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Avvenimenti Italiani “Un Paese senza memoria è un paese
senza futuro” |
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A V V E N I N T I I T A L I A N I |
il nuovo sito in
costruzione "...E quando ci domanderanno che cosa
stiamo facendo, tu potrai rispondere loro: Noi ricordiamo. Ecco
dove alla lunga avremo vinto noi. E verrà il giorno in cui saremo in
grado di ricordare una tal quantità di cose che potremo
costruire la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare, in tal
modo, la più grande fossa di tutti i tempi, nella quale sotterrare la guerra." R. Bradbury "Fahrenheit
451" Tutto inizia da qui, da Portella
della Ginestra…. La pagina più sanguinosa della
festa del lavoro venne scritta nel La
carneficina durò un paio di minuti. Alla fine la mitragliatrice tacque e un
silenzio carico di paura piombò sulla piccola vallata. Era il 1° maggio 1947
e a Portella della Ginestra si era appena compiuta
la prima strage dell’Italia11 morti, due bambini e nove adulti. 27 i feriti.
Tutti poveri contadini siciliani. Che a sparare dalle alture, sulla folla radunata
a celebrare la festa del lavoro, erano stati gli
uomini del bandito Salvatore Giuliano, gli italiani lo scopriranno solo
quattro mesi dopo, nell’autunno del 1947. Ma mai
riusciranno a sapere chi armò la mano di quei briganti, comodi residui della
storia, incarnazione di un fenomeno del passato, che ancora sopravviveva
nella Sicilia dei compromessi e degli intrighi. Ostia, 2 novembre 1975, giorno dei morti. In uno squallido
sterrato non lontano dal mare, adiacente a una baraccopoli estiva dove il
proletariato romano trascorre le sue povere vacanze, fingendo di essere in
villa, viene trovato il cadavere martoriato di Pier Paolo Pasolini,
53 anni, scrittore, poeta, regista, intellettuale scandaloso, personalità
unica e certamente irripetibile della cultura italiana. Del suo assassinio viene accusato un 17/enne borgataro,
Giuseppe Pelosi, detto - per i suoi occhi sporgenti - "Pino la
rana". Sembra un nemesi ineluttabile: Pasolini è stato ammazzato brutalmente da uno di quei
ragazzi di vita che tanto aveva amato, di cui tanto aveva scritto, per la cui
omologazione sociale e culturale tanto si era rattristato. Un delitto tra
"froci", lasciano
intendere le cronache. Pasolini, che non aveva mai
fatto mistero della sua omosessualità – pur rifuggendo con cura gli orpelli
dannunziani o estetizzanti di cui la moderna cultura gay
ama adornarsi – era stato ucciso da un giovane sbandato in cerca di denaro,
che lo scrittore aveva "rimorchiato" nei torbidi dintorni della
stazione Termini a Roma, con il quale si era appartato in cerca
di sesso mercenario.Alla base della
tragedia, una lite finita in dramma per prestazioni sessuali che Pasolini esigeva e "Pino la
rana" non voleva concedergli. Così alla fine arriverà a stabilire la
sentenza della Corte di Cassazione, tre anni e mezzo dopo i fatti. Tutto
chiaro, allora. Pasolini è rimasto vittima dei suoi
vizi e della sue turpi manie. Ma
è davvero tutto così spaventosamente lineare? Nei mesi immediatamente
successivi alla sua morte, una campagna stampa del settimanale
"L’Europeo" - un altro fiore all’occhiello della cultura italiana -
in cui fu parte attiva la giornalista Oriana Fallaci, cerca di dimostrare che Pasolini è stato ucciso non solo dal minorenne Pelosi, ma
che assieme a lui quella sera c’erano altre persone: altri borgatari, forse legati a quel mondo della malavita dalla
coloritura neofascista che odiava Pasolini per la
sua diversità, per la sua capacità di essere controcorrente, per le sue
