Falcone, i potenti e i poteri

 

 

 

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Approfondimenti : Il grande processo a Cosa NostraPio La Torre

 

Diversi anni fa, a Palermo fu consumato uno degli ormai tanti omicidi”eccellenti”. Mentre ero immerso in amare riflessioni, squillò il telefono. Era l’alto commissario per la lotta alla mafia di quel periodo: << E ora che ci possiamo inventare per placare l’allarme del Paese?.>> Mi chiese. Un’altra volta, dopo una sequenza di delitti nel corso dello stesso giorno, sempre a Palermo, mi telefonò il Ministro dell’Interno quasi quasi addebitandomi la responsabilità di quella esplosione di violenza criminale.

Insieme con una miriade di altri segnali, i due episodi che ho ricordato danno il quadro realistico dell’impegno dello Stato nella lotta alla criminalità organizzata. Emotivo, episodico, fluttuante. Motivato solo dall’impressione suscitata da un atto criminale o dall’effetto che una particolare iniziativa governativa può suscitare sull’opinione pubblica.

All’estero si chiedono sbalorditi come mai lo Stato italiano non è ancora riuscito a debellare la mafia. Se lo chiedono e ce lo chiedono. I motivi sono numerosi. Innanzitutto, oltre alla potenza dell’organizzazione mafiosa, la sua particolare struttura che la rende impermeabile alle indagini. Cosa Nostra ha la forza di una Chiesa e le sue azioni sono frutto di una ideologia e di una subcultura. Non per niente uno dei suoi capi, Michele Greco, è stato soprannominato << il Papa>>. Non bisogna inoltre dimenticare la relativa giovinezza dello Stato italiano ( poco più di 100 anni), a differenza, per esempio di uno Stato francese plurisecolare e ipercentralizzato. Uno Stato debole, di recente formazione, decentrato, diviso ancora oggi da tanti centri di potere, non è in grado di organizzare la lotta come farebbero ad esempio la Francia, L’Inghilterra e gli Stati Uniti. Ma c’è dell’altro. Per vent’anni l’Italia è stata governata da un regime fascista in cui ogni dialettica democratica era stata abolita. E successivamente da un unico partito la Democrazia Cristiana, ha monopolizzato, soprattutto in Sicilia, il potere, sia pure affiancato da alleati occasionali, fin dal giorno della Liberazione. Dal canto suo, l’opposizione, anche nella lotta alla mafia, non si è sempre dimostrata all’altezza del suo compito, confondendo la lotta politica contro la DC con le vicende giudiziarie nei confronti degli affiliati a Cosa Nostra, o nutrendosi di pregiudizi: << Contro la mafia non si può far niente fino a quando al potere ci sarà questo governo con questi uomini>>.

 

La paralisi c’è stata quindi su tutti i fronti. La classe dirigente, consapevole dei problemi e delle difficoltà di ogni genere connesse a uno attacco frontale alla mafia, senza peraltro alcuna garanzia di successo immediato, ha compreso che a breve  aveva tutto da perdere e poco da guadagnare nell’impegnarsi sul terreno dello scontro. E ha preteso quindi di fronteggiare un fenomeno di tale gravità coi soliti pannicelli caldi, senza una mobilitazione generale, consapevole, duratura e costante di tutto l’apparato repressivo e senza il sostegno della società civile. I politici si sono preoccupati di votare leggi di emergenza e di creare istituzioni speciali che, sulla carta, avrebbero dovuto imprimire slancio alla lotta antimafia, ma che, in pratica, si sono risolte in una delega delle responsabilità proprie del governo a una struttura dotata di mezzi inadeguati e priva dei poteri di coordinare l’azione anticrimine.

Il famoso Alto Commissario per la lotta contro la mafia, creato sull’onda emotiva suscitata dall’assassinio di Dalla Chiesa, ne è l’esempio lampante: da allora il ministro dell’Interno e il governo nel suo insieme hanno potuto scaricare sull’istituto la colpa delle inefficienze attribuendogli la responsabilità di ogni insuccesso.

