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Enrico Mattei

 

 

 

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Enrico Mattei

 

 

 

Enrico Mattei

L’ultimo discorso di Mattei

 

 

 

 

 

 

L'aereo di Mattei: i rottami dopo l'esplosione

L’aereo di Mattei

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Chi era Enrico Mattei

 

Mitizzare la figura di Mattei, oppure svilirla sono due giochi in cui per molti anni si sono cimentati, a seconda della bisogna, diversi settori politici.Enrico Mattei non è un personaggio facilmente catalogabile. Nato ad Acqualagna (Pesaro) nel 1906, figlio di un maresciallo dei carabinieri, studi interrotti, operaio in una ditta che fabbrica materassi, a 24 anni lascia le Marche per trasferirsi a Milano dove fa il commesso viaggiatore. Ottenuta la rappresentanza di un’importante azienda chimica tedesca, poco dopo, con un piccolo capitale di partenza, fonda a Dergano un’azienda, la ICL (Industria chimica lombarda), specializzata nella produzione di oli per l’industria conciaria. Già in stretti rapporti con Orio Gracchi, un avvocato legato agli ambienti della DC, durante la repubblica di Salò entra in contatto con la resistenza bianca. Comandante partigiano di una brigata cattolica, alla fine della guerra il nome di Enrico Mattei è quello di un patriota. Il 12 maggio 1945 il CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) gli affida l’incarico di commissario straordinario dell’AGIP: il suo compito è quello di liquidare in breve tempo quell’inutile baraccone creato dal fascismo. In pochi anni Mattei farà dell’AGIP un  piccolo gioiello dell’industria di stato.Nel 1949 Mattei mette a segno un colpo gobbo che fa di lui un vero manager: nella zona di Cortemaggiore, in piena pianura padana, una sonda dell’AGIP trova un giacimento di metano, con piccole tracce di petrolio. 
Il commissario dell’ente gioca una carta straordinaria: fa credere a tutti, utilizzando la stampa come cassa di risonanza, che quel giacimento di gas sia un ricchissimo bacino di oro nero, tale da arricchire, da solo, non solo la Val Padana, ma l’intero paese. E’ un grosso bluff, perché la notizia non fa che aumentare il prestigio di Mattei e il suo favore presso l’opinione pubblica. Che poi quella notizia sia falsa e che un’abile manovra speculativa di aggiotaggio faccia salire alle stelle il titolo dell’AGIP in borsa, con improvvisi arricchimenti, non importa.
Grazie all’abile mossa di Mattei, l’AGIP fa un salto di qualità e grazie all’alleanza di Mattei con il ministro democristiano Vanoni, l’ente si vede affidare per legge l’esclusiva delle ricerche e dello sfruttamento degli idrocarburi in tutta la Val padana. Al fianco del presidente dell’AGIP si schierano le sinistre, contro tutte le altre forze politiche e la Confindustria. E’ in questa fase che Mattei dimostra tutte le sue capacità di movimento: maneggia con spavalderia i fondi neri dell’ente con i quali finanzia tutti coloro possono essergli utili, corrompe, manovra, spadroneggia. Il 27 marzo 1953 entra in vigore la legge che istituisce l’ENI, L’Ente Nazionale Idrocraburi che assorbe l’AGIP e di cui Mattei diventa prima presidente e poi anche amministratore delegato e direttore generale. Da questo momento l’ENI e il suo manager diventano la stessa cosa e la figura di Enrico Mattei si proietta su scala mondiale. Mattei ha intuito. Inventa una storiella che lo porterà ad inserirsi nel cosmo delle grandi imprese petrolifere. "C’era una volta un gattino
ama raccontare – gracile e smunto che aveva fame. Vede dei cani grossi e ringhiosi che stanno mangiando e timidamente si avvicina alla ciotola. Non fa nemmeno in tempo ad accostarsi che quelli, con una zampata, lo allontanano. Noi - spiega Mattei – siamo come quel gattino. Abbiamo fame e non sopportiamo più cani grossi e ringhiosi. Anche perché in quella ciotola c’è petrolio per tutti".E’ una favoletta di grande presa che tocca la vena populista degli italiani e fa leva sulla voglia di rivincita di una nazione appena uscita da cinque anni di guerra, fatti di enormi privazioni. Mattei non ci
