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Giovanni Falcone racconta i pentiti |
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A V V E N I M E N T I I T A L I A N I |
Tommaso Buscetta e Giovanni Falcone Gli
uomini d’onore in Sicilia
sono probabilmente più di cinquemila, scelti dopo una durissima
selezione, obbedienti a regole severe, dei veri professionisti del crimine. Anche quando si definiscono” soldati” sono in realtà generali.
O meglio cardinali di una chiesa molto meno
indulgente di quella cattolica. Le loro scelte di vita sono intransigenti. Cosa Nostra costituisce un mondo a sé
che va compreso nella sua globalità. Con riferimento
soprattutto al principio di rispetto della verità, vitale per
l’organizzazione. Nessuno forse si è dato la briga di capire come mai
il “traditore” Buscetta al maxiprocesso di Palermo
abbia potuto deporre nel silenzio assoluto delle gabbie piene di un centinaio
di mafiosi. Il fatto è che Buscetta godeva di grande
prestigio personale in seno all’organizzazione, ma soprattutto che, benché
pentito e quindi infame, egli era stato vittima di un torto inammissibile da
parte dei suoi compagni di un tempo. Avevano ucciso due dei suoi figli che
non erano neppure uomini d’onore.Il silenzio che ha
accolto le sue dichiarazioni gli dava ragione quando
sosteneva di essere lui il vero uomo d’onore i “Corleonesi”
e i loro alleati erano la feccia di Cosa Nostra, non avendo rispettato le
regole. Un altro esempio conferma
la razionalità delle regole su cui si basa la mafia, è norma che il figlio di
un uomo d’onore ucciso da Cosa Nostra non possa
essere accolto nell’organizzazione cui apparteneva il padre. Perché? Per il famoso obbligo di dire
la verità. Ne momento in cui entra a far parte di
Cosa Nostra, il figlio avrebbe il diritto di esigere spiegazioni che
sarebbero fonte di grossi problemi.allora
si è deciso di vietarne l’ammissione proprio per evitare di doversi trovare
nella necessità di mentirgli. Queste regole ed altre
analoghe rappresentano l’esasperazione di valori e di comportamenti
tipicamente siciliani, nella vita quotidiana se ne riscontrano moltissimi esempi. Così
in Sicilia, è buona regola non girare armati, a meno di
essere pronti a servirsi dell’arma. Se uno porta
con se la pistola, sa che deve usarla, perchè sa che colui che gli sta di
fronte,lui, lo farà. Il concetto di arma dissuasiva
non esiste da queste parti. La pistola si porta perché serve a sparare e non
intimidire. Un giorno ho assistito a
Palermo a una scena di strada estremamente
significativa. Un tizio protesta contro un altro che ha parcheggiato l’auto
di traverso, intralciando la circolazione. Si agita, urla. L’altro lo osserva
indifferente e poi continua a parlare con un suo amico come se niente fosse.
Il tizio non fa una piega e se ne va senza fiatare. Aveva capito, davanti
all’atteggiamento sicuro dell’interlocutore, che ,
se avesse insistito, le cose avrebbero preso una brutta piega e lui sarebbe
uscito perdente dallo scontro. Questa è In questa Sicilia, in questa Cosa Nostra dalle regole inappellabili e dal
formalismo intransigente, sono nati i pentiti. Nelle aule dei palazzi di
giustizia circolava un rassicurante luogo comune: “ il mafioso non parla mai,
altrimenti sarebbe o un pazzo o un uomo morto”.giustissimo
in una situazione, diciamo così, di normalità. Non in una guerra di mafia.
