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Sciascia e Falcone L’articolo
di Sciascia del 10 gennaio 1987 |
Paolo
Borsellino
I giorni di giuda
Con questo commosso e polemico discorso pronunciato
a Palermo il 25 giugno Estratto da :
Fondazione Emilio Alessandrini Io sono venuto questa sera soprattutto per ascoltare. Purtroppo
ragioni di lavoro mi hanno costretto ad arrivare in ritardo e forse mi
costringeranno ad allontanarmi prima che questa riunione finisca. Sono venuto
soprattutto per ascoltare perché ritengo che mai come in questo momento sia
necessario che io ricordi a me stesso e ricordi a voi che sono
un magistrato. E poiché sono un magistrato devo
essere anche cosciente che il mio primo dovere non è quello di utilizzare le
mie opinioni e le mie conoscenze partecipando a convegni e dibattiti ma
quello di utilizzare le mie opinioni e le mie conoscenze nel mio lavoro. In
questo momento inoltre, oltre che magistrato, io sono testimone. Sono
testimone perché, avendo vissuto a lungo la mia
esperienza di lavoro accanto a Giovanni Falcone, avendo raccolto, non voglio
dire più di ogni altro, perché non voglio imbarcarmi in questa gara che
purtroppo vedo fare in questi giorni per ristabilire chi era più amico di
Giovanni Falcone, ma avendo raccolto comunque più o meno di altri, come amico
di Giovanni Falcone, tante sue confidenze, prima di parlare in pubblico anche
delle opinioni, anche delle convinzioni che io mi sono fatte raccogliendo
tali confidenze, questi elementi che io porto dentro di me, debbo per prima
cosa assemblarli e riferirli all'autorità giudiziaria, che è l'unica in grado
di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla
ricostruzione dell'evento che ha posto fine alla vita di Giovanni Falcone, e
che soprattutto, nell'immediatezza di questa tragedia, ha fatto pensare a me,
e non soltanto a me, che era finita una parte della mia e della nostra vita. Quindi io questa sera debbo
astenermi rigidamente - e mi dispiace, se deluderò qualcuno di voi - dal
riferire circostanze che probabilmente molti di voi si aspettano che io
riferisca, a cominciare da quelle che in questi giorni sono arrivate sui
giornali e che riguardano i cosiddetti diari di Giovanni Falcone. Per prima
cosa ne parlerò all'autorità giudiziaria, poi - se è il
caso - ne parlerò in pubblico. Posso dire soltanto, e qui mi fermo
affrontando l'argomento, e per evitare che si possano
anche su questo punto innestare speculazioni fuorvianti, che questi appunti
che sono stati pubblicati dalla stampa, sul "Sole 24 Ore" dalla
giornalista - in questo momento non mi ricordo come si chiama... - Milella, li avevo letti in vita di Giovanni Falcone. Sono
proprio appunti di Giovanni Falcone, perché non vorrei che su questo un
giorno potessero essere avanzati dei dubbi. Giovanni Falcone, dimostrando l'altissimo senso delle
istituzioni che egli aveva e la sua volontà di continuare comunque
a fare il lavoro che aveva inventato e nel quale ci aveva tutti trascinato,
cominciò a lavorare con Antonino Meli nella convinzione che, nonostante lo
schiaffo datogli dal Consiglio superiore della magistratura, egli avrebbe
potuto continuare il suo lavoro. E continuò a crederlo nonostante io, che
ormai mi trovavo in un osservatorio abbastanza privilegiato, perché ero stato
trasferito a Marsala e quindi guardavo abbastanza dall'esterno
questa situazione, mi fossi reso conto subito che nel volgere di pochi
mesi Giovanni Falcone sarebbe stato distrutto. E ciò che più mi addolorava era il fatto che Giovanni Falcone sarebbe allora morto
professionalmente nel silenzio e senza che nessuno se ne accorgesse. Questa
fu la ragione per cui io, nel corso della presentazione del libro La mafia
d'Agrigento, denunciai quello che stava accadendo a Palermo con un intervento
che venne subito commentato da Leoluca Orlando,
allora presente, dicendo che quella sera l'aria ci stava pesando addosso per
quello che era stato detto. Leoluca Orlando ha ricordato cosa avvenne subito dopo: per aver denunciato questa verità io