posizioni di sinistra, appunto per la sua non omologazione. Una banda pronta
a punire "il frocio" Pasolini,
un banda che – sostengono alcune testimonianza – già
lo aveva minacciato. C’è anche chi si spinge fino ad ipotizzare che quello di
Pasolini sia un delitto su commissione, un delitto di Stato: l’intellettuale, caustico nemico del
potere, assassinato da scherani del potere stesso. Non si trattava, però, di
fantasie giornalistiche. Senza avventurarsi fino a simili conclusioni, il
tribunale dei minori (presieduto dal prof. Alfredo Carlo Moro, fratello di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate rosse che in prima
istanza, nel giugno del ’76, condanna Pino Pelosi a 9 anni e sette mesi di
reclusione per "omicidio volontario in concorso con ignoti",
stabilisce che quella notte Pino la rana" non
era solo e non agì da solo. Una sentenza che sarà poi
ribaltata in appello nel dicembre dello stesso anno e poi in Cassazione, nell’aprile
del ’79. Sentenze che ridurranno di poco l’entità
della condanna. A un quarto di secolo dalla
sua morte, i dubbi su chi realmente assassinò Pier Paolo Pasolini
sono tutti ancora intatti. Pasolini continua a
vivere nelle opere che ci ha lasciato e nella coscienza di chi continua ad
aborrire "Il Potere" in tutte le sue stratificazioni. Quanto al suo
assassino ufficiale, Giuseppe Pelosi, tornato in semilibertà nel dicembre
1982, è entrato ed uscito di galera a più riprese. La prima volta cinque giorni dopo aver saldato il suo debito con
la giustizia per rapina ad un furgone postale. Poi
una sequela di piccoli reati, fino all’ultimo: una rapina commessa il 1
settembre 2000. Esattamente la notte di 24 anni e 11 mesi prima Pino
Pelosi si trovava ad Ostia, su uno squallido
sterrato non lontano dal mare. Assieme a Pier Paolo Pasolini…Continua…… Le
stragi in Italia: gli anni di piombo 135 vittime e 550
feriti in quella che fu definita un’azione nella “strategia della tensione”
in Italia. È stata una particolarità del
terrorismo europeo l’uso di attentati e di massacri
indiscriminati, mirati a spostare a destra l’asse politico del paese, dalla
strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, alla strage della stazione di
Bologna del 2 agosto 1980. Tornavo da Praga e sbagliarono la
prenotazione delle cuccette a Vienna. Una capostazione mi disse: “ Sei
italiana... ci sono stati morti a migliaia in un
attentato gravissimo, non mi ricordo dove...” Fu un ritorno angosciato e
difficilissimo: i treni che andavano a sud avevano ritardi incalcolabili per
via delle conseguenze dell’attentato a Bologna, nodo ferroviario di passaggio
obbligatorio. Non c’era, acqua, i bagni erano inservibili faceva molto caldo ma soprattutto era la mancanza di notizie precise,
la sensazione di quel filo nero che vincolava tutti quei morti e quei nomi
elencati da un terrorismo nero internazionale, quel filo nero, rosso di
sangue, che percorreva quasi tutto il pianeta. La prima strage della serie, e sono
già passati 37 anni, fu quella di piazza Fontana,
detta la “strage di Stato”. Poi a Gioia Tauro
nel luglio Un dibattito quasi schizofrenico ha
sempre accompagnato la – Voluta? - perdita di memoria per queste tragedie. C’è chi ha contestato le
definizioni di “strategia della tensione” e “strage di Stato” perchè le
presenze, le finalità e le matrici dei vari tasselli
di un mosaico con diverse strategie e diverse tattiche volevano
“stabilizzare” il quadro politico. È interessante questo frammento da
“Quel filo nero dal 12 dicembre alla strage di Bologna”: - E si sostiene che
