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Forza Mafia |
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A V V E N I N T I I T A L I A N I |
“Speriamo di non fare più queste cose sulla mafia, perché
questo è un disastro che abbiamo combinato insieme, in giro per il mondo.
Dalla Piovra in giù. Noi non ce ne siamo resi conto, ma tutto questo ha dato
del nostro paese un immagine veramente negativa… Si pensa all’Italia e sapete cosa viene in mente…. C’è chi
dice che c’è anche la mafia, nella realtà italiana. Ebbene, non so fino a che punto, rispetto alla realtà vera
e operosa d’Italia. E poi, che cos’è la mafia? Un
decimillesimo, un milionesimo. Quanti sono gli italiani mafiosi rispetto a 57
milioni di cittadini? E noi non vogliono che un
centinaio di persone diano una immagine negativa in tutto il mondo…” Silvio Berlusconi – presidente
del Consiglio, 15 ottobre 1994 Il 2
novembre 1993, ai piani alti di Publitalia, squilla
il telefono della segreteria di Marcello Dell’Utri. Un signore, dal forte accento
palermitano, chiede di parlare con il dottore. Ma il
numero uno della concessionaria di pubblicità della Fininvest,
in quei giorni impegnato anima e corpo alla creazione di Forza Italia, non
c’è. La segretaria , gentilissima, gli domanda se
vuole lasciare un messaggio: << Si sono Mangano, Mangano Vittorio, nei
prossimi giorni sarò da quelle parti, vorrei vedere il dottore>>.
<< Per cosa, signor Mangano?>> << Niente, le dica che è una questione personale, le dica che mi farò
vivo io>> Due giorni dopo la scena si ripete: il signor Mangano, chiama
di nuovo e questa volta spiega che arriverà per fine mese. A
pagina 315 e 316 dei bloc- notes <<Omnia Labor Vinci>>, sui quali le collaboratrici di Dell’Utri, segnano le telefonate ricevute, finiscono così due
annotazioni: << Mangano Vittorio sarà a Milano per parlare problema
personale>> e ancora: Mangano verso 30-11>>. Vittorio Mangano in quel momento è uscito da poco di
prigione, ed è stato appena nominato reggente della famiglia mafiosa di Porta
Nuova.. Dopo quasi vent’anni
di onorata carriera, undici dei quali trascorsi in carcere per traffico di
droga tra l’Italia e gli Stati Uniti, finalmente ce l’ha fatta: è diventato
capomafia e ha il diritto di parlare a tu per tu con Provenzano
e Luchino Bagarella. Con Dell’Utri il boss ha un
legame antico. Nato negli anni Sessanta a Palermo, ma diventato molto più
forte in Lombardia dove a partire dal 1974, Mangano
e per quasi due anni fece il fattore ad Arcore per Berlusconi.