In tempi lontani, di fronte a delitti di mafia di grave allarme sociale, e stante la difficoltà di acquisire sufficienti elementi per pervenire ad una incriminazione per gli omicidi, si preferiva battere la strada della individuazione del terreno di coltura in cui era maturato il delitto e, di conseguenza, quella della incriminazione  per il reato di associazione per delinquere a carico di componenti dell’organizzazione. Gli imputatati venivano rinviati a giudizio e l’opinione pubblica aveva l’impressione che qualcosa si muovesse. Ma erano soltanto paliativi. Ben presto, infatti, i cosiddetti associati tornavano in libertà e soltanto una minima parte di essi, comunque, veniva effettivamente condannata.

Nell’interminabile iter della nostra procedura i processi contro i mafiosi si concludevano a gabbie vuote e quando ormai  l’interesse generale si era sopito. Coll’ausilio del reato associativo questi processi, dunque, assolvevano unicamente alla funzione di tenere per qualche tempo in galera persone sospettate di avere commesso gravissimi delitti, ma nei cui confronti mancavano prove sufficienti.

 

La famosa legge Rognoni-La Torre, votata nel 1982, che ha introdotto lo specifico delitto di associazione mafiosa, in fondo non ha fatto che perfezionare questa linea di tendenza e questa strategia di contrasto al crimine organizzato, valorizzando l’esperienza dello << specifico>> mafioso e introducendo nella fattispecie del delitto associativo elementi, quali l’intimidazione, l’assoggettamento delle vittime e l’omertà che non erano previsti nell’ordinaria associazione per delinquere. Tuttavia la Legge La Torre, studiata per perseguire specificatamente il fenomeno mafioso e per porre rimedio alla mancanza di prove, dovute alla limitata collaborazione dei cittadini e alla difficoltà  intrinseca nei processi contro mafiosi di ottenere testimonianze, non sembra che abbia apportato contributi decisivi nella lotta alla mafia. Anzi, vi è il pericolo che si privilegino discutibili strategie intese a valorizzare ai fini di una condanna elementi sufficienti solo per aprire un’inchiesta.

Tutto dovrebbe cambiare a seguito della entrata in vigore, nel 1989, del nuovo Codice di procedura penale di tipo accusatorio. Non si potrà ancora a lungo. A mio parere, continuare a punire il vecchio delitto associativo in quanto tale, ma bisognerà orientarsi verso la ricerca della prova dei reati specifici. Con la nuova procedura, infatti, la prova, come nei processi dei paesi anglosassoni, deve essere formata nel corso del pubblico dibattimento. Il che rende estremamente difficile, in mancanza di concreti elementi di colpevolezza per delitti specifici, la dimostrazione dell’appartenenza di un soggetto a un’organizzazione criminosa; appartenenza che si desume generalmente da elementi indiretti e indiziari di difficile acquisizione dibattimentale. C’è il rischio che non si riesca a provare, col nuovo rito, nemmeno l’esistenza di Cosa Nostra!

La Legge La Torre continua a rivestire però grandissima utilità in tutte le indagini patrimoniali a carico di mafiosi, in quanto autorizza la confisca dei beni acquisiti illecitamente colpendo i mafiosi nel loro punto debole: ricchezza e guadagni. Questa legge, se ben utilizzata, offre al magistrato la possibilità di selezionare le persone sottoposte a indagini: da un lato, quelle per cui esistono prove inconfutabili del reato di associazione mafiosa; dall’altro, quelle per le quali, pur in assenza di prove sufficienti per un processo, il sospetto di appartenenza alla mafia appare tuttavia fondato. Per questo il magistrato può ricorrere a misure di prevenzione a carattere personale e patrimoniale. In attesa di acquisire la prova per gli specifici delitti commessi.

 

Giovanni Falcone – 1991 – Cose di Cosa Nostra

 

 

 

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