l’ipotesi che stava dietro alla formula dell’eversione di Stato non avrebbe retto, perché non è stato provato che i “servizi”
avevano materialmente piazzato gli ordigni mortali. Più di un anno fa i
familiari delle vittime di piazza Fontana scrissero
a Ciampi che occorreva stanziare fondi per salvare
e informatizzare quei documenti: -Cosa diremo alle nuove generazioni quando
ci chiederanno spiegazioni di questo: forse che il deficit pubblico è
aumentato e che quindi è giusto sacrificare la memoria del Paese nonostante
che spesso abbiamo sentito dire che un Paese senza memoria è un paese
senza futuro?-. Sono parole che ci sentiamo di sottoscrivere. Augurandoci che
la nostra piccola, ma densa enciclopedia delle
stragi di Stato possa offrire un contributo alla battaglia di verità e
di giustizia -. Gioia Minuti Aldo Moro….un rapimento ed una morte annunciata… Una “fantastica”
ricostruzione delle ultime ore del presidente Dc. L’uomo che vediamo seduto nell’atto
di scrivere si chiama Aldo Moro. L’oggetto della sua
scrittura è una missiva alla famiglia, un’altra delle molte che ha inviato,
anche a Paolo VI e ai principali dirigenti del suo partito, da quando si
trova prigioniero delle Brigate rosse, e nelle mani di Mario in particolare,
ormai da 55 giorni. Anche se non sembra, quest’uomo dall’aspetto tranquillo e sereno è stato gia
per ben cinque volte il presidente del Consiglio dei ministri . Il nuovo governo, capeggiato da Giulio Andreotti, non accetta di trattare con i terroristi che
esigono la liberazione di alcuni prigionieri
politici per poter rilasciare Moro.
Dato che questo è fuori discussione e che il primo ministro sostiene che lo
stesso prigioniero sia contrario a qualsiasi negoziazione con questo genere
di persone, è difficile prevedere quale sarà la sorte di Aldo
Moro, leader della Democrazia Cristiana al momento del suo rapimento 55
giorni prima in via Fani. Da quel giorno Moro si vede e parla
esclusivamente con Mario. Gli interrogatori dell’inizio, nel tentativo di
raccogliere informazioni, sono diventati in seguito lunghe conversazioni,
durante le quali Moro si è rivelato un uomo ammirevole agli occhi di Mario,
tanto da meritarne il rispetto e la benevolenza. Ma Mario sembra profondamente deluso
dalla posizione del governo e dei militanti del suo stesso partito. Nessuno
ha alzato un dito per salvarlo nonostante abbia spiegato nelle lettere , da lui inviate, che il governo deve sempre mettere al
primo posto la vita delle persone. La maggior parte dei membri della Dc, del governo e dello stesso Primo Ministro ritengono
che Moro sia stato costretto dai suoi rapitori a scrivere tali lettere e che
esse non manifestano affatto il suo reale parere
sull’argomento. Niente di più sbagliato. Mario potrebbe desistere dalle sue
pretese e darsi per vinto. Ma potrebbe anche voler trasmettere un segnale di
forza e uccidere Moro come forma di intimidazione ,
assicurandosi così il successo di futuri rapimenti. O forse Mario non è che una
semplice pedina sulla scacchiera, totalmente privo di potere, insomma , un mero esecutore. Comunque
sia, Moro è pienamente convinto di non uscirne vivo. Ma lasciamo Moro a
redigere la sua lettera in questa stanza di via Montalcini ..., e
procediamo verso un altro vano del medesimo appartamento, il soggiorno,
dove ora Mario risponde al telefono.
Ci sono altri tre uomini con lui, due che guardano la televisione e uno che
legge il giornale. - Pronto? - E’ oggi – dice
una voce maschile all’altro capo della linea – Procedete con il piano. - Sarà fatto, - afferma Mario - Richiamo fra mezz’ora.
