Mafia. Silenzio assoluto       

 

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Giovanni Falcone

 

L'ITALIA che ricuce tutte le sue ferite e le sue vergogne ha celebrato in Giovanni Falcone il suo eroe preferito: quello morto e sepolto. Ma Giovanni Falcone non fu quell'eroe solare, baciato in fronte dalla patria grata, sicuro del patrio riscatto che si dice. Fu un eroe disperato, come Borsellino e gli altri giudici e poliziotti sacrificati dallo Stato in una lotta che lo Stato non voleva e probabilmente non vuole vincere. C'è un limite a tutto, anche nell'ipocrisia del potere. Non si può dire, come fa il presidente del Consiglio Berlusconi, che "molte delle proposte e delle idee di Falcone si ritrovano nella nostra riforma della giustizia". Non si può dire, come fa il presidente del Senato Pera, che Falcone "antepose a tutto l'indipendenza e l'autonomia della magistratura" senza ricordare che proprio per questa indipendenza e autonomia morì.

Incontrai Giovanni Falcone quando lavorava con i giudici Di Lello e Ayala al pool antimafia di Palermo, fine anni Ottanta, piano terreno, reparto di massima sicurezza, porte blindate, controlli elettronici, lampadine rosse palpitanti da scatolette nere bip bip, mitra, pistole e quell'andirivieni giulivo di camerieri in cappellino e grembiale bianco dai bar vicini, con i vassoi degli espressi. Entravamo in quel reparto con emozione e rispetto, era la prima volta che incontravamo nell'isola uno Stato giovane e forte. Ma probabilmente era una falsa impressione, forse aveva ragione il giudice Di Lello a dire: "Ci siamo noi e le auto blindate ma ciò che facciamo non vale niente se non troviamo il consenso della città".Il Falcone che conobbi in un ufficetto, con la tazzina di caffè fumante, mi apparve assieme seducente e deludente. Parlava con cautela e quasi in modo cerimoniale come un mandarino, e con un sorrisetto ironico in cui riconobbi il segno della sicilitudine, la stessa del principe di Salina e di Leonardo Sciascia: che volete saperne voi continentali della mafia? Ed ebbe la pazienza di spiegarmelo: "Vede io sono nato nel centro di Palermo, in un quartiere fradicio di povertà e di storia. I mafiosi che adesso combatto erano miei compagni di gioco, parlavano come parlavo io, conoscevo il significato delle loro parole, ciò che sta dietro alle parole di un palermitano".

 

Era la verità e i mafiosi che lo hanno ucciso lo sapevano, lo hanno sempre temuto ma rispettato. Una sera in una casa dell'alta borghesia conobbi un uomo di mafia e gli dissi che stava per uscire un libro di Falcone. "Lo so - disse - e mi aspetto che me lo mandi con dedica. Giovanni è persona stimatissima". Giovanni Falcone eroe cosciente e predestinato. Per noi scesi dal continente, c'era qualcosa di fastidioso in lui come in Leonardo Sciascia, in questa rivendicazione di sicilianità per cui potevano vedere la mafia con occhi più esperti dei nostri, ma esponendosi a sospetti di affinità culturale. Come durante la rabbiosa polemica di Falcone con il giudice Meli che era nemico del pool antimafia ma che rimproverava a Falcone una certa indulgenza verso i costruttori Costanzo di Catania, amici e protettori di mafiosi di cui da siciliano Falcone conosceva i condizionamenti e i ricatti. Con lui come con Sciascia bisognava conoscere il significato siciliano delle parole. Andai da Sciascia a Racalmuto per farmi indicare dei buoni conoscitori della mafia e lui mi indicò alcuni proprietari terrieri che poi scoprii essere dei capi mafiosi, ma sicilianamente aveva ragione lui: quale miglior conoscitore della mafia di un capo mafioso? Un giorno chiesi a Borsellino, un altro che conosceva la lingua siciliana: "Che rapporto c'è tra politica e mafia?". Mi rispose: "Sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d'accordo. Il terreno su cui possono accordarsi è la spartizione del denaro pubblico, il profitto illegale sui pubblici lavori".

