Forza Italia e Mafia….ci fu accordo?

 

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Forza Italia nasce da un patto con Bernardo Provenzano? No, le cose non stanno così. Il discorso è molto più complesso.

E’ vero che Dell’Utri, con Cesare Previti e Giuliano Ferrara era, tra i collaboratori di Berlusconi, quello che premeva più d’ogni altro perché il Cavaliere si decidesse a fare il grande passo: non per niente già da metà del 1992 aveva assoldato come consulente  un ex democristiano milanese perché svelasse ai manager di Publitalia i segreti della politica. E’ vero, secondo il tribunale, che Dell’Utri, come aveva sempre fatto per vent’anni, si era accordato con la mafia. Ma, spiegano i giudici, << le motivazioni che possono aver indotto l’attuale presidente del Consiglio dei Ministri a fondare un nuovo partito sono state molteplici e trovano ampia giustificazione su latri piani>> Berlusconi, per esempio, era in difficoltà economiche. Temeva le sue aziende, in caso di vittoria delle sinistre, venissero danneggiate. Aveva paura dell’indagine di Mani Pulite. Anzi << si sentiva “ perseguitato” dall’autorità giudiziaria di Milano, come risulta da un passo del  libro( di Federico Orlando, allora condirettore de << Il Giornale>> di Indro Montanelli : Il sabato andavamo ad Arcore, 1995) in cui si racconta di una riunione ad Arcore del 3 luglio 1993 ( sono del 22 giugno precedente le perquisizioni della Guardia di Finanza alle sedi della Fininvest di Milano e Roma, eseguite dietro ordine dei giudici di Milano). Ma già il 4 giugno 1993 Berlusconi ( aveva) annunciato a Indro Montanelli l’intenzione di  “scendere in politica per ricomporre l’area moderata>>. << Dunque>>, considera il tribunale nelle motivazioni della condanna a Dell’Utri,  << vi erano pressanti e gravi ragioni (….) perché questo impegno in politica avvenisse e altrettanto ampie motivazioni perché il nascente partito assumesse,sul fronte giuridico, una linea ideologica di tipo garantista. Ragioni e motivazioni che non possono essere ritenute, tout court , inquinate dal fine di agevolare Cosa Nostra ma che, ovviamente, non potevano non essere apprezzate da qualunque soggetto che, in quel periodo storico, si fosse trovato ad avere a che fare con la giustizia, a qualsivoglia titolo>>

 

E questo è proprio quello che accade. Berlusconi sceglie la linea e Bernardo Provenzano  gradisce. In campo ci sono interessi diversi. Interessi che in Sicilia s’incontrano. In mezzo resta invece Dell’Utri che fa delle promesse e spinge la mafia a chiudere per sempre con gli anni bui delle stragi. Quando il pubblico ministero chiede a Nino Giuffrè: << Le risulta se Provenzano o latri capi mafia avevano avuto garanzie su quelli che lei ha definito i cosiddetti mali che affliggevano Cosa Nostra?>>, lui conferma senza esitazioni: << Si signor procuratore. Nei contatti periodici che avevamo con Provenzano noi lo informavamo delle notizie che ci arrivavano.

Poi, alla fine Provengano, dopo aver avuto delle garanzie specifiche, ha detto che c’era una buona, buonissima possibilità che i mali di Cosa Nostra , potessero essere curati, ma che però bisognava chiudere il discorso precedente portato avanti con le stragi, con la violenza

Da quel periodo, comincia a prendere sempre più corpo, signor procuratore, l’inabissamento di Cosa Nostra, che comincia ad accentuarsi sempre più, dopo l’arresto di Bagarella e del Brusca.

Provenzano ci aveva detto che se noi continuavamo a fare attentati, a spargere sempre violenza , a fare azioni eclatanti, i riflettori delle forze dell’ordine e dell’opinione pubblica, sia regionale che nazionale, ci avrebbe sempre controllati, guardati, giudicati. E che così avremmo messo in difficoltà le persone che ci dovevano aiutare. Ragion per cui, era importantissimo, se non vitale, che Cosa Nostra intraprendesse un periodo di quiete, di tranquillità, in modo da non destare attenzione nell’opinione pubblica, nelle forze dell’ordine e nella magistratura>> Anche per questo le conclusioni del tribunale su Dell’Utri sono raggelanti:

“ La promessa di aiuto politico a Cosa Nostra, proveniva da un soggetto che, in quel determinato momento storico, si poneva quale organizzatore di un nuovo partito (….), aveva un effetto rassicurante per il sodalizio criminale, lo orientava verso il sostegno a Forza Italia, incoraggiandolo a nutrire aspettative favorevoli in un momento di crisi profonda. Siffatta condotta rafforzava Cosa Nostra, ingenerando il convincimento di raggiungere obiettivi fondamentali nella sua strategia criminale, addirittura contando sui massimi vertici della politica nazionale. Una promessa reputata, in quel frangente, seria ed affidabile negli ambienti mafiosi, in quanto proveniente da un soggetto influente che, in passato, aveva dato buona prova di sé,dimostrandosi disponibile verso Cosa Nostra”

 

La mafia insomma, dopo aver accuratamente ponderato le garanzie ricevute, si mobilita. Quasi senza sforzo. Tutte le famiglie corrono  a votare Forza Italia o i partiti del Polo del Buongoverno. Bernardo Provenzano e gli altri boss non devono quasi dare ordini. Dice con sincerità Nino Giuffrè: << Forza Italia non l’abbiamo fatta salire noi, il popolo era stufo della Dc, e all’allora ha trovato in Forza Italia un’ancora a cui afferrarsi. E noi furbi, abbiamo cercato di prendere la palla al balzo. Tutti Forza Italia>>

In Sicilia l’entusiasmo per Berlusconi è generale : ed è entusiasmo popolare, che nasce dal basso, trasversale a tutte le classi sociali. Nell’isola, come nel resto del paese, il Cavaliere è visto come l’unico uomo nuovo in grado di far rinascere dalle ceneri di Tangentopoli una nazione fiaccata da una classe politica in larga parte corrotta.

