Gli incidenti di piazza Indipendenza del 1977

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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febbraio ’77 a Roma

 

I gravi disordini del febbraio 1977, culminati nella contestazione al segretario della  CGIL, ebbero due cause. La prima: la generale opposizione alla riforma Malfatti. La seconda: lo squadrismo fascista e gli incidenti dei primi giorni del mese.

Un giovane agente di polizia in fin di vita, un colpo di pistola gli ha trapassato la scatola cranica, i medici disperano di salvarlo, due studenti gravemente feriti a colpi di mitra, anche per loro c’è il rischio della morte, questo è il bilancio della sparatoria, improvvisa, violenta, confusa, e drammatica avvenuta a piazza indipendenza alle 13.30 di ieri 2 febbraio. La polizia aveva previsto che sarebbe potuta essere una giornata particolarmente cruciale per l’ordine pubblico e fin dal mattino aveva presidiato tutta la zona intorno all’Università, fino a piazza Esedra ed oltre.

La tensione era cresciuta già da un paio di giorni. Dopo parecchi mesi d’assenza dalla piazza i fascisti erano ricomparsi all’Università con una serie di aggressioni e provocazioni che confermavano la nuova strategia della violenza destinata a rilanciare in qualche modo la linea dura dello squadrismo romano.

Avevano già colpito  la Casa dello studente, con un assalto all’arma bianca, a colpi di catene e bastoni , poi ieri l’aggressione all’Università, stavolta con pistole, sparando nel mucchio . Un ragazzo Guido Bellachioma viene ferito alla nuca, quasi un’esecuzione. I giovani della sinistra scendono in piazza con la voglia di vendicarsi,e di gridare alla polizia e i carabinieri la loro rabbia, infatti l’aggressione all’Università è avvenuta sotto gli occhi delle forze dell’ordine senza che la polizia facesse nulla per evitarlo.

Così ieri mattina mentre a bordo di motorini, vespe , autobus e auto gli studenti andavano all’appuntamento indetto dai sindacati e dalle forze della sinistra all’Università era facile immaginare che non sarebbe stata una giornata facile. I fascisti, asserragliati nelle loro sedi, pronti ad eventuali attacchi degli autonomi, armati di bastoni e catene , stranamente però la polizia non presidiava i punti cruciali. C’era invece un gran numero di volanti “civetta”, di agenti in borghese, quelli per intenderci che indossavano l’eskimo, la scarpa rossa all strar, insomma vestiti in “uniforme da extraparlamentare” per confondersi con la folla.

 

La manifestazione nel piazzale dell’ateneo era imponente, giovani del PCI, Pdup, Avanguardia Operaia, socialisti, Lotta continua,e naturalmente Autonomia operaia, quelli di via Dei Volsci, si ci stava avviando verso la conclusione quando, come era largamente prevedibile, il settore più duro dei militanti dei gruppi ha lanciato la parola d’ordine : A Sommacampagna, a bruciare il covo nero”. La sede tra le tante del Fronte della gioventù più odiata, e già altre volte attaccata e bruciata. Il corteo – quattro/cinquemila persone – partì indisturbato dall’Università tallonato da lontano da alcuni mezzi della celere, gli slogan sono quelli di sempre: << Almirante a testa in giù ci piace di più>> << Contro le squadre di Almirante antifascismo militante>>. Il corteo arrivò in viale Castro Pretorio, compatto ed estremamente combattivo. C’erano  giovani di tutti i gruppi, anche se ufficialmente né Avanguardia Operaia né il Pdup avevano aderito a questa manifestazione, quindi Autonomia e Lotta continua erano largamente egemoni.

Da viale Castro Pretorio, il corteo  piegò a sinistra per via San Martino della Battaglia, dove si affaccia via Sommacampagna. Schierati a difesa della sede missina c’erano solo un commissario e sette agenti. Uno schieramento troppo esiguo per poter fermare un gruppo abbastanza folto di giovani che con il fazzoletto sul volto, armati di bottiglie molotov cercò di dar fuoco alla sede del Fronte della Gioventù.

Le bottiglie molotov colpirono la sede e subito un nuvolose nero si alzò ben visibile anche a centinaia di metri. Secondo i giovani della sinistra i fascisti hanno sparato, sia dalla sede che da alcune auto che circolavano nella zona.

La celere che scortava il corte caricò in via San Martino  della Battaglia spezzando il corte in due tronconi. Una parte degli studenti cercò di ricompattarsi con il resto del corte, altri invece con i megafoni incitavano i compagni a mantenere l’unità : << Compagni rimanete uniti, andiamo a piazza Indipendenza, il corteo non si deve sciogliere>>.

E infatti gran parte del corteo riprese a sfilare girando a sinistra , appena arrivati in piazza Indipendenza, verso il Ccnsiglio superiore della Magistratura. Al centro  della piazza un gruppo di giovani dirottava il traffico  verso via Castelfidardo,ed è stato proprio questo gruppo di giovani che si è trovato al centro dell’episodio più grave, che diede il via alla sparatoria. Un’auto civetta dell’ufficio politico infatti tentò di forzare questo blocco. In un attimo molti giovani si sono fatti intorno all’auto , una 127 bianca con dentro due agenti, in borghese e qualcuno vibrò un colpo di spranga sul parabrezza dell’auto.. Sembrò un incidente da nulla, una di quelle cose che possono succedere ai margini di una manifestazione e invece prese  da qui il via alla tragedia. In una rapidissima successione di sequenze, gli agenti scesero dalla 127, tirando fuori  le armi,  una raffica di mitra, poi uno dei due poliziotti si accasciò al suolo con un foro sulla fronte. Chi sparò contro l’agente Domenico Arboretti?