 

Nella Sicilia attuale del presidente "vasa vasa", dell’UCD Totò Cuffaro, sono in arrivo valanghe di miliardi dei sussidi europei, come dubitare che sia tornato il tempo della convivenza? Falcone parlava la lingua siciliana e conosceva molto bene gli inganni del governo. Ma lo muoveva un'autentica e moderna ricerca della verità, simile in certo senso a Antonio Di Pietro nell'inventare prima da dilettante poi da maestro nuove e più attrezzate forme di indagine, ma sempre pronto a buttarsi come un ragazzo nella caccia al delitto. Mi raccontava Ayala della volta che vennero in volo a Torino per interrogare il mafioso Mura che aveva promesso rivelazioni. "Falcone era emozionato. Questo parla, mi ripeteva. Sembrava un cavallo al nastro di partenza, gli tremavano i baffi mentre mormorava la formula di legge "ai termini degli articoli tal dei tali lei ha la facoltà di non rispondere". Mura si alzò dalla sedia e disse: "va bene non rispondo" e se ne uscì lasciandoci come due statue di sale. Fuori pioveva, Torino era la più brutta città del mondo, andammo in un bar ci ubriacammo pian piano con dei cognacchini. Ma Falcone non smetteva di ripercorrere l'interrogatorio che avremmo dovuto fare".

 

L'ultima volta che ho incontrato Falcone è stato il 22 maggio del 1992. Indagava sull'assassinio del generale Dalla Chiesa e venne a Milano per farsi raccontare meglio l'intervista fattagli prima della morte. Mi parve di ritrovare il reparto di massima sicurezza di Palermo. Una stanza sotto il tetto dove avevano lavorato i giudici dell'antiterrorismo. Passammo per due controlli e tre porte blindate. Era come sempre ben curato, i baffettini pettinati, il viso fresco di rasatura e di acqua di Colonia. Cortese ma tenace. Non mi mollò per un'ora e mezzo, ripeteva la stessa domanda tre o quattro volte. Congedandomi gli chiesi "ma lei spera di trovarli davvero gli assassini?". "Ci provo" disse. Sbaglierò ma aveva perso molto della sua sicilianità. O forse aveva capito che la mafia stava vincendo una volta ancora. Mi sono chiesto, nel giorno della sua morte, che Parlamento sia il nostro, in cui ci sono decine di deputati che devono la loro elezione alla mafia e sono lì per impedire che lo Stato combatta sul serio.

Il giorno del suo funerale accanto alla bara c'era Tano Grasso, il leader dei commercianti antimafiosi di Capo Orlando. Una delle prime decisioni del nuovo governo è stato di rimuoverlo dal suo posto nell'Antimafia. I giorni della speranza e del riscatto dopo il sacrificio di Falcone sembrano lontanissimi e il procuratore Grasso osserva: "Quando torna la convivenza i giornali dedicano sempre meno spazio alla mafia". Nella Sicilia di oggi molti non stanno con la mafia ma non sanno bene con chi stanno, li accompagna un sentimento di precarietà. Anni fa una signora di Palermo mi scrisse: "Ciò che scrive della Sicilia è vero ma io resto disperatamente siciliana". Questo è stato vero anche per Giovanni Falcone. Sapeva che la sua vita era segnata ma era disperatamente siciliano.

22 maggio 2002 – Giorgio Bocca

 

Le mani della mafia

La crisi economia indebolisce le imprese ma ingrassa la criminalità organizzata: presi alla gola da calo dei consumi, tasse, tariffe locali e costi di gestione gli imprenditori in difficoltà arrivano a pagare fino al 150% annuo di interessi sui prestiti contro il 120% dell’anno scorso.
Il giro d’affari complessivo di usura, racket, furti, rapine, truffe, contrabbando, abusivismo e cybercrimen supera i 71 miliardi di euro e colpisce non solo commercio, ristorazione e servizi, ma anche l’agricoltura, la pesca, la gestione dei rifiuti e i lavori pubblici.
E’ un panorama nero quello contenuto nell’ VIII Rapporto Sos Impresa «Le mani della criminalità sulle imprese», presenti il presidente nazionale di Confesercenti Marco Venturi, il sottosegretario del ministero degli Interni Alfredo Mantovano, il capogruppo Ds alla Camera Luciano Violante, il presidente di Sos Impresa Lino Busà e il presidente onorario Fai Tano Grasso, oltre a imprenditori che hanno testimoniato di essere stati vittime di minacce ed estorsioni.

