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Quando i comunisti mangiavano i bambini |
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A V V E N I N T I I T A L I A N I |
Un
manifesto elettorale della Dc Com’è difficile ricostruire la
memoria di quegli anni, confusi e contraddittori. Molti li ricordano come una festa,
scandita dalla colonna sonora del boogie woogie,
accompagnata da una grande fioritura d’idee, di
speranze, di novità politiche. Si moltiplicavano i giornali di molti nuovi
partiti e di tutte le tendenze, ai vecchi settimanali umoristici si
affiancava la satira del "Cantachiaro" e
del "Don Basilio", il cinema produceva i capolavori del neorealismo mentre dall’America arrivavano "Serenata
a Vallechiara", "Via col vento" e
tutti i film proibiti dal 1941. La guerra era finita, si godeva la pace, si respirava la
libertà. Ma il boogie
woogie si ballava soprattutto nei circoli alleati, dove l'ingresso era
permesso soltanto alle donne, ma non agli uomini italiani. Domenico Rea,
Curzio Malaparte nei loro libri, Vittorio De Sica
con "Sciuscià", Luigi Zampa con "Senza pietà"
raccontavano le storie disperate di una prostituzione diffusa, dei fratelli
che vendevano le sorelle, delle ragazze di famiglia che portavano a casa
soldi, calze di nylon e scatolette di carne. Avevamo perso la guerra, e l’avevamo
persa tutti, come disse Benedetto Croce: "Noi
italiani abbiamo perduta la guerra, e l’abbiamo perduta tutti, anche coloro
che l’hanno deprecata con ogni loro potere, anche coloro che sono stati
perseguitati dal regime che l’ha dichiarata, anche coloro che sono morti per
l’opposizione a questo regime, consapevoli come eravamo tutti che la guerra
sciagurata, impegnando la nostra patria, impegnava anche noi, senza
eccezioni, noi che non possiamo distaccarci dal bene e dal male della nostra
patria, né dalle sue vittorie, né dalle sue sconfitte". Lo seppero bene i profughi dall’Istria e da Zara annesse
alla Jugoslavia: la loro fedeltà alla patria fu ricompensata con il fastidio
e il silenzio dei borghesi, con l’accusa di "fascisti" lanciata dai
comunisti, che a Bologna arrivarono a impedire che
venissero portati generi di conforto ai treni che li trasportavano ai campi
di raccolta. Furono anni di grandi speranze, ma anche di odii
profondi, di violenze oggi inimmaginabili. Da tempo, quasi tutti interpretano quegli anni con le favole di "Don
Camillo", ma esse erano favole, appunto. Gli eccidi nel "triangolo della
morte", che si prolungarono anche nel 1946, la polizia che sparava sugli
occupanti le terre, erano gli aspetti più evidenti della profonda spaccatura
che divideva e contrapponeva gli italiani, comunisti e anticomunisti, nella
speranza della palingenesi sociale e nella grande
paura del bolscevismo. Col tempo, Ha da venì
Baffone ha finito per assumere un tono scherzoso, ma allora la frase suonava sinistra e minacciosa a chi temeva che arrivassero
i cosacchi ad abbeverare i cavalli davanti a San Pietro, secondo la profezia
attribuita ai pastorelli di Fatima. Nel marzo 1946 ci furono le prime elezioni amministrative,
con le vittorie delle sinistre in molti grandi comuni; nel giugno si tennero
il referendum fra monarchia e repubblica, e le elezioni per l’Assemblea
costituente. I partiti al governo, che avevano formato i Comitati di
liberazione nazionale (CLN), erano su posizioni diverse: socialisti e
comunisti erano repubblicani, come – ovviamente – il partito dell'Edera, il partito d’azione e parroci esortavano a mettere la croce dove
ce n’era già una (la croce dello stemma sabaudo); La lotta politica per il referendum fu caratterizzata dalla condanna della complicità della monarchia
con il fascismo, da parte repubblicana, mentre, dall’altra parte, si faceva
appello alla paura del salto nel buio. Chi vuole la nostra flotta? si chiedeva un manifesto, e la risposta era II "Candido" diede ai partiti e all’opinione
pubblica anticomunista un vocabolario comune e una serie di slogan e di macchiette
destinate a durare, e a fertilizzare i temi della propaganda democristiana di
due anni dopo (18 aprile 1948); e ciò, nonostante che il giornale, spesso,
prima e dopo il ’48 fosse ben poco tenero. Altri temi caratteristici della campagna democristiana
furono il "lavoratore cristiano" e la famiglia. Bello, serio,
aitante il primo, dedito di solito a stroncare i mostri del comunismo e del
capitalismo; bella e minacciata la seconda, ma
difesa a spada tratta dal Voto cristiano che uccide le serpi del divorzio e
del libero amore. Lo slogan di maggior successo fu Votate per chi volete, ma votate (sottinteso: "Votate DC"). Un
anticipo del cinico appello moderato di Indro Montanelli nel 1976 (Turatevi il naso ma votate DC) fu
nel ’48 la slogan che accettava e superava, contemporaneamente, il
tradizionale anticlericalismo italiano: Meglio un prete oggi che un boia
domani. Vinse Quando si arrivò allo scontro elettorale del marzo-aprile
1948, i vecchi temi socialisti scomparvero e la propaganda del Fronte
popolare fece leva soprattutto, come si è detto,
sulla faccia di Garibaldi. Già nella guerra partigiana si erano chiamate
"garibaldine" le formazioni comuniste; perfino in Jugoslavia, dove
l'esercito di Tito aveva arruolato nelle proprie file i nostri soldati che si
erano sottratti alla deportazione in Germania, venne
costituita una divisione Garibaldi. Questi era stato l'eroe veramente
popolare del Risorgimento, anticlericale sempre, e socialista almeno dal
1864: poco importava al Fronte se la sua intelligenza politica, molto superiore a quella che sia i mazziniani sia i
monarchici gli attribuivano, gli avesse fatto rifiutare l'ipotesi
repubblicana già a Milano nel 1848 e scegliere addirittura la formula
esplicita "Italia e Vittorio Emanuele" nel 1860. Poco importava: le
campagne elettorali non sono corsi di storia. Altri temi della propaganda di
sinistra, nelle elezioni del 1948, furono: la terra ai contadini (manifesto
Per il nostro pane quotidiano – Basta! Lottiamo – viva
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