sta a rimanere subordinato alla politica economica americana che in quegli anni condiziona le forze politiche del governo italiano. Rompe l’assedio delle grandi società USA del petrolio e comincia a tessere relazioni con i paesi in via di sviluppo, quelli arabi soprattutto, che sono poi i produttori di petrolio, e con i paesi socialisti. Nel 1957 Mattei è già diventato il grande antagonista della ESSO e della SHELL. Tratta con i dirigenti libici per lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio del Sahara. Finanzia generosamente i movimenti di liberazione dell’Algeria che combattono contro la potenzae francese. Firma contratti con la Tunisia ed il Marocco. A questi paesi del terzo mondo, Mattei non impone lo sfruttamento delle risorse, come fanno gli americani, ma applica la politica riveduta e corretta del fifty-fifty.Ai governanti dell’Iran e dell’Egitto, ad esempio, formula questa proposta: l’ENI si sobbarca tutte le spese per la ricerca petrolifera. Se il petrolio non c’è, voi non ci rimettete nulla. Se invece c’è, il paese produttore diventa socio al 50% dell’ENI, dopo aver pagato la metà del costo di sviluppo del giacimento e aver rimborsato le spese iniziali. In più al paese produttore va un altro 50%, cioè la differenza tra il costo materiale e il prezzo di vendita del greggio. Ovvio che di fronte a quest’ardita proposta i paesi arabi, ricchissimi di petrolio, vedano Mattei come un amico, preferendo trattare con lui piuttosto che con altri. Ma è altrettanto ovvio che così facendo l’ENI e Mattei si inimichino tutto l’Occidente che conta.Agli USA, in particolare, comincia a dare molto fastidio l’accordo che l’ENI ha appena stipulato con l’Unione Sovietica e le trattative che ha già avviato con i cinesi.Nel settembre del 1960, due anni prima della sua morte, Mattei getta il definitivo guanto della sfida alle potenti compagnie petrolifere. All’VIII congresso dei petroli, che si svolge a Piacenza, il presidente dell’ENI sostiene questa tesi: la politica del monopolio americano è finita. Le nuove realtà politiche dei paesi produttori di petrolio rendono possibile un nuovo assetto, basato su accordi diretti tra paesi produttori e paesi consumatori di petrolio. Il gattino ha tirato fuori le unghie. I cani grossi e ringhiosi cominciano a perdere la pazienza, ma per il momento si dicono disposti a cedere un piccolo posto davanti alla ciotola del petrolio: invitano l’ENI a una cointeressenza nella spartizione dei giacimenti petroliferi del Sahara. Mattei, ancora una volta controcorrente, gioca d’astuzia e dice: "No, finché l’Algeria non sarà indipendente". E, intanto, continua a foraggiare il FNL, il Fronte nazionale di liberazione, impegnato in una dura lotta contro la potenza francese. Così facendo Mattei comincia ad entrare nel mirino dell’OAS, l’organizzazione dell’estrema destra francese, contraria all’indipendenza algerina. E non solo dell’OAS.L’8 gennaio 1962, otto mesi prima della tragedia di Bascapè, Mattei subisce un vero e proprio tentativo di sabotaggio. Quel giorno, il presidente dell’ENI deve partire con il suo "Morane Saulnier" alla volta di Rabat, la capitale del Marocco, dove sono ad attenderlo il presidente del Consiglio Amintore Fanfani e il ministro degli Esteri Antonio Segni per l’inaugurazione di una nuova raffineria dell’ENI. Quella cerimonia si volge però senza la presenza di Mattei. Durante in giro di prova, prima del decollo, il pilota del suo aereo  personale si accorge di uno strano rumore che proviene da uno dei due reattori. Nello smontarlo salta fuori un cacciavite, fissato con del nastro adesivo a una parte interna ai tubi in lamiera. Con il calore, il nastro si sarebbe certamente staccato e il cacciavite sarebbe finito dentro il reattore, provocandone l’esplosione. Nel disastro sarebbe sparita anche la più piccola traccia del corpo estraneo, accreditando l’idea di un incidente in volo.L’episodio del tentato sabotaggio dell’aereo di Mattei faceva seguito ad una serie di minacce che lo stesso presidente dell’ENI aveva ricevuto per lettera dall’OAS. Minacce serie e gravi, preoccupanti, visto che emissari dell’organizzazione terroristica francese erano in Italia proprio in quei giorni. Mattei sapeva di essere da tempo anche un obiettivo privilegiato della CIA, il servizio segreto americano, in stretto rapporto con l’OAS grazie a Richard Bissel, vicedirettore del controspionaggio USA.Dal giorno del fallito attento, Mattei continua a ricevere minacce di morte. Ne parla anche con sua moglie, Greta Paulas, che un giorno lo vede piangere. Per questo, negli ultimi tempi, non fidandosi degli uomini del SIFAR, il servizio segreto militare italiano, che pure muoveva a suo piacimento, Mattei aveva formato un proprio piccolo esercito di difesa personale, composto da ex partigiani, quasi tutti comunisti, che vegliavano giorno e notte sulla sua incolumità, ma nulla poterono contro la morte che attendeva il presidente dell’ENI nei cieli della VAL Padana.Il 27 ottobre 1962 Mattei muore in quello che per anni e anni è stato ufficialmente considerato come un fatale incidente aereo. Oggi sappiamo che Mattei, Mc Hale e Bertuzzi sono stati assassinati. Ma non sappiamo ancora da chi? La mafia su mandato dei grandi petrolieri americani?L’OAS in accordo con la CIA e quindi con l’avallo della nostra "intelligence"?
Oppure per il delitto Mattei, un vero delitto di stato, va seguita una pista tutta italiana?

