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Don Puglisi raccontato Roberto
Faenza |
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A V V E N I M E N T I I T A L I A N I |
Il regista Roberto Faenza parla del
suo nuovo film "L'uomo che sparava dritto". Ancora in fase di
lavorazione, la pellicola è dedocata alla figura
del parroco assassinato dalla mafia Succedono poche cose
all’Albergheria, uno dei quartieri più “difficili”
di Palermo. E quando succedono la cosa meno consigliabile
è affacciarsi al balcone. Sarà forse per questo che ora che “stanno girando
un cinema” proprio sotto casa sua, la signora del terzo piano, quella con lo
scialle celeste, non ne vuole proprio sapere di rientrare in casa. Nuove urla
dell’assistente di produzione, che a dispetto dei capelli dritti si chiama
Gaia, tentano di convincerla, invano, che ogni volta che si affaccia la scena
va rifatta. Nuovo ciak, quindi. E pazienza. Siamo a
Palermo, sul set de “L’uomo che sparava dritto”, il nuovo film di Roberto
Faenza dedicato alla figura di don Giuseppe Pugliesi, il sacerdote
assassinato dalla mafia nel 1993 perché "Rompeva le scatole" alla
mafia, toglieva i bambini dalla strada e dal pulpito chiamava i boss animali.
Un film che Faenza, come è suo costume, ha scritto
da solo, dopo un lungo lavoro di documentazione. A dispetto
della somiglianza davvero impressionante tra Faenza e Puglisi,
nei panni del parroco c'è Luca Zingaretti, ormai a
suo agio in abito talare (è un prete anche in "Prima dammi un
bacio"), una scelta che lo stesso regista definisce coraggiosa:
"Non ero molto convinto perché ormai Luca è così famoso che
paradossalmente rappresenta un rischio per un film. Però
è talmente bravo che non ho voluto rinunciarvi. E
poi è un ragazzo di un'intelligenza straordinaria, è un attore attivo, legge
il copione e ci mette del suo, consiglia, esprime le sue opinioni, ha delle
belle idee". Nei panni del vice di Pugliesi, padre Porcaro, Faenza ha
invece chiamato uno dei giovani attori più interessanti del momento, quel
Corrado Fortuna visto e apprezzato in "My name is Tanino" di Virzì e nel film d’esordio di Franco Battiato,
"Perduto amor". Una quasi esordiente, invece, Alessia Goria, l’attrice che dà il volto a suor Carolina, grande amica di Pugliesi. L'ha scoperta Maria Antonia Avati, figlia di Pupi, anche se questo è il suo primo
ruolo davvero importante. "E' brava",
assicura Faenza, e "anche se fisicamente diversa dalla persona che
interpreta è molto credibile. Soprattutto non è bella". In tutto nove settimane di lavoro fra Bagheria
e Palermo con l’obiettivo di essere nelle sale nell’autunno del 2004.
"Si tratta certamente di un piccolo film, dal punto di vista
produttivo" spiega il regista. "Ce lo
facciamo quasi ... in casa, dal momento che la produttrice, Elda Ferri è la
mia compagna. Ma è anche una storia nella quale
credo molto e che mi frullava per la testa da anni. Per certi aspetti lo considero un ideale seguito di “Prendimi l’anima”. Un paragone ardito se si pensa che il precedente film di Faenza
raccontava della passione fra Jung e una sua
paziente, Sabina Spielrain, che diventerà anch'essa
psicoterapeuta. "In quel film come in questo il vero protagonista
è la passione che muove una persona verso la difesa dei propri ideali. Là si
trattava di una donna che vuole dare un futuro e un’educazione
libertaria ai propri figli nella Russia autoritaria di Lenin prima, e degli
invasori nazisti poi, qui di un sacerdote che ha raccolto la sfida di
strappare dei bambini a un futuro di violenza ed emarginazione e ha lottato
fino alla morte per questo, anche quando è stato isolato dalla stessa chiesa
siciliana e dai suoi parrocchiani. Ecco, la chiave di lettura di “L’uomo che
sparava dritto” può essere proprio questa: sembra un film di mafia, ma in
realtà non lo è. E’ chiaro che la mafia c’entra, è una protagonista della
storia, ma il vero motore del film sono i bambini, questi straordinari bambini di Palermo. Negli occhi dei
ragazzini di questi quartieri c’è un’intelligenza straordinaria. Bambini che lavorano, che portano fardelli di responsabilità
enormi e che si muovono in ambienti, anche familiari, difficilissimi.
A volte penso che dovremmo mandare i nostri di Milano o di Roma, abituati a
certi agi, a fare un corso di una settimana da questi bambini!". |
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