Berlusconi lo sa. Tanto che il 26 gennaio 1994, quando annuncia ufficialmente la propria discesa in campo, dice: << L’Italia è il paese che amo(….). La vecchia classe politica italiana è stata travolta dai fatti e superata dai tempi. L’autoaffondamento dei vecchi governanti, schiacciati dal peso del debito pubblico e dal sistema di finanziamento illegale dei partiti, lascia il paese impreparato e incerto nel momento difficile del rinnovamento e del passaggio a una nuova Repubblica>>.

Tra i candidati della destra, però non ci sono solo esponenti della società civile. Ci sono anche avvocati che da anni difendono in tribunale l’onorata società, ci sono imprenditori ed ex portaborse di politici di lungo corso abituati da sempre a scendere a patti con la mafia.

Per aprire un club di Forza Italia basta poi poco. E’ sufficiente mandare un fax con cinque firma alla sede del partito. Ma l’assenza di criteri certi di selezione è pericolosa. Molto pericolosa.

E finirà per costringere l’allora coordinatore degli azzurri per la Sicilia occidentale, Gianfranco Miccichè, a chiudere molti club quando , dopo le elezioni, la presenza della gente di rispetto al loro interno diventa troppo evidente. Poi ci sono i segnali. E che segnali.

 

A Capaci, il paese della strage, qualcuno la domenica prima della chiamata alle urne entra nella casa del capomafia locale, una palazzina disabitata da quando il boss è stato arrestato, e piazza sul balcone la bandiera tricolore del movimento di Berlusconi.

Ad Altofonte, invece, coccarde e volantini di Forza Italia sono distribuite da Mario Gioè, fratello di Nino, l’uomo d’onore morto suicida in carcere dopo che le microspie della Procura di Palermo lo avevano sentito ammettere la propria partecipazione all’assassinio di Giovanni Falcone.

Angelo Codignoni, il responsabile nazionale dei club azzurri, smentisce che Gioè abbia ufficialmente fatto parte del movimento, ma per ironia della sorte il 5 febbraio 1994 presenta Forza Italia agli elettori siciliani nelle sale del San Paolo Palace, l’albergo dell’imprenditore e riciclatore dei soldi dei Graviano, Giovanni Ienna. Lo stesso Ienna tenta poi di aprire un club , chiuso quasi subito da Miccichè. L’assoluta confusione e l’entusiasmo che accompagnano la discesa in campo di Berlusconi diventano quindi terreno fertile per la mafia.

 

Alle riunioni della nascente formazione politica partecipa, mischiato tra la folla delle prime file, anche uno strano ragioniere, un professionista dalla folta barba bianca, con alle spalle più di una inchiesta per riciclaggio e nell’armadio un cappuccio della loggia massonica segreta Iside 2. E’ Pino Mandalari, l’ex gran maestro dei confratelli palermitani di via Roma, che tutti in città conoscono come il commercialista del clan dei corleonesi, quello dei Riina e Provenzano.

Una brutta fama che insegue Mandalari dal 1974, quando, nel corso di un blitz in un elegante appartamento nella zona occidentale della città, i carabinieri avevano scoperto una serie di bigliettini scritti da Ninetta Bagarella. Foglietti vergati a mano , in bella calligrafia – Ninetta è una maestra elementare – in cui la donna annunciava il suo matrimonio segreto con Totò Riina. L’abitazione era intestata alla Zoosicula Ri.Sa., una sigla composta dalle lettere del nome del titolare: un certo Riina Salvatore; presidente della società Mandatari.

Il commercialista finisce in manette per favoreggiamento : nel giro di tre anni ha messo in piedi decine di società per conto di Riina e Provenzano e di molti altri uomini d’onore di Palermo, Cinisi e Temini Imprese.

Mandalari vanta però amicizie influenti e potenti. Subito riesce a tornare in auge. Il 21 novembre 1982, due mesi dopo l’assassinio di Carlo Alberto dalla Chiesa, il suo nome compare in un supplemento speciale pubblicato dal << Giornale di Sicilia>> dedicato all’arrivo del pontefice in Sicilia. Tra le inserzioni c’è anche quella dei <<membri della commissione massonica del Gesù>> Il << sovrano Gran Commendatore Gran Maestro dell’ordine>> Pino Mandalari rivolge un messaggio deferente e dal sapore enigmatico – iniziatico al << fratello Papa>>.

Qualche mese dopo. Mandalari è nuovamente in prigione con l’accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso, ma Giovanni Falcone è costretto a scarcerarlo per << mancanza d’indizi>>. E lui, come sempre, risale la china.

 

Non c’è da stupirsi insomma se sfogliando l’agenda 1992-93 di Marcello Dell’Utri si scoprono alcune annotazioni relative allo studio professionale Mandalari. In data 17 settembre 1992: << Mandalari 091-335007 uff. X num. Ass Mediolanum>> Il 22 settembre 1992: << Mandalari per uff rapp. Mediolanum>>. Il 12 maggio 1993: <<Mandalari Antonio ( il figlio di Pino). Studio commercialista, 091- 3350007

Fine prima parte

 

Da “I complici” di Peter Gomez e Lirio Abbate

 

 

 

 

 

 

 

 

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