1959. Il presidente dell'Eni Enrico Mattei chiede a Joris Ivens, regista di "Nuove Terre", di realizzare un filmato che denunci l'influenza americana nel campo dell'estrazione e della raffinazione degli idrocarburi in Italia. 

Dopo innumerevoli discussioni e trattative Ivens con la collaborazione di Valentino Orsini e dei fratelli Taviani gira "L'Italia non è un paese povero", ma la Rai si rifiuta di trasmetterlo integralmente, offrendo il film uno spaccato dell'Italia particolarmente crudo. 

Il documentario, dopo molte trattative, verrà mandato in onda censurato e presentato come "Frammenti di un film di Ivens". 

Fino a qualche mese fa de "L'Italia non è un paese povero" non c'era più traccia. Non si trovava all'archivio della RAI all'archivio dell'ENI, e l'unica copia presente in Cineteca Nazionale era una versione in inglese più corta di circa venti minuti e con un commento completamente riveduto. Dopo una serie di ricerche si scopre che in tre cineteche europee esiste una copia da positivo della versione originale voluta da Ivens... 

Il 28 aprile 1945 fu affidata a Mattei, in quanto esponente della DC, la carica di “commissario straordinario” dell’Azienda Generale Italiana Petroli (AGIP).
Mattei avrebbe dovuto fare il liquidatore dell’AGIP. In questo senso lo sollecitava il ministro per il tesoro, Marcello Soleri, alle cui spalle premeva l’ambasciata americana a Roma, che pretendeva il contenimento dell’industria pubblica e, soprattutto, il ritiro degli interessi statali dal settore petrolifero. Però Mattei era animato da forti sentimenti nazionalisti, retaggio di una generazione formatasi negli anni del fascismo, che egli interpretava modernamente, in chiave economica. Egli riteneva essenziale, per la ricostruzione del Paese, il controllo delle fonti di energia, ed era consapevole che, fra queste, il petrolio aveva assunto un rilievo decisivo.
 Mattei perciò resiste. All’AGIP, da commissario temporaneo riesce a farsi nominare vice presidente, e intanto fa confezionare dal suo ufficio il testo di una legge per la costituzione di una holding petrolifera di stato e la nazionalizzazione delle ricerche petrolifere nella val Padana, l’area italiana con la maggiore concentrazione di idrocarburi. Con l’appoggio di Ezio Vanoni, ministro per le finanze, che preme sul presidente del consiglio, Alcide De Gasperi, si arriva alla costituzione dell’ENI (10 febbraio 1953). [da “La morte necessaria di Enrico Mattei” di Nico Perrone, ed. Millelire]
***
“...Mattei ha espresso soprattutto una capacità  da grande imprenditore, che è una dote che pochi italiani hanno avuto nella stessa misura. La sua convinzione di costruire un’ Italia migliore, dotandola di un elevato grado di autonomia energetica, appare una convinzione sincera. Ha usato grandi risorse, ma non credo che si possa dire che le abbia sprecate. Aveva la possibilità di realizzare il suo disegno portando l’ ENI come socio minore nel club dei grandi del petrolio e quindi dotando l’ Italia di una collocazione internazionale effettiva migliore di quella attuale.