Il futuro cavaliere lo stipendia con 500milalire mensili, (pari a circa
cinquemila euro odierni). E lui segue con Dell’Utri anche i lavori di
ristrutturazione di Villa San Martino. Vittorio si occupa dei contadini, del bestiame,
della sicurezza della tenuta e dei suoi ospiti; Marcello riordina la
biblioteca, cura la pinacoteca, il restauro delle opere d’arte e si fa
insegnare dal suo amico palermitano a montare a cavallo. Le giornate corrono veloci e spesso,
a sera, la famiglia di Mangano si trova a cenare a tavola con quella di Berlusconi, poi all’imbrunire Vittorio, fa il giro del
parco portando con se sei feroci mastini napoletani. Sono gli anni dei sequestri di
persona. L’Anonima, capitanata a Milano dal corleonese
Luciano Liggio, mette a segno rapimenti su rapimenti. Avere in casa un uomo come Mangano, abile col
fucile e dalle conoscenze giuste, è per tutti una garanzia
di sicurezza. Come ulteriore assicurazione Berlusconi fa consegnare periodicamente a Cosa Nostra anche
somme di denaro. Soldi che secondo il tribunale, mettono tutto il gruppo
imprenditoriale del futuro presidente del Consiglio al riparo dal rischio
mafia. I versamenti vanno avanti per quasi due decenni. Quando
Mangano finisce in prigione il denaro passa per le mani di altri
uomini d’onore: prima della famiglia di Villagrazia,
quella a cui era affiliato Stefano Bontate, e poi
di quella di Malaspina, il clan nel cuore di Provenzano. A far da tramite, dice la sentenza, è quasi sempre Tanino Cinà,
l’amico tintore di Dell’Utri. La trafila dei soldi
targati Biscione che, una volta arrivati nelle mani
di Riina, sono divisi tra
le varie cosche, non è ricostruita sola da una decina di pentiti. Di quel
denaro parla anche un documento eccezionale: le agende sequestrate agli
uomini d’onore del quartiere palermitano di San Lorenzo, in cui i mafiosi
segnavano le entrate riguardanti la loro famiglia. In quelle pagine, in
corrispondenza della
voce << Can 5 n.8>> si legge: <<
990 regalo 5000>>. Traduzione del collaboratore di giustizia Giovan Battista Ferrante: dalla Fininvest
nel 1990 sono arrivati, non come tangente ma come <<regalo>> (
questa dicitura compare solo per il gruppo Berlusconi,
e non per le altre imprese citate negli appunti), cinque milioni di lire. A partire dal 1988, spiega Ferrante, le banconote
giungevano a Palermo ogni sei mesi e finivano anche nelle casse del clan di
San Lorenzo perché in quel territorio
sono collocate le antenne e la sede delle emittenti televisive del Cavaliere. Nel 1991, quando finalmente Mangano
salda il proprio debito con la giustizia e torna a vivere con la moglie e le
tre figlie- l’ultima delle quali è stata battezzata
Marina, proprio in onore della figlia del Cavaliere che nel 1974 Vittorio accompagnava a scuola
- , il boss vorrebbe dunque riprendersi l’esclusiva del rapporto con Berlusconi e Dell’Utri. Totò Riina però glielo impedisce. Per lui quel canale che
potrebbe ancora portare sino a Bettino Craxi
è troppo importante. Mangano prova protestare, ma è tutto inutile. Salvatore Cancemi, che è il suo capo diretto ed è anche il suo
migliore amico, gli dice chiaro e tondo che Berlusconi
e Dell’Utri li <<ha
nelle mani >>Riina << per il bene di tutta Cosa
Nostra>> Vittorio si ritira in buon ordine. La situazione cambia all’improvviso nell’estate del 1993. Cancemi, sospettato da Bernardo
Provenzano e dagli altri boss di essere un
confidente, viene invitato a un incontro durante il
quale dovrà chiarire la sua posizione. Cancemi è un
duro, quando si è trattato di rischiare la vita per il bene di Cosa Nostra
non si è mai tirato indietro. Personalmente ha partecipato a decine di omicidi, quindi sa che da certe riunioni e facile
uscirci cadavere. E, piuttosto che provare a
giustificarsi, si consegna spontaneamente ai carabinieri. All’improvviso la
famiglia mafiosa di Porta Nuova resta senza capo. Vittorio Mangano
fa carriera. Viene nominato reggente della
cosca, prima da solo, e poi con Salvatore Cocuzza. La forza di Mangano in
quel periodo sta tutta nei buoni rapporti che ha con Dell’Utri.
Del resto il futuro parlamentare, pubblicamente, non nasconderà mai la
considerazione che prova per l’amico boss. Tanto che nel 1996 dirà in una intervista televisiva << Non vedo niente di
strano nel fatto che io abbia frequentato il signor Mangano….Lo frequenterei
ancora adesso…>> E ai cronisti della carta stampata aggiunge:
<< Se fosse fuori ( Mangano era stato riarrestato
nel 1995) lo inviterei a prendere un caffè>>.
