|
Gli ultimi giorni di
Mino Pecorelli |
||||||||||
|
A V V E N I N T I I T A L I A N I |
Il
cadavere di Mino Pecorelli Mafia. Servizi segreti , Banda della Magliana, La sera in cui Pecorelli fu ucciso, in
tipografia era già pronta l’ultima copertina di<< OP >>: vi
compariva a tutto campo la foto del presidente del Consiglio Giulio Andreotti, con un titolo a caratteri cubitali:” Gli
assegni del Presidente”. La copertina fu ritrovata, le pagine interne mai:
forse contenevano i nomi di chi aveva incassato gli assegni, come aveva
anticipato Mino nelle settimane precedenti. Due anni prima<< OP >> aveva pubblicato
l’elenco completo, con tanto di codici bancari, di una macroscopica
storia di tangenti di circa due miliardi. Tangenti incassate dalla corrente andreottiana
in cambio di finanziamenti agevolati e contributi a fondo perduto che l’Italcasse elargiva alla SIR di Nino Rovelli. Una tangentopoli ante
Litteram con sottofondo mafioso , considerato che del
pacchetto facevano parte anche due assegni di venti milioni che nel ’77, appena
due anni prima, erano stati versati a Ciancimino
perché desse la scalata alla DC siciliana a colpi di tessere. A partire dalla faccenda Italcasse,
Andreotti era diventato il bersaglio fisso delle
campagne di<<OP>>. Dallo scandalo dei fascicoli SIFAR, o a quello
dello scandalo dei petroli, dalla strage
di piazza Fontana agli attacchi all’Ufficio d’Affari
Riservati, da Sindona
al delitto Moro. Non deve stupire che Pecorelli
si fosse appassionato tanto alla vicenda del
Memoriale, che in realtà appassionava tutti i giornalisti. Ma lui aveva forse
un motivo in più: il j’accuse di Aldo Moro
contro Andreotti nobilitava le sue campagne contro
il Presidente, e i”segreti” che lo
statista aveva rivelato, a partire dall’esistenza di quel “partito
antiguerriglia” dietro cui si celava Gladio, confermavano i suoi scoop più spericolati. Per capire quel periodo è bene non
procedere per capitoli separati. Se l’inchiesta sul delitto Pecorelli ha un pregio, è proprio quello di unificare al suo interno vari spezzoni del sistema potere vigente in
quegli anni, come fossero linee convergenti all’interno della medesima trama.
A conclusione della prima inchiesta sul delitto Pecorelli,
archiviata in Roma nel 1991, prima delle stragi di Palermo e del ritorno di Buscetta,
il PM Giovanni Salvi scrisse che<< obiettivo di Pecorelli
nei mesi precedenti la morte era essenzialmente Licio Gelli
e la struttura di potere che intorno a questi si era coagulata; anche filoni
apparentemente alternativi mostrano punti di contatto che tenderemo ad
evidenziare>>, L’attenzione sul venerabile, da parte del PM Sica era
provocata da un paio di articoletti, comparsi su
<<OP>> nei primi mesi del ’79, in cui Pecorelli
rivelava, documenti alla mano, che durante Andreotti al processo di Perugia Andreotti, in verità, non saltava un numero.
Mino era sempre informatissimo delle malefatte del Divo Giulio, come lo aveva
ribattezzato. Forse perché molti suoi scoop li otteneva
offrendo la spalla ai generali perdenti, più inclini alla confidenza.
Raccontò Romolo Cardellini, il caporedattore di <<OP>>, che fino dal 1975 era Vito Miceli (allora capo del SID) a inviare quotidianamente le sue velenose noticine contro Gianadelio Maletti ( allora capo dell’ufficioD),
con il quale solo dopo il suo arresto, Mino stringerà amicizia. Questi
generali per un motivo o per l’altro ce l’avevano
con Andreotti, si sentivano usati e buttati via
come un’amante tradita. E la loro rabbia trovava sfogo nei trafiletti di Mino , in cui i cenni sprezzanti rivolti al senatore
abbondavano: lo chiamava Padrino, Don e Biscione. Va riconosciuto che Pecorelli
riuscì ad anticipare filoni investigativi, come i finanziamenti CIA alla DC,
in una maniera che dimostra come il giornalista fosse
ben informato e scrivesse la verità. Furono i suoi scoop e le sue campagne a
provocare le dimissioni anticipate del presidente della Repubblica Giovanni
Leone, e perfino giornalisti di fama come Camilla Cederna
attingevano al suo inesauribile serbatoio di informazioni
“riservate”. Soltanto molti anni dopo si è scoperto che quasi certamente si
trattava di una campagna orchestrata da Licio Gelli:
il Venerabile aveva sottoposto all’attenzione
del capo dello Stato il suo piano “R” , la prima bozza del piano di
Rinascita Nazionale. Ma Leone aveva fatto orecchie da
mercante e Non aveva soldi Mino Pecorelli, era proprietario soltanto del suo appartamento
sulla Camilluccia ( quartiere di lusso di Roma) , frutto di una eredità familiare. Scrivono i giudici di
primo grado: << Era un giornalista molto curioso e capace, ma
nell’estorcere informazioni,, non nell’estorcere
denaro. Con i pregi e i difetti insiti nella natura umana è
stato un giornalista appassionato, antagonista alla sinistra, ma non per
questo indulgente alla sua parte >>.Un giornalista molto speciale , soprattutto per l’odio che era riuscito a suscitare. Ma anche un uomo molto solo. La sorella Rosita, che non si
