Gli espropri proletari

 

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Rapine a mano armata, per il codice penale e per mentalità corrente. Espropri, per i rivoluzionari e le Brigate rosse. Secondo un apostolo della guerriglia latino-americana, il brasiliano Carlos Marighella, sono << operazioni armate e tattiche destinate al finanziamento e al rifornimento della rivoluzione>>. Indispensabili, secondo i principi della lotta armata, per affrontare le spese, sempre pesanti, imposte dalla clandestinità e dall’acquisto di armi.

Nello scritto << Sull’unità dei rivoluzionari>> del febbraio 1969, Marighella spiega: << Molti dei tipi di lotta di piccoli gruppi di uomini armati sorti nel’68 costituiscono esempi di espropriazioni. Una delle caratteristiche della rivoluzione brasiliana è che sin dall’inizio essa adotta una politica di espropriazione delle classi dominanti e dell’imperialismo mostrando, a partire da ora, quello che farà nel futuro, dopo la vittoria e l’instaurazione di un governo del popolo>>.

Prospettando i vari rischi che le azioni comportano, Marighella aggiunge: << Questa forma di lotta armata dei rivoluzionari assomiglia inevitabilmente a forme di lotta banditesche , ma la differenza fondamentale fra le due è che i rivoluzionari non espropriano i lavoratori e le persone semplici del popolo; non violano i loro interessi, non gli recano danno. Allo stesso modo mai abbiamo commesso assassinii, ferito o maltrattato persone, ma ci siamo limitati ad espropriare le ricchezze ingiustamente in mano alle classe dominanti e a prendere le armi alle guardie.

I rivoluzionari non attaccano il popolo, ma combattono le dittature, le classi dominanti e l’imperialismo, e con ciò ottengono la simpatia della popolazione e dei proletari lavoratori.

Nel dare alle espropriazioni la forma apparente di assalti banditeschi e nell’evitare di identificarle per non denunciare la loro origine, i rivoluzionari brasiliani hanno cercato di guadagnare tempo mantenendo la reazione nell’incertezza, togliendole la possibilità di seguire delle piste concrete.

 

Benché soltanto nel luglio 1975 le birre rivendicheranno con un comunicato un esproprio dando all’azione contenuto politico, numerosi assalti in istituti di credito sono stati loro attribuiti. Il primo risalirebbe al 4 dicembre 1971, al “Coindi corso Vercelli a Milano. Poco dopo le 20, tre giovani armati e mascherati tendono un agguato al commesso del grande magazzino, Vittorio Stefani e lo costringono a consegnare la borsa con l’incasso, circa 20 milioni e mezzo. Nella sua  requisitoria finale, quali responsabili dell’episodio il pubblico ministero Viola indicherà Renato Curcio, Pietro Morlacchi e Mario Moretti; inoltre accuserà un dipendente della Coin, Luigi Sangermano e la moglie Marinella Gassa, di aver fornito le indicazioni per l’assalto. Sempre Curcio e inoltre Alberto Franceschini, Fabrizio Pelli e Franco Troiano, vengono indicati come gli autori di tre rapine avvenute, fra la primavera e l’estate di quello stesso anno, in provincia di Regio Emilia, lo stesso Franceschini è nativo del capoluogo emiliano. Il 29 maggio irruzione nell’agenzia del Banco di San Gimignano e San Prospero a Rubiera. Quattordici milioni il bottino. Il 14 luglio, quasi in contemporanea, assalto alle agenzie della Cassa di risparmio di Scandiano e di Bibbiano, 20 milioni. Nelle indagini su quegli episodi, la polizia sembra ricevere presto <<informazioni confidenziali>> e orienta le ricerche verso l’ultra sinistra. Ai testimoni vengono mostrate foto dei presunti brigatisti: fra molte incertezze, qualcuno afferma di riconoscere Curcio. Contro di lui il 24 ottobre, la procura della Repubblica di Reggio, spicca mandato di cattura; il magistrato accusa anche Franceschini, Pelli e Troiano.

Il processo si svolgerà al tribunale di Reggio Emilia, nella primavera del’75. Applicando un criterio almeno discutibile, gli episodi erano stati stralciati dalle inchieste sulle attività delle Brigate rosse istruite a Milano e a Torino, Sarà ub dibattimento senza protagonisti. Pelli e Troiano scomparsi da anni, Curcio , catturato a Pinerolo insieme a Franceschini, nel settembre 1974, ha riguadagnato la libertà nel febbraio successivo con un’evasione clamorosa, Franceschini, unico detenuto, rifiuterà di presentarsi in aula, ma invierà una lettera.

Invano si battono per la riunificazione dei processi i difensori, avvocati Corrado Costa, Eduardo Di Giovanni, Giannino Guiso, Paolo Rosati e Lodovico Isolabella. Il dibattimento sarà breve, severa la sentenza emessa nel cuore della notte fra il 17 e il 18 maggio, quarantadue anni complessivi, dodici a Franceschini, dieci agli altri. Sarà anche la prima condanna inflitta a presunti brigatisti rossi, fino a quel momento incensurati.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Carlos Marighella

 

 

 

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