Così, subito dopo le stragi, il braccio destro di Berlusconi
accetta di vedere di nuovo Mangano. Per parlare di
cosa però non lo dice. Davanti ai PM, nel suo interrogatorio, Dell’Utri resta sul vago:<<
Mangano era solito ogni tanto venirmi a trovare, prospettandomi questioni di
carattere personale, spesso attinenti
a motivi di salute>>. Tanta reticenza, considerano i giudici, non è causale.
Quelle di Vittorio e Marcello non sono delle semplici simpatie. Sono qualcosa di molto simile ad un summit. Lo spiega una
volta pentito, Salvatore Cocuzza, proprio il mafioso che con Mangano
divideva la responsabilità di guidare la famiglia di Porta Nuova. Cocuzza
ricorda che sul finire del 1993, quando ormai Forza Italia sta per
presentarsi ai nastri di partenza, Mangano fa visita a Dell’Utri << un paio di volte>>. Negli incontri,
che si protrarranno fino al 1995, Dell’Utri
promette iniziative parlamentari favorevoli a Cosa Nostra. La modifica della
legislazione sul 41 bis e di altre norme, ma dice :
<< Dovete stare calmi, dovete stare calmi, basta clamore, basta con la
violenza. Ci vuole tranquillità per agire>>. I colloqui intavolati con il braccio destro
di Berlusconi hanno una quasi immediata
ripercussione sui vertici di Cosa Nostra. Nino Giuffrè se ne accorge nelle riunioni
alle quali partecipa con lo zio Binu. Gli uomini
d’onore parlano sempre più spesso di politica perché quello che accadrà a Montecitorio, Palazzo Madama e Palazzo Ghigi dipende il futuro di tutti
loro. Giuffrè
racconta: << Verso la fine del 1993 già si aveva il sentore che si
stesse muovendo qualcosa d’importante nella politica nazionale. Si cominciava a parlare della
discesa in campo di un personaggio molto importante; Silvio Berlusconi. All’Interno di Cosa Nostra venivano
portate queste notizie che per un certo periodo sono state al centro
d’incontri, dibattiti, di valutazioni molto, ma molto attente. Cioè tutte le persone che avevano sentore, notizie di
questo movimento che stava per nascere, trasmettevano quello che sapevano a
Cosa Nostra all’interno della quale noi, e in modo particolare Provenzano, ne valutavano l’affidabilità. Inizia così,appositamente, un lungo periodo di discussione e nello
stesso tempo di indagine, per vedere se questo era un discorso serio che
potesse interessare a Cosa Nostra per curare quei mali che affliggevano Cosa
Nostra, che erano stati causa di notevoli danni…Abbiamo degli incontri, delle
riunioni, assieme, appositamente per discutere, per valutare come ci dovevamo
comportare,fino a quando il Provenzano stesso ci ha
detto che eravamo in buone mani, che ci potevamo fidare. Per la prima volta Provengano esce allo scoperto, assumendosi in prima
persona delle responsabilità ben precise. E nel momento in cui lui ci dà queste informazioni e queste sicurezze, ci mettiamo in
cammino, per portare avanti, all’interno di Cosa Nostra e poi successivamente
estrinsecarlo all’esterno, il discorso di Forza Italia>> Binu il ragioniere, insomma, decide con calma. Dopo che il suo compaesano Riina ha puntato sui cavalli sbagliati ( i socialisti) sa di non potersi permettere degli errori. Sia per il bene della mafia, sia per se stesso. Per diventare il capo dei capi deve dimostrare a tutti gli altri di essere in grado di far transitare l’organizzazione criminale fuori dalle secche in cui era finita dopo le stragi, Poi, quando i suoi più stretti consiglieri gli dicono che davvero di Dell’Utri ci si può fidare, dice: << Va bene, appoggiamo Forza Italia>>. Anche il suo grande avversario, il pretendente al trono di Riina, Luchino Bagarella, accetta con entusiasmo la decisione. Ai primi di gennaio del 1994 Bagarela convoca il factotum a cui aveva dato l’incarico di fondare, l’8 ottobre 1993, il movimento indipendentista Sicilia Libera e gli spiega di non più intenzione di finanziarlo. Di lì a poco Sicilia Libera , il 18
febbraio 1994, si trasforma in un club azzurro. I suoi simpatizzanti, la
maggior parte dei quali non avevano la minima idea che dietro al neonato
partito ci fossero i corleonesi, migrano nelle
formazioni del centrodestra : a Catania lo farà Nino Strano, futuro parlamentare di Alleanza Nazionale, a
Palermo lo fa Salvatore Cintola, buon amico del boss Giovanni Brusca, oggi
deputato regionale dell’UCD. Provenzano con i suoi è comunque
molto chiaro. Quando decide di “ uscire allo
scoperto”, dice a tutti che la strada da percorrere sarà lunga e difficile.