[da: “La regia occulta, da Enrico Mattei a Piazza Fontana” di Giorgio Galli, Marco Tropea Editore]

 

Il Film

La drammatica morte di Enrico Mattei, ed i sospetti che ne  seguirono, indussero il regista Francesco Rosi a trarne un film, dal titolo “Il caso Mattei.
Francesco Rosi ha ricostruito a ritroso tutte le tappe del contesto storico, economico, politico e sociale di cui Mattei faceva parte. Nel raccontare i fatti il regista ha scelto, quindi, uno stile giornalistico sollevando mille dubbi e sospetti e contribuendo a far sì che non si dimenticasse uno dei numerosi misteri italiani.
Il ruolo di Enrico Mattei viene magistralmente interpretato da Gian Maria Volontè e, nel 1972, vince la Palma d'oro al Festival Cinematografico di Cannes, ex-aequo con "La classe operaia va in paradiso" di Petri, anch'esso interpretato da Volontè. “Il Caso Mattei” è legato anche ad un altro mistero mai chiarito relativo alla scomparsa di Mauro De Mauro, giornalista de "L'Ora" di Palermo.
Francesco Rosi aveva richiesto la collaborazione di De Mauro per la ricostruzione dei fatti e soprattutto sugli ultimi giorni di vita di Mattei. Il 21 luglio del 1970 De Mauro scompare in circostanze misteriose. Da allora non se ne è più saputo nulla. Al momento il mistero sulla scomparsa di Enrico Mattei non si è ancora chiarito benché, nel 1994, la Procura di Pavia abbia consentito la riapertura delle indagini a seguito delle dichiarazioni di un pentito di mafia sulla sua tragica fine.

 

Mattei visto dagli Usa

JOHN LICHTBLAU, GURU DELL’ENERGIA, RICORDA IL FONDATORE DELL’ENI A CENT’ANNI DALLA NASCITA

Ogni volta che Umberto Colombo sbarca a New York si vedono a cena con mogli al seguito, quando Giorgio Mazzanti creò un gruppo ristretto di consulenti internazionali dell'Eni lo volle assieme a Giorgio Ruffolo e Romano Prodi, dal 1968 siede nel National Petroleum Council che affianca i ministri dell'Energia e nella Manhattan degli Anni Sessanta era più semplicemente noto come «l'uomo che sa tutto sul petrolio» pur trovandosi a suo agio conversando di Dante, Cervantes, Goethe, Bach, Leonardo e Michelangelo. Superata la soglia degli ottanta anni John Lichtblau è uno dei nomi che hanno fatto e raccontato la politica energetica degli Stati Uniti nel Novecento ed è lui che, dall'ufficio al 26° piano del grattacielo al n. 3 di Park Avenue, racconta Enrico Mattei come un «uomo geniale che cambiò l'approccio al petrolio in Italia e nel mondo».

«Il genio di Mattei fu duplice - spiega, in un vortice di parole che svela l'inesauribile energia dell'ex ragazzo viennese rifugiatosi negli Stati Uniti per sfuggire alle persecuzioni all'alba della Seconda Guerra Mondiale - perché da un lato inventò in Italia una nuova compagnia che univa l'essere pubblica con il fatto di cercare profitti come quelle private, e dall'altro fu il primo ad andare in Iran e in Unione Sovietica, aprendo la strada all'arrivo in Occidente del petrolio che questi Paesi producevano».
Fondatore nel 1976 del gruppo energetico Pira e presidente da molti anni della Petroleum Industry Research Foundation, Lichtblau è solito giudicare gli uomini sulla base dei risultati, di cosa e come hanno creato, trasformato la realtà e nel caso di Mattei significa parlare dell'Agip che descrive come «una compagnia petrolifera ben organizzata» e dell'Eni «molto più forte ed estesa oggi rispetto a mezzo secolo fa». «La particolarità dell'Agip - sottolinea - fu che non era più un'azienda solamente privata, come avvenuto fino ad allora, ma aveva un'importante partecipazione pubblica ed al tempo stesso pur essendo una compagnia nazionale si comportava da privata, cioè perseguiva profitti». Fu questa la genesi della concorrenza con Sun Oil del New Jersey, Exxon Mobil, Texaco, British Petroleum e Total. La forza di «Mattei era nel fatto che guidava una compagnia nazionale ma la gestiva come se fosse privata». Da qui le iniziative prese in Nord Africa, dove nel rapporto con i produttori passò dalla divisione dei profitti alla partnership; lo sviluppo di petrolio e gas in Libia e, in scala minore, in Marocco; l'arrivo per primo a Teheran ai tempi dello Scià e lo sbarco a Mosca nel bel mezzo della Guerra Fredda. «L'Urss all'epoca era isolata sul piano internazionale e lui portando il greggio russo in Italia fece comprendere a tutti che quel mercato prima o poi poteva servire all'intero Occidente».

