Falcone,Borsellino e non solo
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Giovanni Falcone – I misteri di
via d’Amelio
Falcone, Borsellino. Ma non solo. Ci sono trent’anni di
delitti eccellenti senza verità che non sia quella, a
volte forse fin troppo comoda, di una cupola mafiosa che tutto poteva e
decideva.
Una
lunga travagliata stagione giudiziaria ha rassegnato centinaia di ergastoli a Totò
Riina, Bernardo
Provengano , con i soliti noti di Cosa Nostra. E insieme a loro, moventi che
però sembrano stare stretti nei panni
sei”picciotti” di Corleone.
Ma i
processi hanno detto spesso molto di più delle sentenze. Hanno disseminato
indizi, a volte labili, a volte concreti, che portano a responsabilità oltre il
livello della cupola mafiosa; non si sono mai potute
accertare. Anche i pentiti hanno chiamato in causa i
colletti bianchi dei palazzi. Ma alle inchieste non è bastato per veder al di là delle colpe dei mafiosi. Viene da chiedersi come
potranno proseguire le indagini.
Il
concetto della”convergenza d’interessi” sembra ormai essere crollato sotto i
colpi delle sentenze di assoluzione per alcuno dei
casi più eclatanti che hanno visto imputati uomini politici di spicco.
Nella
zona grigia delle complicità eccellenti ci sono però anche altre presenze,
quelle di spregiudicati uomini d’affari innanzitutto. Ed
è da questa prospettiva che la procura di Caltanisetta ha tentato di
ripercorrere la strada tortuosa che porta ai mandanti occulti.
Per
Falcone e Borsellino. Ma non solo. Il banco di prova è
stata l’indagine per strage del 29 luglio 1983, a
Palermo, in cui furono assassinati il consigliere istruttore Rocco Chinnici,
il maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, l’appuntato Salvatore Bartolotta e Stefano Li Sacchi, portiere dello stabile in
cui abitava il giudice Chinnici.
Come
autori di una regia “esterna” alla Cupola, nella deliberazione dell’eccidio,
sono stati chiamati in causa i potenti esattori di Salemi,
Nino e Ignazio Salvo. Loro erano già morti, prima del
processo, ma la sentenza della Corte d’assise preseduta da Ottavio Sterlazza ( giudice al latere
Giovanbattista Tona), non ha solo condannato 15
fra esecutori materiali e mandanti mafiosi, ha ritenuto valida la tesi della
convergenza d’interessi.
Resta
così un unicum nella lunga stagione giudiziaria chiusa con l’anno 2000.- la
sentenza fu emessa il 14 aprile del 2000-
Ripercorrerla
può essere utile, alla ricerca di un metodo di indagine,
e di processo. Il ruolo dei collaboratori di giustizia resta fondamentale.
Forse è venuto il momento di dire che non sono stati utilizzati e valutati a
pieno. Adesso , nella Cosa nostra del terzo millennio
non ce ne sono più,e in questi anni, lo Stato, o meglio, una certa politica,ha
fatto di tutto per disincentivarli.
Nelle
indagini sulla strage di Chinnici, il contributo di
Giovanni Brusca e Francesco Di Carlo si è rilevato decisivo per aprire uno
spiraglio di verità sul ruolo di Nino e Ignazio Salvo,
ufficialmente uomini d’onore della famiglia Salemi,
ma in realtà molto di più, capaci di una
forte protezione esterna rispetto all’organizzazione mafiosa.
I
giudici di Caltanisetta l’hanno definita così :<
Avevamo un ruolo di raccordo nel panorama politico siciliano, quali esponenti di spicco di un importante centro di potere
politico-finanziario, tra Cosa Nostra ed una certa classe politica>.
Il
riferimento è a una parte della Democrazia cristiana.
Non ci sono soltanto i pentiti a testimoniarlo: < Il collegamento con la DC
tramite i Salvo -scrivono i giudici della Corte
d’Assise- risulta confermato dalle dichiarazioni del dottor Borsellino.
Il
giudice Chinnici – proseguono-
aveva avuto un colloquio con Lima, sollecitato dall’onorevole Silvio Coco, nel corso del
quale Lima gli aveva fatto presente che l’iniziativa giudiziaria concernente il
Palazzo dei Congressi e l’arresto dell’imprenditore catanese
Costanzo e di Di Fresco, veniva considerata una forma
di persecuzione per la DC; il magistrato aveva risposto che l’ufficio
istruzioni si interessava di fatti specifici contestati a determinate persone, senza che
potesse avere rilevanza l’appartenenza politica.
La
Corte crede al contributo offerto dai collaboratori di giustizia non soltanto
quando parlano di omici e
sicari, ma anche quando chiamano in causa i colletti bianchi. Innanzitutto i “
referenti romani” dei Salvo. Così nella motivazione c’è spazio per quel
tassello che nella sentenza Andreotti era stato
invece cassato:< Dal governo centrale di Roma arriva una segnalazione-dice
Brusca- un imput da parte dell’onorevole Andreotti , facendo sapere a Lima, Lima ai Salvo, i Salvo
lo dicono a me e io lo porto a Riina.
Dice
di darci una calmata ( nei delitti)
perché sennò si era costretti a prendere dei
provvedimenti. Riina mi rimanda dai Salvo: digli che
gli fanno sapere che ci lascia fare, che noi siamo a disposizione per tanti favori che gli abbiamo
fatto>.
Da:
Falcone Borsellino : mistero di Stato
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