<< Per sistemare tutto ci vogliono dieci
anni>>>, fa presente a Giuffrè e a tutti
gli altri boss: << Dobbiamo incamminarci verso un periodo di serenità e
di tranquillità. Ci serve tempo sia per risanare e riorganizzare Cosa Nostra
sia per trovare altri appoggi politici validi ed efficaci>>. Nei summit di mafia il Padrino corleonese
spiega di aver discusso con i suoi interlocutori molti punti. Giuffrè li ricorda tutti, uno per uno :<<
Oltre al discorso dei pentiti, oltre al discorso dei beni, oltre a un
alleggerimento dei processi, oltre a
un alleggerimento della pressione delle forze dell’ordine, un altro argomento
importante, che Binu ha messo sul tavolo, la
revisione dei processi>>. Ma da chi Provenzano
ha ricevuto garanzie?. Non solo da Marcello Dell’Utri. Giuffrè dice che gli intermediari erano molti. Il boss Carlo Greco
e Pietro Aglieri gli hanno
fatto qualche nome: il costruttore Giovanni Ienna,
proprietario tra l’altro di uno dei più grandi alberghi di Palermo, fondatore
di uno dei primi club di Forza Italia dell’isola, un uomo legato ai fratelli Graviano e oggi definitivamente condannato per mafia:
l’avvocato di Berlusconi e adesso parlamentare
Massimo Maria Berruti,
che a Sciacca era in ottimi rapporti con il
capomafia Salvatore Di Gangi. In quei mesi il programma politico
di Cosa Nostra finisce anche su un documento scritto. Ed
è un programma semplice, elementare, addirittura banale.<< Amnistia di
cinque anni. Indulto di tre.Erano Commissioni
Giustizia. Ora dovrebbe farla il governo, il nuovo
governo>>, scrive sulla sua agenda, nel febbraio 1994, il
colonnello dei carabinieri Michele Riccio, dopo aver ascoltato le rivelazioni
di un boss di primo piano. In quel periodo il colonnello vede più volte un
capomafia legato a zio binu. Al termine di gni incontro l’ufficiale prende appunti che poi verranno
in parte travasati nel primo rapporto dei ROS sugli uomini di Bernardo Provenzano. Le
annotazioni di Riccio sono certamente autentiche. Le agende che le contengono
sono state sequestrate al colonnello nel 1997, durante una perquisizione
disposta nell’ambito di un’indagine in cui Riccio è stato coinvolto. Ma sono, come si dice in gergo, processualmente
inutilizzabili. Si tratta di confidenze provenienti da una fonte che non può
più né confermarle né smentirle: il capo mafia Luigi Ilardo
– cugino del boss Piddu Madonna -, ucciso in
Sicilia nella primavera del 1996, otto giorni dopo aver incontrato nella
caserma romana del ROS i magistrati di Palermo e Caltanisetta, e aver
promesso loro di ripresentarsi nel giro di due settimane per iniziare una
formale collaborazione di giustizia. Un omicidio oscuro il suo. Dietro il
quale, con tutta probabilità, si nasconde una talpa istituzionale che ha
avvertito Provenzano di come Ilardo
stesse per pentirsi. Lirio Abbate e
Peter Gomez da “I
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