L’americano vuole che la cosa sia risolta quanto prima. - Sarà fatto – ripete Mario,
riattaccando la cornetta- Facciamola finita, - dice agli altri. - Pensi sia la cosa migliore da
fare? – interviene l’uomo che sta leggendo il giornale, titubante. - Non dipende da noi. Non possiamo
più tornare indietro. - Penso ancora sia meglio
liberarlo. Siamo già andati oltre quello che avevamo
pensato. Il nostro messaggio è stato recepito. Ora
loro sanno che non sono più al sicuro - dichiara lo stesso uomo. - Questa non è la nostra lotta
Mario, - esterna uno degli uomini che stava guardando la televisione. - Quando
ci siamo messi in questa storia, sapevamo benissimo come sarebbe andata a
finire. E lo abbiamo accettato – aggiunge Mario. - Non contare su di me per premere
il grilletto, - afferma l’altro. - Né su di
me, - avverte l’uomo che con lui condivide il divano e che non ha detto nulla
fino a questo momento. - Dovevamo liberarlo non siamo i zerbini di nessuno. - Assolutamente no.
Dobbiamo farla finita oggi stesso. Non torneremo indietro,- asserisce Mario, tentando di convincere della natura
esclusivamente politica e non personale di quella decisione. Il destino di
Moro era già tracciato dal 16 marzo, era solo
questione di tempo. Ed è questo il momento di agire. Mario si dirige verso la stanza e
gira la chiave della porta. Aldo Moro si trova ancora seduto a scrivere una
lettera ai suoi cari. - Si alzi. Andiamo
via, - ordina Mario, mascherando una certa agitazione. - Dove
andiamo? – domanda Moro terminando la missiva. - Verrà
trasferito in un altro luogo, - risponde Mario prendendo una coperta e
piegandola, senza guardare il prigioniero negli occhi. - Le spiace farla recapitare? –
Moro ha una lettera in mano. - Sarà fatto, - Mario prende la
lettera e mette la coperta sotto il braccio. I due uomini si guardano per
qualche istante. Mario non riesce a reggere gli occhi cristallini e franchi
di Moro ed è il primo ad interrompere il contatto. Non è necessario dire più
nulla. Moro ha compreso. Scendono fino all’auto parcheggiata
nel garage. Moro davanti con gli occhi bendati, guidato da
Mario e gli altri tre uomini dietro. Giunti al garage, fanno entrare Moro nel
bagagliaio di una Renault 4 rossa. - Si copra con questa coperta, -
ordina Mario. Non appena Moro si copre, Mario e
solo Mario, a occhi chiusi, tentando di convincere
la sua coscienza dell’inevitabilità di quest’atto e
della mancanza di un’altra via d’uscita gli scarica addosso undici
pallottole. Nessun altro spara con la propria arma. Il piano è compiuto.- Con
tanti saluti dei signori Kissinger e Andreotti……Continua L’Italia della P2 I magistrati
andarono a perquisire gli uffici di Gelli a Castiglion Fibocchi credendo di
trovare documenti relativi all’inchiesta su
Sindona , forse addirittura la famosa lista
dei 500 esportatori clandestini di valuta. I giudici Turone e Colombo, in
effetti stavano indagando su Sindona e non su Gelli, anche se erano ben coscienti del potere di Gelli e avevano messo in pratica ogni accorgimento perché
la perquisizione non andasse a vuoto. Ma invece della lista dei 500 trovarono un’altra lista
,una lista con 953 nomi, gli iscritti alla P2, un gotha della politica, della
finanza , del giornalismo, dell’apparato militare. Nella lista erano rappresentate
tutte le forze politiche tranne i comunisti. Non
si può dire il panico che la scoperta provocò. Intanto l’elenco dei nomi restò segreto per
due mesi. I magistrati avevano mandato tutta la documentazione al presidente
del consiglio Arnaldo Forlani e questi s’era ben guardato dal renderla pubblica. Ma i giornali sapevano della lista, sapevano
dei 953 nomi eccellenti contenuti nell’elenco. E grazie a delle
indiscrezioni, sui settimanali uscirono spezzoni di