è mai arresa e ha sempre difeso la memoria del fratello, così ricorda il loro
ultimo incontro: << Un mese prima di essere
ucciso, mi pregò di andare a casa sua. Era distrutto: mi disse
che non aveva più una famiglia, che faceva tutto da solo, che il mal di testa
lo torturava. Piangeva come un bambino. A me sembrò anche molto spaventato. Gli ultimi giorni di Mino furono
particolarmente intensi, addirittura frenetici. Il 21 marzo, se fosse stato
ancora vivo, avrebbe dovuto incontrarsi con Licio Gelli. La sera prima di essere
ucciso aveva invece cenato con il capitano Antonio Nell’ultimo periodo Pecorelli
aveva intensificato contatti, incontri telefonate. La sua agenda del ’79, che
attraversa gli ultimi tre mesi di vita, era talmente fitta di scadenze da
assomigliare a quella di un ministro. A partire dai
primi di gennaio si era incontrato più volte con Vitalone, con l’ex capo dell’ Ufficio
Affari Riservati Federico d’Amato, e poi nell’ordine con Giampaolo Cresci,
Emo Danesi, Giovanni De Matteo, Flamini Piccoli,, Giancarlo Elia Valori,
Giuseppe Trisolini, ancora con Vitalone,
Franco Evangelisti, Pietro Musumeci, Ugo Niutta, Antoni Varisco ( poi ucciso in un attentato rivendicato dalle bierre,) , Egidio Carenino, Tommaso Addario, Franco
Picchiotti, Angelo Casentino ( consigliere del Presidente Leone, che aveva
versato una ventina di milioni a Pecorelli per attutire
la campagna contro il Quirinale, ma inutilmente). Il nome del PM Luciano Infelici ricorre cinque volte, i
contatti telefonici con Evangelisti sono quasi settimanali. Per chi non avesse presenti i nomi sopraccitati, diremo che si
trattava di personaggi di primissimo piano della politica, della magistratura
e dei servizi segreti, quasi tutti iscritti alla P2. Tre giorni prima di
morire incontrò Trisolini, detto Nick, braccio destro del gen
della Guardia di Finanza Raffaele Lo Giudice.(
coinvolto nello scandalo dei petroli e condannato a svariati anni di galera).
Ci domandiamo che tipo di affari poteva avere Mino
con i personaggi elencati? Li incontrava su “ordine” di Licio Gelli? O tutti erano più o meno
ricattati da Pecorelli su mandato del Venerabile?
Evangelisti , braccio destro di Andreotti
perché aveva la necessità di vedere e sentire telefonicamente Mino? E ancora, ai primi di gennaio lo
troviamo con il gen Dalla Chiesa Al carcere di Cuneo, a caccia
del Memoriale di Aldo Moro. Alla fine di febbraio lo ritroviamo a cena con Vitalone alla “Famija Piemuntesina”, ma pur avendo ricevuto offerte
vantaggiose, come una sessantina di milioni in contanti e l’allettante
contratto pubblicitario da trecento milioni all’anno
con una società milanese , non sembrava disposto a rinunciare al suo scoop
sugli “Assegni del Presidente” e neppure, come sembra, alla pubblicazione del
Memoriale Moro. La mattina del 20 marzo, il giorno in cui fu ucciso, si
era incontrato a Palazzo di Giustizia con il PM Luciano Infelisi
e gli aveva annunciato “notizie esplosive” sul rapimento del figlio di Giuseppe Arcaini,
il presidente dell’Italcasse ( questa fu la seconda
pista seguita da Sica). Ma intanto frugava nel
passato di Gelli ( la terza pista). La sera all’uscita della redazione di
<< OP>> Mino Pecorelli viene freddato da più colpi di pistola. Fonte: Il libro nero della Repubblica La “campagna di stampa” contro Andreotti Il direttore di <<OP >> Era l’unico in quegli anni a
fare guerra aperta al Presidente: attaccare Andreotti
era diventata per lui una missione. In una intervista
pubblicata nel giugno ‘ 93 dal
<< Corriere della Sera >> , a firma di Paolo Graldi,
l’avvocato Gianfranco Rosini, che era andato a
trovarlo poche ore prima che fosse ucciso, rivela: “ Mino mi aveva confidato
che per circa due anni era stato una specie di segretario personale di Andreotti. Io dissi: << Un personaggio ambiguo questo Andreotti>>. E lui
rispose : << Uno dei grandi criminali della
storia, sto approntando un fascicolo documentatissimo
che svelerà chi è veramente Andreotti e quali e
quanti siano i suoi crimini>>.” Quei documenti, in un modo o nell’altro ricondurranno a
quel “patto con la mafia” di cui Andreotti sarà
accusato dai magistrati di Palermo. E la mafia
compare per la prima volta, nelle indagini sull’omicidio Pecorelli,
proprio a margine dello scandalo Italcasse. La
mattina del 20 marzo, poche ore prima di essere assassinato, era andato da
Infelici per dirgli che aveva tra le mani “materiale
esplosivo” sul figlio di Arcaini: informazioni
dirompenti sullo scandalo Pubblica Banca, Italcasse
appunto. Di cosa si trattava? Se non gli avessero sparato, probabilmente
avremo letto la seconda puntata dell’articolo pubblicato sul numero 5 di
<<OP >> Ma il “primo colpo” lo aveva già
messo a segno, era in edicola quando il killer dall’impermeabile bianco lo ha
freddato in via Tacito. |
Inviaci i tuoi commenti e/o
informazioni sull’argomento |
||||||||