Feltrinelli. Infanzia di un uomo ricco che non soffriva i ricchi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Giangiacomo Feltrinelli

 

Chi era l’editore dilaniato sotto un traliccio a Segrate. Chi l’ha conosciuto sa che era poco amato e fondamentalmente infelice

“Contro di lui infuria la pubblica degradazione. Il miliardario sovversivo, il bombardiere figlio di papà, lo stratega della violenza di lusso”

L’avevano appena trovato morto,con la faccia in su. Le braccia aperte, scomparso un pezzo di gamba destra e tutta l’erba in giro inzuppata del suo sangue( chi ha mai telefonato all’Ansa il giorno del ritrovamento, la mattina presto, che quello era il cadavere di Feltrinelli?), che subito cominciava un altro massacro, quello morale, infuriava la pubblica degradazione, veniva a galla la cattiva coscienza della borghesia, perché un suo tipico figlio aveva compiuto qualcosa di estremamente allergico alla sua origine e al suo status. Ed ecco il miliardario sovversivo, il bombardiere figlio di papà. Lo snob dell’esplosivo, il boy scout di quarantasette anni, lo stratega della violenza di lusso,il mentecatto di via Andegari,il guerrigliero impotente, l’estrema ricchezza che lo fa crescere tutto vizi e difetti,i comodi e gli agi che in lui convivono per capriccio coi sentimenti e con l’azione rivoluzionaria.

Chi l’ha conosciuto sa che è sempre stato invece un uomo insicuro, poco amato, fondamentalmente infelice. Che in lui le contraddizioni della sua origine si sono scontrate con l’interesse che voleva coltivare verso “la classe”, e che non soltanto nel suo ambiente queste contraddizioni erano guardate con ironia.

Che poi fosse uno sradicato  con un fondo di avventuroso infantilismo, un uomo d’aspetto duro ma dentro vulnerabilissimo, può essere spiegato facilmente ricordando la sua infanzia. Orfano di padre a nove anni, gli rimane la madre che a lui e alle sorelle ha dato poco affetto e una vita convulsa. Uno spostarsi continuo dalle varie ville. Milano - San Siro. Porto Santo Stefano, Roma e Ginevra; tutti questi soggiorni alternati a New York, in Canada, in Austria, in Germania, senza mai un amico,un compagno di scuola fisso, ma solo istitutori che ogni sei mesi cambiavano come la residenza e tutti i giocattoli bruciati ad ogni spostamento perché non ingombrassero nel viaggio o pagassero peso extra sugli aerei.

 

I discorsi di Giangiacomo da ragazzo erano soltanto quelli che faceva con gli autisti e le schwester , e il primo a spiegargli il comunismo fu un contadino della sua tenuta a Porto Santo Stefano. Due le sue fughe dalla madre ( una snob arrogante, che, monocolo a un occhio e, da ultimo, bastone nero col pomo d’argento in mano, parla sempre dei Savoia e dei dollari): una volta da Porto Santo Stefano, nel ’44 per arruolarsi nell’esercito di Liberazione, un’altra volta da Cascais dove la mamma nella sua più accesa fase monarchica aveva preso una casa vicina alla residenza di Re Umberto lì esiliato.

Ella infatti usava andare a trovarlo assai spesso trasportando sulla sua Rolls dei regali che gli fossero graditi e una volta riempì il baule di forme di formaggio piccante per cui l’ex re andava matto, col risultato che, quando la macchina doveva rallentare nei piccoli paesi veniva circondata da torme di cani urlanti attirati da tutto quel fetore.

Fu Giangiacomo, uscito di minore età, a non voler fare un processo alla madre, come invece fece sua sorella Antonella d’Ormesson per cattiva amministrazione nei riguardi della colossale sostanza.

In quel caso egli rinunciò a qualsiasi pretesa mentre per indennizzo alla sorella toccò una cifra astronomica. Feltrinelli l’ho visto l’ultima volta nel novembre 1969 nel suo allegro soggiorno di via Andegari, il camino acceso dentro una parete tutta di libri dalle copertine colorate, lo stupendo e drammatico San Giovanni del Piazzetta sopra un divano chiaro, sui tavoli fiori bianchi accanto a scatole di scuri sigari cubani ( alcune scatole gli furono donate da Fidel Castro nel 1963). Era sicuro che l’avvenire d’Italia si sarebbe fatto più buio, dava per certo un colpo di Stato di tipo greco, era quasi divertito dagli attacchi anonimi che riceveva con lettere ritagliate da giornali: << La pagherai cara!>>, o << stai attento carogna!>>.