rischiai conseguenze professionali gravissime, ma quel che è peggio il
Consiglio superiore immediatamente scoprì quale era il suo vero obiettivo:
proprio approfittando del problema che io avevo sollevato, doveva essere
eliminato al più presto Giovanni Falcone. E forse questo io lo avevo pure
messo nel conto perché ero convinto che lo avrebbero eliminato comunque; almeno, dissi, se deve essere eliminato,
l'opinione pubblica lo deve sapere, lo deve conoscere, il pool antimafia deve
morire davanti a tutti, non deve morire in silenzio. L'opinione pubblica fece
il miracolo, perché ricordo quella caldissima estate dell'agosto Certo anch'io talvolta ho
assistito con un certo disagio a quella che è la vita, o alcune
manifestazioni della vita e dell'attività di un
magistrato improvvisamente sbalzato in una struttura gerarchica diversa da
quelle che sono le strutture, anch'esse gerarchiche ma in altro senso,
previste dall'ordinamento giudiziario. Si trattava di un lavoro nuovo, di una
situazione nuova, di vicinanze nuove, ma Giovanni
Falcone è andato lì solo per questo. Con la mente a Palermo, perché sin dal
primo momento mi illustrò quello che riteneva di
poter e di voler fare lui per Palermo. E in fin dei conti,
se vogliamo fare un bilancio di questa sua permanenza al ministero di Grazia
e Giustizia, il bilancio anche se contestato, anche se criticato, è un
bilancio che riguarda soprattutto la creazione di strutture che, a torto o a
ragione, lui pensava che potessero funzionare specialmente con riferimento
alla lotta alla criminalità organizzata e al lavoro che aveva fatto a Palermo.
Cercò di ricreare in campo nazionale e con leggi dello Stato quelle
esperienze del pool antimafia che erano nate artigianalmente senza che la
legge le prevedesse e senza che la legge, anche nei momenti di maggiore
successo, le sostenesse. Questo, a torto o a ragione, ma comunque
sicuramente nei suoi intenti, era la superprocura, sulla quale anch'io ho
espresso nell'immediatezza delle perplessità, firmando la lettera
sostanzialmente critica sulla superprocura predisposta dal collega Marcello
Maddalena, ma mai neanche un istante ho dubitato che questo strumento sulla
cui creazione Giovanni Falcone aveva lavorato servisse nei suoi intenti,
nelle sue idee, a torto o a ragione, per ritornare, soprattutto, per
consentirgli di ritornare a fare il magistrato, come egli voleva. Il suo
intento era questo e l'organizzazione mafiosa - non voglio esprimere opinioni
circa il fatto se si è trattato di mafia e soltanto di mafia, ma di mafia si
è trattato comunque - e l'organizzazione mafiosa,
quando ha preparato ed attuato l'attentato del 23 maggio, l'ha preparato ed
attuato proprio nel momento in cui, a mio parere, si erano concretizzate
tutte le condizioni perché Giovanni Falcone, nonostante la violenta
opposizione di buona parte del Consiglio superiore della magistratura, era
ormai a un passo, secondo le notizie che io conoscevo, che gli avevo
comunicato e che egli sapeva e che ritengo fossero conosciute anche al di
fuori del Consiglio, al di fuori del Palazzo, dico, era ormai a un passo dal
diventare il direttore nazionale antimafia. Ecco perché, forse, ripensandoci, quando Caponnetto dice cominciò a
morire nel gennaio del 1988 aveva proprio ragione anche con riferimento
all'esito di questa lotta che egli fece soprattutto per potere continuare a
lavorare. Poi possono essere avanzate tutte le critiche, se avanzate in buona
fede e se avanzate riconoscendo questo intento di
Giovanni Falcone, si può anche dire che si prestò alla creazione di uno
strumento che poteva mettere in pericolo l'indipendenza della magistratura,
si può anche dire che per creare questo strumento egli si avvicinò troppo al
potere politico, ma quello che non si può contestare è che Giovanni Falcone
in questa sua breve, brevissima esperienza ministeriale lavorò soprattutto
per potere al più presto tornare a fare il magistrato. Ed
è questo che gli è stato impedito, perché è questo che faceva paura. Paolo Borsellino – 25 giugno 1992 |
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