Un caso di “errore
giudiziario”
Enzo Tortora era il conduttore della
seguitissima trasmissione Rai "Portobello"
seguita da ben 28 milioni di telespettatori. La sua figura pubblica,
certamente, non era a tutti gradita. All'improvviso,
dalla procura di Napoli, partì un indagine sulla base delle
accuse di alcuni pentiti: Associazione a delinquere di stampo camorristica finalizzato al traffico di droga. Affiliato,
secondo i pentiti, alla Nuova Camorra Organizzata.
Tra gli indizi un nome scritto su un agendina di un
boss: T……a con un numero telefonico. Solo dopo lungo tempo si saprà che quel
nome non era "Tortora", ma
"Tortosa" e che il recapito del telefono non era quello del
presentatore. (Nel maggio dell‘82 il Parlamento aveva votato la "legge sui
pentiti", per cui molti delinquenti ebbero degli
importanti sconti di pena in cambio di una presunta collaborazione con la
giustizia. Durante gli anni della lotta armata politica le dichiarazioni dei
pentiti avevano funzionato contro il terrorismo e allora si pensò di
utilizzarli anche contro il crimine organizzato.)
Nel giugno del 17 giugno 1984 Enzo Tortora – divenuto il simbolo delle tragedie
della giustizia italiana – viene eletto deputato
europeo nelle liste dei radicali che ne sosterranno sempre le battaglie
libertarie.
Il 17 settembre 1985 (ad oltre due anni dall'arresto) Tortora viene condannato a dieci anni di galera. Nonostante
l'evidenza, le accuse degli 11 "pentiti" (definiti da un giornale
"la nazionale della menzogna") hanno retto al dibattimento.
Con un gesto nobile – rinunciando all'immunità parlamentare - l'ex presentatore
si consegna il 29 dicembre 1985. Resterà agli arresti domiciliari.
Il 15 settembre 1986 (a più di tre anni dall'inizio del suo dramma) Enzo
Tortora viene assolto con formula piena dalla corte
d'Appello di Napoli. Il 20 febbraio 1987 torna sugli schermi televisivi di Portobello. Il 17 marzo 1988 viene
definitivamente assolto dalla Cassazione.
Forse il più inquietante degli errori giudiziari, per le
conseguenze e le dinamiche che ebbe, fu il caso
Tortora.
Un uomo innocente accusato di associazione camorristica
e di spaccio di droga. Una vicenda che in quegli anni, gli
anni 80, spaccò il paese in due e divenne l'emblema degli errori giudiziari.
Silvia Tortora è la figlia maggiore di Enzo.
Venerdì 17 giugno del 1983 Enzo Tortora fu arrestato, prelevato alle 4 di mattina nella sua stanza in
un albergo romano. Quello fu il giorno dell'inizio del calvario per Enzo e per al sua famiglia.
Lei aveva 20 anni, come cambiò la sua vita? e quella
della sua famiglia?
S. Tortora: Fu completamente stravolta. Inoltre il fatto che mio padre fosse un
personaggio noto ci espose alla gogna dei commenti di
tutti, dovunque andassimo il nome Tortora correva sulla bocca della gente. Per
me che ero abituata a vedere mio padre con un occhio di rispetto
fu un trauma.
Durante i mesi della detenzione lei tenne una fitta
corrispondenza con suo padre. Che cosa vi scrivevate?
S. Tortora: Il rapporto tra me e mio padre cambiò
completamente. Prima tra noi c'era il classico scontro tra figlia adolescente
un pò ribelle e padre borghese che incarna
la morale e la tradizione. In quelle lettere ebbi l'occasione di conoscere
veramente Enzo, conobbi un padre sensibile e fragile, che aveva un grande bisogno di me, della sua bambina.
Il Caso Tortora mise alla luce alcuni aspetti inquietanti
del nostro sistema giudiziario, sociale e dell'informazione. Una vera e propria
gogna mediatica, come è
stata definita. Quale è stata la responsabilità dei
giornalisti nel caso Enzo Tortora?!
S. Tortora: Fu enorme. Una vera vergogna per il nostro Paese. Sin dall'inizio
le immagini di mio padre in manette fecero il giro di tutte le televisioni e di
tutti i giornali. Titoli cubitali su ogni quotidiano. Giornalisti
lanciati in accuse e congetture, solo per dire la loro sul "Caso
Tortora". Una gogna mediatica mai
verificatasi prima. Dopo la sentenza di innocenza
molti giornalisti si affrettarono a domandargli scusa. Per ultimo lo stesso
giornalista dl Tg1 e conduttore Franco Di Mare, mi ha porto le sue scuse per
gli articoli contro mio padre che aveva pubblicato all'epoca dell'arresto.
Con una decisione coerente il 29 dic. 1985 Enzo Tortora si
dimette da Europarlamentare e si consegna alle forze
dell'ordine rinunciando all'immunità. Enzo Tortora quindi aveva ancora fiducia
nella giustizia?
S. Tortora: Mio padre non ha mai smesso di credere nella giustizia; lui non
credeva nel modo in cui viene esercitata nel nostro
paese, nel comportamento arrogante di alcuni magistrati e nei metodi sbrigativi
di alcuni rappresentanti delle forze dell'ordine. Lui voleva vivere la sua
esperienza con la giustizia come ognuno, senza favoritismi, voleva essere
vicino ai tanti che come lui avevano subito e subivano errori giudiziari.
Il 15 settembre 1986, tre anni dopo il primo arresto Enzo
Tortora viene assolto con formula piena dal processo
di Appello.
Il caso Tortora aveva spaccato il paese dividendolo in innocentisti e
colpevolisti? Perché tutta questa passione attorno a suo
padre?
S. Tortora: Perché era un personaggio pubblico dalla faccia pulita,
dall'origine borghese e dalla morale integerrima. Ci si schierava o ci
si opponeva ad un idea, ad un tipo di italiano che in
quegli anni era ben definito. Invidie e risentimenti della
gente e dei colleghi, un caso per molti aspetti troppo particolare per avere
dei precedenti.
Il 20 febbraio 1987 torna alla televisione a Portobello, ripartendo la dove era stato
interrotto. Perché suo padre tornò a fare televisione?
S. Tortora: Era l'unico modo che aveva per poter riscattare a pieno la sua
immagine. Mi confessò che era stanco e che gli sarebbe piaciuto
ritirarsi, ma la sua missione non era ancora finita.
La televisione gli dava anche l'occasione di diventare la voce di tutti quelli
che subivano ingiustizie e non avevano i mezzi per farsi sentire. Lui voleva
diventare quella voce.
Subito dopo la sua assoluzione mio padre si recò in Sardegna a pregare sulla
tomba di Aldo Scardella. Un ragazzo di 20 anni che si era impiccato in carcere, arrestato ed
imprigionato per errore. Non aveva avuto la forza di resistere. Ennesimo
caso di giustizia ingiusta.
Il 18 maggio 1988, Enzo Tortora muore stroncato da un
tumore, aveva 59 anni.
Francesco Gasparri
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