 

* LE ESTORSIONI - Ogni attività economico-imprenditoriale - si legge nel rapporto - viene avvicinata dai signori del pizzo con il volto della collusione, piuttosto che con quello spietato dela minaccia; insomma la richiesta del pizzo è diventata soft ma non per questo è meno opprimente e generalizzata: anzi, con l’avvento dell’euro c’è stato un aumento del denaro richiesto e i soldi versati nelle casse della criminalità si aggirano sui 6 mld di euro.
Il pizzo è un fenomeno diffuso nelle grandi città metropolitane del sud: in Sicilia sono colpiti l’80% dei negozi di Catania e Palermo; lo pagano il 70% delle imprese di Reggio Calabria, il 50% di quelle di Napoli, del nord barese e del foggiano con punte che toccano la quasi totalità delle attività commerciali, della ristorazione e dell’edilizia. In queste zone - stando al rapporto - a non pagare il pizzo sono le imprese già di proprietà dei mafiosi. Si è giunti al punto che gli ambulanti abusivi di un mercato di Napoli hanno scioperato contro l’aumento della tangente salita a 100 euro la settimana per ciascuna bancarella a fronte dei 20 euro pagati fino a dicembre

 

* LA GEOGRAFIA DELLE DENUNCE - Il fenomeno dell’estorsione è radicato in quattro regioni: Puglia, Campania, Calabria e Sicilia che da sole superano il 54% dei procedimenti aperti. In altre regioni come Lombardia e Piemonte si segnala un trend in crescita. Tra i procedimenti aperti nel corso dell’ultimo triennio riguardanti l’andamento delle denunce, emerge un trend di crescita importante nella città di Napoli. Di segno diverso e negativo il numero delle denunce provenienti dalla Sicilia.

 

* LA TASSA DELLA MAFIA, I BOSS IN GONNELLA, I ’PICCIRIDDI’ D’ONORE - Tra le curiosità segnalate dal rapporto anche il fatto che non mancano casi in cui sono gli imprenditori, in procinto di aprire una nuova attività, a cercare ilmafioso per mettersi in regola, magari concordando la modalità di riscossione del pizzo. Il rapporto segnala anche come ci sia stato, in questi ultimi anni, un ricambio generazionale in gran parte determinato dall’arresto dei capi storici che ha comportato da un lato la promozione a capo di molte donne dei boss finiti in galera e dall’altro un forte abbassamento dell’età media degli estorsori, fino al coinvolgimento di minorenni. I numeri della criminalità minorile registrano un continuo aumento soprattutto in Sicilia. I giovani estorsori risultano anche più pericolosi degli adulti: non perseguono una ’carriera criminale costruita con pazienza e capacità di mediazione e vogliono tutto e subito, minacciando le vittime e perpetrando violenze.

* L’USURA - Dal 2000 ad oggi sono state 357.000 le attività commerciali che hanno chiuso i battenti e di queste un 30% deve la chiusura ad un forte indebitamento e all’usura. Quattro i settori del dettaglio in cui il rischio usura ha toccato l’allarme rosso: alimentari, calzature, fiori e mobili. Cresce anche il numero dei commercianti in attività coinvolti in rapporti usurari, oggi stimati in 150 mila per oltre 450 mila posizioni debitorie, di cui almeno 50 mila con associazioni per delinquere di tipo mafioso finalizzate all’usura. Tra le regioni italiane, il Lazio è la più esposta a rischio usura. L’usuraio è in prevalenza uomo (92%) maturo, d’età compresa tra i 41 e i 53 anni, nato nell’Italia meridionale (66%). Ufficialmente è imprenditore, ma data l’età molti sono i pensionati; tutti dichiarano un reddito basso e un 5% è addirittura nullafacente. Vittime e carnefici frequentano gli stessi ambienti economici e sociali e hanno in comune età, regioni di provenienza e attività. I tassi di interesse sono ulteriormente lievitati negli ultimi anni e al nord toccano il 20% mensile. Spesso la vittima intrattiene 2-3 rapporti usurai contemporaneamente.

 

* LEGGE CIRIELLI - Un paragrafo del rapporto è dedicato alla proposta di legge comunemente nota come ex-Cirielli o salva-Previti con la quale l’impunità sarebbe garantita.

 

* CRIMINALITA’ SU STRADA - Nel 2004 i furti sono cresciuti superando 1.352.000 con un incremento rispetto al 2003 di 30 mila. Gran parte di questi si sono svolti negli appartamenti e nei negozi, con 90 mila furti all’anno. Ogni giorno più di 360 negozi sono visitati da malviventi con un danno medio di circa 7mila euro pro-capite. E’ pari a 1,6 mld il valore delle merci e del denaro sottratto agli imprenditori ogni anno. Tra il 2002 e il 2003 le truffe sono passate da 54mila a 187 mila. Il fatturato del contrabbando oscilla tra i 600 milioni e 1,5 mld di euro. In Italia 12 milioni di cd e 1 di musicassette dei 35 milioni venduti nel 2004 provenivano dal mercato nero, il 90% è prodotto in Campania. A livello mondiale la merce contraffatta rappresenta il 36% del mercato; nella sola Europa il giro d’affari è di 4,5 mld di euro l’anno e in Italia 55 mllioni di euro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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