Lo scandalo Eni-Petromin
Uno
scandalo dimenticato
In Italia si era appena
usciti dal grosso scandalo delle tangenti legate al caso Lockheed.
Nel 1979 avvennero anche altri importanti fatti:l’assassinio
di Carmine Pecorelli,
il direttore di OP, l’11 luglio l’assassino a Milano di Giorgio Ambrosoli, il 21 luglio l’assassinio a
Palermo del capo della squadra mobile Boris Giuliano,il 2 agosto il viaggio in
Sicilia di Sindona,
il 6 agosto, l’assassinio del giudice Costa alla fine di agosto, l’arrivo in
Sicilia del boss mafioso Johnny Gambino
per un vertice mafioso tra Stefano Bontate, Salvatore
Inzirillo e lo stesso Sindona.
A seguito dei fatti in Iran,
l’Italia si trovò dinanzi ad una crisi energetica, fu allora che la società italo-pachistana iniziò ad operare nel settore delle
importazioni ed esportazioni attraverso le reti dell’ENI e della Bcc.
Nell’aprile del 1979 il
presidente dell’Eni Mozzanti fece un viaggio in Arabia Saudita(caldeggiato dal governo italiano in un precedente incontro a
palazzo Ghigi tra una nostra delegazione e il
principe ereditario dell’Arabia Saudita, Fahd) per
definire l’accordo sull’acquisto di una
partita di petrolio attraverso l’ente di stato saudita Petromin,
già contattato negli anni precedenti con
l’ausilio del libico Gheddafi.
Nel giugno seguente l’Eni
annunciò di aver concluso l’accordo per una fornitura
di petrolio di due anni e mezzo. Non
rese noto però di aver condotto parallelamente un altro accordo con una società
panamense, di nome Sophilau a cui sarebbe stato
versato per”servizi di consulenza” il 7% del totale pagato per il petrolio.
La prima tranche, superiore a
17 milioni di dollari, verrà versata sul conto
bancario in Svizzera della Sophilau( 18 luglio). Si
trattava di esportazione di valuta, ma perfettamente
legittima, in quanto autorizzata da piduista Ruggero Firrao, direttore generale valute del ministero del
commercio estero.
Nell’autunno del 1979 la
stampa portò alla luce lo scandalo del pagamento di 17 milioni di dollari e della relativa autorizzazione ministeriale.
All’interno del PSI si aprì uno scontro durissimo tra
le due correnti del partito. Craxi
manifestò sospetti che le tangenti fossero andate a
Giulio Andreotti
e al proprio vice Claudio Signorile. Contemporaneamente, diversi piduisti presero aperta posizione in difesa del contratto Eni- Petromin, e
contro Craxi, di cui, in quel momento, Gelli
pronosticava l’imminente fine politica.
Rino
Formica, ipercraxiano, ebbe liti furibonde con Umberto Ortolani, secondo
Formica, Ortolani si sarebbe mostrato a conoscenza della esistenza delle
tangenti e avrebbe in qualche modo fatto intendere che l’operazione serviva per
un controllo sull’informazione. Secondo Ortolani,
Formica avrebbe tentato esplicitamente di ottenere una quota delle tangenti in
favore del PSI e di Craxi.
Tutto ciò avvenne nel pieno
di un contrasto politico tra Andreotti (che aveva
approvato il contratto con L’Arabia Saudita) e Craxi
che si proponeva come leader di un rinnovato PSI.
All’inizio
del 1980, Craxi sconfisse
Signorile e ottenne le dimissioni di Mozzanti, a questo punto la P2, abbandonò
ogni riserva su Craxi e il nuovo PSI.
Nel febbraio-marzo(secondo
quanto dichiarò Calvi ai magistrati il 2 luglio 1981)il presidente
dell’Ambrosiano versò alla banca uruguayana dell’amico
Ortolani 21 milioni di dollari destinati a finanziare il Psi. Il 5 ottobre, Gelli si
schierò pubblicamente in favore di una presidenza del consiglio al Psi di Craxi.
Da parte sua il segretario del partito socialista, nella primavera del 1981,
esploso lo scandalo P2, si
pronunciò”contro la caccia alle streghe”che, a suo dire, si era abbattuta sui piduisti.
E così,
in questo turbinare di scandali che si successero l’uno all’altro, si spostò e
si perse l’attenzione sulle originarie tangenti legate alla commessa
petrolifera Eni- Petromin. La “solita” commissione
parlamentare di inchiesta non riuscì a scoprire chi
fossero i veri destinatari dei milioni di dollari delle tangenti, Calvi non
risultò mai coinvolto nella vicenda, ma vi rimasero in qualche modo implicati
sia Ortolani che Gelli, così come il loro uomo al
ministero del commercio estero, Firrao.
Fu a tutti comunque
evidente che si trattava di una operazione targata P2” questo grande affare del
secolo-rilevò l’on Massimo Teodoriin una seduta
parlamentare del 1984- avrebbe dovuto, interferendo nell’attività del partito
socialista e nei rapporti tra Craxi e Andreotti, sistemare gli equilibri politici e, insieme,
tutta la stampa italiana”
Dalle indagini risultò chiaro che dal maggio 79 l’Eni e l’Agip erano stati indotti al pagamento di “operatori di
mediazioni”, accanto all’accordo principale tra Eni e Petromin,
era stato stipulato un secondo accordo contratto, tra l’Agip e la società Sophilau(
costituita a Panama, con azioni a portatore, e quindi non identificabili). In
favore di questa società venne pagata”la mediazione”
su un conto presso la banca Ubs di Lugano, che poi
anticipò il pagamento ai riscossori.
A definire e concludere
gli accordi furono, per l’Italia le nostre delegazioni Eni e Agip, e per l’Arabia Saudita il principe ereditario Fahd, il governatore della Petromin
Tahez con il vice primo ministro del petrolio Abdullah.Fu soprattutto Gaith Pharaon-già nel 1966 in società (nella Redec) , con due dei figli di re Faisal,
il principe Abdullah e il principe Mohammed- il mediatore internazionale che curò i contatti
con il principe Fahd.
Per una curiosa coincidenza
nel nome della misteriosa società a cui furono versate
le tangenti-la Sophilau- le
due lettere “so” corrispondono alle
iniziali della Sofid, le due lettere”ph” a quelle del saudita Phafaon,
la”i” a quella della Italfinanze…..
Un’altra quantomeno
incredibile coincidenza affiorò dal raffronto tra le prime due consegne delle
tangenti relative al caso Eni-Petromin
( vi furono due pagamenti di 3.500 milioni di dollari alla società Sophilau, e i versamenti delle tangenti ( di identico
ammontare) che conversero subito dopo , in favore del PSI di Bettino Craxi, nel noto conto protezione(aperto nel 1978 dal
socialista faccendiere Larini).
Comunque,
anche al di là di possibili causali
ricorrenze, forse non sarebbero stati inopportuni approfondimenti su tutta
l’attività svolta, sino agli anni
Novanta, congiuntamente dagli operatori pachistani e Italiani
Fonti. “Il quarto livello” di
Carlo Palermo
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