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Federico Caffè. Il mistero della sua scomparsa |
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A V V E N I N T I I T A L I A N I |
Federico Caffè In quella notte tra il 14 aprile e il
15 aprile Amici e conoscenti li chiamavano
"i due Caffè" con l'affetto e la simpatia
che si può avere per due fratelli che sin da giovani
avevano deciso di non sposarsi, vivendo sotto lo stesso tetto e dividendo per
decenni, abitudini, discussioni, progetti. Una sorella che viveva a Pescara,
e i loro nipoti più volte avevano insistito affinché si trasferissero
sull'Adriatico o quantomeno andassero a trascorrere molti dei loro mesi al
mare. D'altronde Federico Caffè non aveva più i
suoi impegni fissi all'Università. E anche Alfonso Caffè
aveva lasciato l' Istituto "Massimo" dei
gesuiti dov'era stato professore di lettere. Ma i due non riuscivano a immaginarsi lontani da Roma. Ed erano rimasti nella
capitale nonostante continuassero a fare una vita molto appartata, alla larga
dai rumori e dalle lusinghe mondane della grande
metropoli. Insieme avevano visto morire l'ormai
anzianissima madre. Insieme avevano accompagnato
all'ultima dimora anche la tenera tata Giulia, che da lungo tempo aveva
consolidato il suo ruolo di fiduciaria di famiglia. Logico pensare che
"i due Caffè", persone distinte e
perbene, si sarebbero fatti compagnia sino alla fine dei loro giorni. Invece,
quel 15 aprile del 1987, ecco quel letto vuoto. Ecco
"il caso Caffè". "Era lucidissimo, ma chiaramente in
preda alla depressione", disse qualcuno. Per il Professore
la lontananza dalle aule universitarie, insomma la tanto sospirata
pensione non era diventata "l'agognato riposo di una vita di
lavoro" ma era vissuta quasi come un esilio. Ad aggravare certi suoi
stati d'animo la tragica perdita in un paio d'anni di tre discepoli-Doc.
Non c'era conoscente il quale non sapesse sino a che
punto Federico Caffè avesse sofferto e pianto nel
1985 davanti alla bara di Ezio Tarantelli,
massacrato dalle Brigate Rosse. E non c'era amico il quale non avesse raccolto la sua angoscia davanti al destino che
aveva troncato la vita di Fausto Vicarelli in un
incidente stradale e di Franco Franciosi in un
lettino d'ospedale, ucciso dal cancro. Ed erano tre
discepoli i quali stravedevano per la sensibilità, la preparazione e la
cultura del Professore. E il Professore li ripagava
con uguale stima e amore. Ma il sentirsi sempre più solo,con
quel suo unico fratello che adorava e da cui era adorato, poteva valere
quella scomparsa all'improvviso? Chi però avrebbe potuto dirsi sicuro che la
decisione fosse davvero maturata senza che nulla la preannunciasse? Qualche girono dopo si scoprì che
Federico Caffè aveva addirittura riversato un suo
conto in banca su quello del fratello Alfonso. E non
mancò neppure chi ricordò d'avere incontrato l'economista durante la
settimana. E poichè il
discorso era caduto sul suicidio dello scrittore Primo Levi, Caffè se ne sarebbe uscito con questa frase: "Che
gran brutta maniera di uccidersi. Che spettacolo
straziante farsi trovare così dai parenti". Un indizio da far sospettare
che già allora anche l'economista pensasse al suicidio, ma in un modo meno
clamoroso e meno pubblico di quanto avesse fatto Levi? Riuscire comunque a scomparire quatto quatto
non poteva che alimentare ipotesi e congetture. E
poiché non c'era neppure un cadavere, il "caso Caffè"
entrava di diritto tra "i misteri d'Italia". Note biografiche Federico Caffè, nato a Pescara
il 6.1.1914, si è laureato con lode in Scienze Economiche e Commerciali
presso l'Università di Roma nel 1936. Intervento del Presidente Ciampi
in occasione della commemorazione del Prof.
Federico Caffè all’Università degli Studi “ "Federico Caffè era uomo di
straordinarie qualità, di indole solitaria ma
estremamente disponibile al dialogo, accoppiava orgoglio e modestia. In lui
dominava il rigore morale che esercitava in primo luogo verso se stesso e che
si manifestava nel rispetto profondo, sostanziale e formale, nei confronti
del prossimo, soprattutto il prossimo minore,
materialmente o intellettualmente bisognoso". "Persona generosa, animato da un profondo anelito
sociale, spendeva se stesso senza limiti, salvo poi a ritrarsi con subitanea
freddezza se avvertiva nel suo interlocutore insincerità d'accento". "Privilegiava il rapporto
con i giovani, i quali, pur sapendolo insegnante severo, ne subivano il
fascino. Apprezzavano in lui il grande economista; sentivano in lui lo
spessore umano, che ne faceva uno straordinario educatore". "Se, come è vero, educare significa
trasmettere la propria persona, chiunque, coetaneo o più giovane, abbia avuto
con Federico Caffè occasione di dialogo, sente che
qualcosa di lui oggi è parte viva di se stesso". Carlo Azeglio Ciampi |
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