Lichtblau nega che l'intraprendenza di Mattei abbia causato tensioni con l'America mentre ricorda in maniera limpida lo scontro con le «Sette Sorelle», le maggiori compagnie energetiche Usa. «Enrico Mattei denunciava la cooperazione fra le Sette Sorelle paragonandola ad un "cartello" e questo creava loro molti problemi in America dove dare vita a "cartelli" è illegale ma l'accusa di Mattei in realtà era poco fondata perché fra le Sette Sorelle c'era molta competizione, in particolare in quegli anni». Ancora oggi Lichtblau è sicuro che «Mattei sapeva di cavalcare l'accusa sbagliata ma lo faceva lo stesso perché gli consentiva di farsi spazio, in Europa ed altrove».

L'altra critica che gli solleva è di aver operato con un orizzonte limitato: «Ha sviluppato il greggio in Libia mentre in Italia non lo ha mai trovato, si concentrò soprattutto su gas naturale» ed inoltre «non sviluppò risorse petrolifere su larga scala a livello internazionale» perché «il suo unico focus era dare all'Italia una società petrolifera». Battersi da solo contro le «Sette Sorelle» gli diede comunque un prestigio unico ma da qui a ipotizzare complotti dietro l'incidente aereo in Lombardia nel quale trovò la morte nel 1962 il passo è ancora lungo. «Gli americani avevano paura di lui ma lo rispettavano e non tentarono di farlo cadere ma è vero le Sette Sorelle erano furiose perché le aveva definite un cartello».
Sull'accusa spesso rivolta a Mattei di aver gettato i semi di una politica estera troppo filo-araba il petroliere newyokese è prudente: «Certo, cooperava con arabi ma politicamere era neutrale, il punto è che il petrolio si trova nei Paesi arabi ed in Iran. Per questo andò a Teheran». Ma di altri Enrico Mattei se ne vedono in giro a inizio XXI secolo? «Non ve ne sono più, lui impersonava un fenomeno del Dopoguerra, immaginare un uomo che riesca a fare tutto o quasi da solo come allora non è possibile, oggi ciò che conta sono le istituzioni, le Sette Sorelle non a caso sono diventate cinque, adattandosi ai cambiamenti». A conti fatti dunque, guardandosi indietro a pochi giorni dal centenario della nascita del petroliere italiano, il giudizio è che «bisogna rispettare Mattei perché cambiò i mercati, creò un'azienda, e seppe trattare con produttori russi e mediorientali giovandosi del sostegno del governo italiano, che ad altri mancava, grazie ad una combinazione fra attività privata e sostegno pubblico che fu la chiave dei successi».
Parlando del presente Lichtblau non resiste alla tentazione di descrivere cosa sta avvenendo sui turbolenti mercati energetici: «Il greggio a 75 dollari è assurdo perche non c'è mancanza di petrolio, non vi sono motivi reali, sono le crisi in Iran e Nigeria che fanno salire il prezzo, si tratta di ragioni politiche, speculazioni. La principale è la minaccia dell'Iran di tagliare la produzione greggio se continuerà l'escalation con la comunità internazionale sul suo programma nucleare. Anche se ad importare non sono gli Stati Uniti è un elemento che pesa. I mercati? Vorrebbero un ritorno a quota 50, i prezzi alti fanno male a tutti, anche all'Eni».

Di Matteo Molinari  26 aprile 2006