Quando se ne andò dall’Italia il 15 dicembre 1969, dopo l’incontro col giudice Amati, la moglie Inge prese con intelligenza il suo posto nella casa editrice. A casa sua si sono incontrati a ritmo sempre più frequente scrittori famosi, da Saul Bellow, a Vargas Liosa, da Garcia Marquez a Mary Mac Carthy, insieme a critici, a altri editori, a intellettuali che avessero qualcosa da dire e a tutte le belle donne del momento. Le spettò un posto di primo piano nella vita sociale  milanese, sempre di buonumore, sempre disposta a venir incontro a chi si rivolgeva a lei, per un consiglio o un aiuto, e costantemente richiesta nelle case degli altri.

Era al party dato la sera del 15 marzo in  onore di Paolo Grassi. Solo il giorno dopo e un po’ prima di tutti i suoi interlocutori, Inge Feltrinelli avrebbe saputo che suo marito era morto da ventiquatt’ore.

 

Sveglia alle otto, Inge apre il Corriere , alla cronaca milanese vede la fotografia da tessera di un uomo assolutamente glabro con gli occhiali, di nome Vincenzo Maggioni, che è stato trovato dilaniato sotto il traliccio di Segrate di cui il giornale dice che << ha perso la vita mentre si apprestava a collocare un ultima carica>>. Per un attimo le si oscura la vista. << E’ Giangiacomo, dice, quindi chiama i suoi più stretti collaboratori, il direttore editoriale Giampiero Brega e il direttore dell’istituto Giuseppe Del Bo, che non sono subito sicuri come lei, perché l’ultima volta che hanno visto Giangiacomo aveva la barba. Ma di lì a poco comincia a circolare in città la voce che il morto è proprio lui, i giornali del pomeriggio lo scrivono a chiare lettere e allora si vede meglio il cadavere a terra: ha una gran barba a viso pieno. Come dirlo al bambino? Quando arriva nel soggiorno tutto sudato, perché ha giocato fino allora con un compagno, si meraviglia che sia gremito da tante persone e amici. Perché? E successo qualcosa?: << Si, è successa una cosa brutta a papà>>, dice Inge << L’hanno fatto fuori>>, conclude Carlino scoppiando in un  pianto lungo e senza singhiozzi.

 

“ Diceva Feltrinelli ai compagni : morirò come Ben Barka

 

Inutili le richieste di andare a riconoscere il corpo: mentre l’identificazione fra Maggioni e Feltrinelli è già su tutti i giornali, le autorità, i carabinieri, la polizia continuano a mantenere un singolare riserbo. Alle quattro del pomeriggio Inge fa di nuovo istanza alla Procura per vedere la salma del padre di suo figlio, ma solo verso le undici di sera, mentre le perquisizioni infuriano nella casa editrice, a villa Deari, nelle librerie delle varie città , le concedono l’autorizzazione. Glielo fanno vedere attraverso un cristallo. E’ coperto da un lenzuolo dalla cintola in giù, fuori si vede metà della giacca di tweed con sotto il maglione ruggine tutto sforacchiato e la camicia blu. Le fanno vedere soltanto un lato del viso, ma Inge non esita: inconfondibili le orecchie , la fronte,il disegno delle labbra. << Ma era per me quasi astratto, come morto da molto tempo>>. La pelle tesa sugli zigomi, più raffinato di lineamenti che da vivo, mi ha ricordato certi visi di El Greco >>

Tutta la notte in piedi a vedere i funzionari di polizia che sfogliano le sue agende, spulciano i suoi indirizzi, leggono le sue lettere, spostano montagne di bozze e manoscritti, guardano interdetti un manifesto pop  del maggio francese dove un ragazzo in berretto rosso spara fuori un gran “ crack “ dal fucile. E intanto le vengono in mente le frasi che Giangiacomo diceva quando si incontrava con lei o cob qualche membro dell’amministrazione dell’azienda. A lei:<< Un giorno o l’altro finisco come Ben Barka>>, subito dopo le bombe di Milano. A uno dei suoi collaboratori: << Non illudetevi, sono l’uomo di riserva, anzi il cadavere di riserva>>. E: << Perché non torno in Italia?, Chi mi assicura che non mi mettono una pistola in mano per incastrarmi in qualche montatura politica?>>, a un amico che lo incontrò a Zurigo nel dicembre scorso. ( 1971)

Inviso alla sua classe, alle cui regole si era ribellato, detestato dai fascisti ( che lo indicavano non solo come ideologo ispiratore, ma soprattutto come finanziatore di tutte le bombe scippiate dal ’69 ad oggi), Feltrinelli era diventato un oggetto utilissimo. E ciò nel momento in cui si stava sfaldando il processo Valpreda, mentre a Treviso era lì per concludersi l’istruttoria contro Ventura, Freda e Rauti.

Camilla Cederna – 26 marzo 1972

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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