cosa provavano le sue figlie nei confronti della sua vita passata?

“Disagio e curiosità”.

La domanda che le facevano più spesso?

“Mi dicevano: è proprio vero che sei stato un prete? Ma non sei stato un prete come gli altri, no?”

Lei inizia il racconto con la sua adolescenza. Un’adolescenza turbolenta.

“L’adolescenza è una fase delicatissima del processo di maturazione di una persona. Si può facilmente imboccare una strada che può portare alla catastrofe. Ci si sente sicuri di sé, non si attribuisce alcun valore all’esperienza dei più grandi. E’ un momento pericoloso. L’altro giorno, scherzando con le mie figlie, ho detto: “Sono contento che siate sopravvissute alla vostra adolescenza”.

La sua era una famiglia borghese.

“Borghese ma non ricca. Papà faceva il carabiniere”.

L’educazione l’ha avuta buona quindi…

“Certamente. Avevo il permesso di uscire soltanto per andare all’oratorio dei salesiani”.

Ma poi finì con degli sbandati. A fare delle “bravate”.

“Ancora oggi non riesco a vedere quei gesti come cose gravi”.

Che la portarono in riformatorio.

“Avevamo scassinato una cassetta di bibite”.

E in galera?

“Un gruppo di ragazzetti della mia età, una banducola, alle tre di mattina decise di procurarsi delle sigarette. “C’è una tabaccheria che basta spingere una finestra per entrarci dentro, dice uno. Invece dentro c’era anche il tabaccaio che sorprese quello entrato. Colluttazione. Fuga generale. Noi rimasti fuori non avevamo nemmeno visto la scena della colluttazione. Ma per il codice penale quella era una rapina. E venne addebitato a tutti, non solo a quello entrato. Mi dettero sette anni. Ne ho fatti cinque”.

Tra il riformatorio e la galera ci fu la Legione Straniera.

Avevo sedici anni, sentivo vergogna nei confronti della mia famiglia, decisi di rifarmi una vita. Fu un’esperienza durata pochissimo, tre mesi. Scappai dopo avere assistito a una tortura. Un episodio che forse forgiò anche il mio atteggiamento di ribellione assoluta contro l’ipocrisia della società”.

E poi la galera. Dove avvenne la conversione. Dal 63 al 69 visse in convento. Poi?

“Decisi di andare in America Latina, una scelta radicale per entrare in contatto con i poveri del mondo”.

In Bolivia. E scoprì la religione nei Paesi del sottosviluppo.

“Era molto in auge, allora, la cosiddetta Teologia della Liberazione, l’affermazione che non ci si poteva limitare soltanto a predicare e a promettere una vita migliore nell’aldilà ma ci doveva occupare anche dell’aldiqua. Il grande cambio dentro di me avvenne quando mi trovai nel pieno di un massacro, quando da un nido di mitragliatrici cominciarono a sparare sopra una folla di bambini e di mamme. Fu un momento di svolta: imbracciai le armi”.

Che cosa successe?

“Lanciai una granata e feci saltare il nido di mitragliatrici”.

Non ha paura di avere ucciso qualcuno?

“Purtroppo sono sicuro di averlo fatto. Una contraddizione da cui non sono ancora uscito. Non sono mai riuscito nemmeno a pentirmene”.

Nel libro lei giustifica anche la guerra in Afghanistan.

“Io non sono un buonista. Considero la violenza la situazione più terribile in cui un uomo possa trovarsi. Ma ritengo che a volte sia inevitabile. Io ho usato le armi contro l’ingiustizia, contro la dittatura, il massacro, gli squadroni della morte, sapendo che era l’unica strada”.

Quanto è durato il suo periodo “violento”?

“Dal 21 agosto 1971, giorno di quel massacro, all’11 settembre 1973, colpo di stato di Pinochet.

Ha mai avuto il sospetto di essere pervaso di narcisismo, di voglia di protagonismo?

“No, il fatto che io abbia dovuto intervenire perché una mitragliatrice stava massacrando donne e bambini non c’entra nulla col protagonismo. La considerazione di quello che ne avrebbero pensato gli altri non mi ha mai toccato”.

Anche quando, in seguito, si infiltrò nelle Brigate Rosse?

“Era proprio l’ultima cosa da fare se volevo guadagnarmi una buona fama. Il clima allora tirava dalla parte opposta. Ho affrontato 25 anni di linciaggio morale”.

Perché lo fece?

“Ero appena uscito da un incubo e vedevo che in Italia c’era qualcuno che voleva creare le condizioni perché quest’incubo si realizzasse anche da noi”.

E si mise in testa di fermarli. Si infiltrò. Fece catturare Alberto Franceschini e Renato Curcio, due dei capi storici. Erano quelli meno fanatici, quelli meno “militaristi”. Fino ad allora le Brigate Rosse non avevano ucciso. Da allora cominciò il bagno di sangue. I sospetti sono forti.

“La vicenda può essere letta anche così. Per un po’ l’ho pensato anch’io. Io avevo detto ai carabinieri di lasciarmi andare avanti. Che avrei potuto ottenere risultati ottimi, farli catturare tutti. Invece loro vollero affrettare l’operazione e si accontentarono di prendere loro due. Non so se per pressappochismo, per frenesia del risultato immediato o per qualcosa di più e di diverso. A questo quesito non ho risposta. Alla luce di quello che è successo dopo tutto può essere”.

Moretti era stato avvertito da una misteriosa telefonata che stava scattando la trappola per Curcio e Franceschini. Ma non riuscì – disse - ad avvertirli. E divenne il capo delle Br.

“Trovo francamente la spiegazione di Moretti piuttosto inconsistente”.

Non ha paura di essere stato strumento di un gioco che andava oltre lei?

“Quando penso che posso essere stato strumentalizzato, la cosa non mi fa piacere. Sono convinto che se non mi avessero fermato sarebbe cambiata la storia d’Italia. Non ci sarebbero stati gli anni di piombo. Ormai avevo la possibilità di eliminare le Brigate Rosse alla radice”.

Prese precauzioni dopo la cattura di Curcio e Franceschini?

“Tolsi il mio nome dall’elenco del telefono”.

Ebbe il coraggio di andare a testimoniare al processo di Torino. Tra le continue minacce dei brigatisti che avevano fatto fuggire giudici popolari e avvocati d’ufficio.

“Tutta quella stampa comunista che aveva promosso il mio linciaggio tacque questo fatto perché mal si conciliava con la figura dello spione traditore. Io traditore non sono mai stato.

Tanti anni dopo ha incontrato Franceschini.

“Ci siamo parlati per tre ore, ci siamo abbracciati. E’ un uomo estremamente equilibrato. Che si è riconciliato con il suo passato”.

A me ha detto che la considera quasi un angelo custode. Se non ci fosse stato lei sarebbe diventato sicuramente un assassino.

“A me ha detto: “Ti ho visto dieci minuti e mi sono fatto 18 anni di galera”.

E Curcio?

Ci scriviamo. Ma non parliamo di quegli anni. Non vuole assolutamente avere nessun altra occasione di ricordarli. Un’operazione di rimozione totale.

Intervista di Claudio Sabelli Fioretti – 16 agosto 2002