Non in piena offensiva dello stato. Dietro il luogo comune del
mafioso che non parla si nasconde qualcosa d’altro: fatalismo, scoramento,
rifiuto di andare avanti. Non è un caso che appena un uomo d’onore ha
espresso il desiderio di collaborare sia stato
battezzato in modo anche troppo rivelatore”pentito, delatore, infame,”
facendo il gioco di Cosa Nostra, mettendo in bella mostra la cultura del
peccato che ci assilla, la mancanza di pragmatismo che ci affligge. Il pentito , a differenza del classico informatore anonimo, del collaboratore
della polizia utilizzato nelle indagini e lasciato nell’ombra, pone problemi
nuovi e diversi alla magistratura e all’opinione pubblica. Egli accusa se
stesso nel momento in cui accusa gli altri e chiede
protezione: è accettabile, dunque, che per la collaborazione prestata
Contorno abbia dovuto perdere trentacinque parenti e Buscetta
dieci? Mi auguro che la legge votata il 16 Marzo 1991, sulla falsariga
dell’equivalente americana, porrà rimedio alle carenze
dello stato riguardo alla protezione dei pentiti. Ad oggi abbiamo avuto nei
processi palermitani circa trentacinque pentiti, alcuni dei quali si trovano
all’estero. Quando decisero di collaborare, io dissi loro:”se
siete persone serie, verrete trattati bene”. Non posso dire
di essere stato dallo Stato e, caso per caso, ho dovuto escogitare
soluzioni artigianali. E non mi stupisce che
qualcuno si sia pentito di essersi pentito. I giudici spesso hanno comminato loro pene più severe che agli altri imputati; le guardie carcerarie li hanno insultati,
dato che non è mai ben visto chi non rispetta la legge del gruppo; il
personale di custodia, nel suo insieme, che aveva il compito di garantirne la
sicurezza, ha reso loro la vita impossibile, sottoponendoli, per esempio a
sorveglianza brutale 24 ore su I pentiti di cui mi sono occupato,
nello spazio di sei anni, hanno finito con il tracciare un panorama
abbastanza completo di Cosa Nostra da
tutti i possibili punti di vista. Buscetta, che era
stato molto vicino al mondo politico, si è mostrato in qualche modo evasivo
in questo campo, ma è comunque quello dotato di
maggior spessore. Mentre Contorno, semplice esecutore
d’ordini e quindi limitato nella sua visione, ci ha però offerto la fedele
rappresentazione di un “perfetto soldato”. Calderone, molto umano e
sensibile, è stato preciso sull’insieme del fenomeno mafioso siciliano.
Marino Mannoia costituisce la sintesi dei primi
tre, e inoltre ci ha fornito delle informazioni sull’evoluzione più recente
di Cosa Nostra. C’è anche un estraneo all’organizzazione,Vincenzo
Sinagra, che ci ha permesso di capire i rapporti
tra mafia e criminalità non mafiosa. Tra i pentiti minori ho
trovato interessante Nicolò Trapani, palermitano, capitano marittimo,
contrabbandiere, trafficante di droga. Nel Altri pentiti sono stati il
cinese Koh Bak Kim, il romano Pietro De Riz, i siciliani Vincenzo Marsala, Salvatore Coniglio, Leonardo
Vitale. Si, proprio Leonardo
Vitale, che con le sue dichiarazioni del 1973 ci ha offerto due importanti
conferme,: l’esattezza delle informazioni che
avrebbero fornito dopo diversi anni Buscetta,
Contorno e Marino Mannoia:l’assoluta inerzia dello
Stato nei confronti di coloro di coloro che
dall’interno di Cosa Nostra decidono di parlare. In quell’epoca Vitale aveva fornito indizi che avrebbero
dovuto mettere sulla giusta via polizia e magistratura. Aveva riferito di Totò Riina,
il “corleonese”, indicandolo come capo supremo
della cupola. E aveva raccontato un episodio emblematico:
le famiglie di Porta Nuova e di Mezzomonreale
discutevano animatamente su chi dovesse incassare una certa tangente. Alla
fine fu Riina a decidere in favore della famiglia
Noce ( quartiere palermitano), affermando :” è la
famiglia che più mi sta a cuore”. Ancora oggi possiamo constatare che il capo
della famiglia della Noce è tra i principali sostenitori di Riina. Vitale aveva rilevato nel
1973 quello che è risultato vero nel
1984,semplicemente perché fino ad allora lo si era ritenuto non affidabile e
non attendibile. Certo si trattava di uno psicopatico, affetto verosimilmente
da coprofagia, ma era stato prodigo di tante informazioni vere che avrebbero
meritato ben diversa considerazione. Lo Stato, dopo averne sfruttato le
debolezze caratteriali, una volta avuta la sua confessione, l’ha rinchiuso in
manicomio dimenticandolo. Condannato a seguito delle sue stesse confessioni,
nel 1984, poco
tempo dopo essere stato scarcerato, viene assassinato dalla mafia. E’ questa una delle ragioni per le quali non si possono
prendere sul serio quelli che affermano:” della mafia non si sa niente”. Con
le montagne di materiale che abbiamo sotto gli
occhi.! Da: Cose di Cosa Nostra 1991 I falsi pentiti nascono in galera.
Raccontava Falcone al Csm Prima commissione
referente “La musica è cambiata:
sono indagini che non sono state fatte o che sono state fatte
male. Questo solo per una puntigliosa precisazione; però anche qui
consentitemi un altro sfogo: essere costretto a scrivere l’Unità che non è
carino scrivere – dopo che si presenta questo memoriale – Falcone preferì
insabbiare tutto”. |
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