lista con alcuni nomi, questo aumentò il terrore generale. Quando
finalmente il capo del governo ricevette dai giudici
milanesi il nulla osta alla pubblicazione, il clamore fu enorme, nella lista
erano presenti tre ministri - Foschi, Manca e Sarti – un segretario di
partito – Longo del PSDI - Forlani dovette
dimettersi , non riuscì a resistere allo scandalo. La
pubblicazione delle liste diede luogo a cinque inchieste e provocò
conseguenze soprattutto nel settore militare, dove si procedette a
sostituzioni e rimozioni. Tutti
gli apparati in effetti da quello dei giudici a
quello interno ai partiti, misero in moto processi ai piduisti
per accertare il significato della presenza nella lista ( quasi tutti gli
accusati si difesero dicendo che Gelli li aveva
inseriti a forza o che si trovavano” in sonno”da molto tempo o che s’erano
iscritti si , ma tanto per cedere alle istanze di qualche persona stimabile e
senza sapere bene quello che facevano) . Nella
maggior parte dei casi i processi si chiusero con delle assoluzioni. Ma certo
la lista, a chi sapeva leggere, spiegarono parecchie
carriere fulminanti e parecchie intese altrimenti inspiegabili. La
pubblicazione della lista provocò pure una valanga di smentite. Tra i
personaggi noti chiamati in causa, non ve ne furono che due ad ammettere
francamente essere entrati nella Loggia, il socialista Cicchetto
(oggi uomo di punta di FI) e il giornalista presentatore Maurizio Costanzo. Costanzo
si “confessò”
pubblicamente con Gianpaolo Pansa e Cicchitto ammesso lo sbaglio sparì letteralmente dalla
scena politica, ma dopo 23 anni sia Costanzo che Cicchetto sono più che
mai alla ribalta….Continua Un papa morto perché sapeva e voleva.. Il Papa è morto perché sapeva
troppo, ed era disposto a prendere seri
provvedimenti riguardo a quello che sapeva. Sapeva che elementi importanti
della gerarchia ecclesiastica, incluso lo stesso segretario di Stato , il cardinale Jean–Marie Villot, appartenevano a organizzazioni massoniche, un
atto che la chiesa puniva con l’immediata scomunica, ebbe anche la disgrazia
di capire che il suo istituto per le Opere Religiose, lo IOR, meglio noto
come Banca Vaticana, era capeggiata da un uomo corrotto che, in collusione
con un altro della sua stessa “stirpe”, ma nel Banco Ambrosiano, riciclava
denaro della Mafia e di altre dubbie fonti. Paul Marcinkus per la Banca Vaticana e Roberto Calvi per il
Banco Ambrosiano, manovrati entrambi , da Licio Gelli, la mente che aveva orchestrato l’intero piano di
riciclaggio del denaro sporco. Attraverso società di copertura aperte in
America del Sud e nel nord Europa e,
successivamente, acquistando banche estere o servendosi di alcune filiali
dell’Ambrosiano per fare entrare o smistare denaro. Moltissimo denaro. Finchè l’affare andò bene, Calvi fu soprannominato da
Paolo VI il << banchiere di Dio>> Ad un certo punto, però,
cominciarono ad alzare il tiro, soprattutto Gelli,
che pretese ancora più denaro, sempre attraverso la Banca Vaticana e
l’Ambrosiano. Ovviamente cominciarono a sorgere sospetti e, nonostante
fossero dei banchieri brillanti, Calvi e Marcinkus
commisero degli errori,cosi finirono per far
esplodere quello che passò alla storia come lo Scandalo della Banca Vaticana
…continua Bernardo Provenzano e la nuova mafia Oggi Bernardo
Provenzano è rinchiuso nel carcere di Trani. E’ controllato a vista, ma sta bene: a ripreso
peso e scrive tutto il giorno. Dopo il successo dell’11 aprile, come è d’uso in questi casi, tutti si sono complimentati
con i magistrati e la polizia: destra , sinistra e centro. Solo il premier
uscente, Silvio Berlusconi, non ha detto una parola La nostra legislatura ha portato
sugli scranni di Montecitorio e di Palazzo Madama un
bel gruppetto di rappresentanti del popolo italiano che per anni hanno avuto rapporti con esponenti di primo piano della