E’ difficile stabilirlo,: le testimonianze furono diverse, e non concordarono pressoché su nulla. C’è che sosteneva che a sparare contro l’agente sia stato il gruppetto di giovani che aveva circondato la 127, quindi i dimostranti, c’è chi invece affermava che a sparare contro l’agente fu un gruppetto di persone in abiti civili, con un fazzoletto bianco al braccio, fermi vicino alla sede della Regione Lazio: c’erano poi quelli di Autonomia Operaia che sostenevano che a sparare furono agenti in borghese scesi da un’altra auto, una 128. Certo è che appena l’agente cadde , il suo compagno cominciò a sparare con una machine-pistole verso  il gruppo dei dimostranti, mentre altri colpi di arma da fuoco echeggiavano in altri punti della piazza, che secondo molti testimoni era fitta di agenti in borghese, ci si domandò cosa ci facevano così tanti poliziotti e agenti lontano dall’ateneo , dove c’era la manifestazione principale?

Il peggio doveva ancora venire, sotto gli occhi di passanti e testimoni allibiti che cercavano rifugio dietro automobili, proseguì la sparatoria. Un giovane con una pistola a tamburo in pugno correva verso l’Istituto magistrale Alfredo Oriani, sul lato opposto della piazza, con lui c’era un altro dimostrante, all’improvviso uno dei due crollò al suolo, il compagno tentò di rialzarlo, lo rimise in piedi, lo aiutò a camminare, Fatti pochi passi il ragazzo cadde di nuovo al suolo, mentre tutto intorno decine di colpi di mitra echeggiavano nella piazza, sparati alla rinfusa dagli agenti oramai senza più autocontrollo. Questi colpi finirono un po’ dappertutto, alcuni finirono addirittura in una stanza del primo piano della redazione di “La Repubblica” che aveva la sede sulla piazza, ferirono leggermente alcuni passanti, mandarono in pezzi vetrine di negozi, decine di auto  ebbero i parabrezza frantumati dai proiettili, mentre un drappello di carabinieri assisteva impassibile alla “guerriglia”, cosa dimostrata da alcuni filmati amatoriali.

Il giovane ferito, caduto a terra per la seconda volta, secondo alcuni testimoni avrebbe dato la sua pistola al compagno che lo soccorreva e che poi si dette alla fuga. Con questo pericoloso” testimone” nelle mani, il compagno del ferito fuggi fino al limite dei giardini che sono sulla piazza, poi gettò la pistola in un cespuglio del giardino. La pistola fu ritrovata da un agente e riportata a poca distanza dal ferito.

Intanto attorno al poliziotto morente e al ragazzo ferito davanti all’Oriani, si raccoglieva una piccola folla, mentre l’agente veniva portato via quasi subito, per il ragazzo si attese l’autoambulanza, passarono minuti lunghissimi. Un agente, che è riconoscibile in numerose foto, prese a calci il giovane dimostrante che era oramai in una pozza di sangue. L’odio e la violenza era ormai padrona della piazza, passò molto tempo prima che qualcuno intervenisse per fermare l’emorragia del ragazzo con una cinta legata intorno alla gamba ferita, dove probabilmente il colpo di mitra aveva reciso un’arteria.

Pochi attimi prima, coperto da un autobus, all’altro lato della piazza , a pochi metri dal Consiglio superiore della Magistratura, l’altro dimostrante ferito, era stato colpito da una raffica di mitra, fra il gluteo e la schiena, e sembra ancora in possesso di una pistola a tamburo,  veniva picchiato da un agente per vendicare il collega ferito, e puntandogli contro la pistola, come poi dimostrato da alcune foto.

I due dimostranti feriti si chiamavano Leonardo Fortuna, 22 anni e Paolo Tommasini, 30 anni.

La vita riprese nella piazza solo al termine della sparatoria, la paura,l’ansia di quei momenti, la paura come quella degli studenti dell’Oriani, dove la polizia entrò con le armi in pugno a caccia di altri dimostranti, come quella di un pensionato che si avvicinò ad un poliziotto affermando di aver visto tutto, di aver visto che gli agenti si erano sparati fra loro e che fu preso a schiaffi , malmenato e portato in questura dove rimase in stato di fermo per 48 ore

Gli altri dimostranti tornarono all’Università e ai compagni raccontarono quello che era successo.<< Hanno sparato, ci sono un sacco di morti, è successo un macello>>. Fu indetta subito un’assemblea per il pomeriggio e già qualcuno voleva uscire in corteo dall’Università. La celere , in forze , presidiava il piazzale antistante, e qualcuno degli studenti, temendo che iniziassero una carica, organizzò insieme ad altri improvvisate barricate per bloccare il cancello principale d’entrata all’ateneo, come negli anni più roventi della contestazione, poi, però, prevalsero gli appelli alla calma, ma non fu difficile prevedere che i giorni successivi saranno per Roma terribili.

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