mafia. Giulio Andreotti è stato addirittura a un passo dal diventare presidente del Senato: undici
giorni dopo la cattura dello zio, l’UDC e Forza Italia lo hanno candidato
ufficialmente. Il centrosinistra si è opposto, ma solo perché su quella
poltrona doveva sedere Franco Marini. In Parlamento si sono contate sulle
dita di una sola mano le voci che hanno ricordato i legami tra il senatore a
vita e i boss. Legami confermati anche dalla Cassazione che nel Terrorismo,
gli ex di tutto Un'immagine racconta una storia,
spesso più di tante parole. E crea una polemica che però
passa sotto silenzio: stiamo parlando di quella nata sulle pagine di Dagospia, il sito di Roberto D'Agostino. Dove, qualche
giorno fa, il paparazzo Umberto Pizzi ha fotografato
dopo trent'anni ex brigatisti ed ex Nar in un ricongiungimento incredibile. Nessuno avrebbe
mai potuto vedere insieme Adriana Faranda e
Francesca Mambro, Valerio Morucci
e Giusva Fioravanti. Il tutto durante la
presentazione del libro di Andrea Colombo,
giornalista del Manifesto, "Storia nera". Tratta della strage di
Bologna e sostiene che Francesca Mambro e Valerio
Fioravanti, pluricondannati, sono innocenti. Pizzi
fa il suo reportage e si lascia scappare un commento: "In Italia, tutto
finisce a tarallucci e vino. Ma
non è stato un bello spettacolo vedere i superstiti delle lotte armate che
parlavano amabilmente di stragi e misteri. I familiari dei caduti del
terrorismo non ringraziano". Tra i presenti anche Anna Maria Cossiga figlia del
presidente emerito Francesco, ministro dell’Interno al tempo del rapimento di Aldo Moro, presidente del Consiglio al tempo della
strage di Bologna. La Mambro, sempre su Dagospia, interviene rivendicando il diritto di
incontrare "vecchi nemici per capire e condannare meglio". Poteva succedere una cosa simile?
Assistere ad un incontro in cui la Faranda appare
sorridente insieme alla Mambro? Il carcere è anche
"pagare" e una volta che hai "pagato"
sei a posto. Qui non si tratta di invocare misure più o
meno restrittive verso ex terroristi rossi e neri, è un problema
giuridico o forse - soprattutto? - morale di tanti giudici
che hanno concesso benefici, sconti e quant'altro
sulla base delle leggi votate dai politici hanno permesso in tutti questi
anni. Mentre fuori le polemiche sono state accantonate: dieci anni fa,
nel chiudere la prima puntata di "Anima Mia", lo show dedicato agli
anni '70, Fabio Fazio sottolineò con dispiacere
l'assenza di Adriano Sofri, in carcere a Pisa.
Qualcuno, il giorno dopo, gli fece osservare con dispiacere
quella del commissario Luigi Calabresi, al momento all'altro mondo. Oggi invece una bella riunione di ex nemici con volti distesi e sorridenti sembra
chiudere quegli anni tremendi e nessuno dice nulla. Doveva andare proprio
così? Qualcuno ha mai spiegato alla signora Leonardi,
vedova del maresciallo capo della scorta di Aldo
Moro, perché la Fiat 130 blindata promessa alla fine del 1977 non era stata
ancora consegnata? Qualcun’altro ha ascoltato il
dolore di Torreggiani? E
di tutti i feriti, gambizzati in nome del "colpirne uno per educarne
cento", i morti dell'Italicus, Piazza della
Loggia, Piazza Fontana, Bologna? Lasciamo ad altri questa risposta,
prima di tutto alle coscienze di chi ha commesso certe cose. Però ci sono
delle parole inquietanti utili come epitaffio, scritte da un morto che forse aveva previsto tutto. Si chiama Pier Paolo Pasolini, assassinato una notte di novembre del 1975. Che nel suo romanzo incompiuto Petrolio immagina un
attentato alla stazione di Torino molto - troppo? - somigliante a quello di
Bologna. E che così conclude la traccia del suo
romanzo, scritta nella primavera o estate del 1972: "Un angelo mandato
dal Dio di A sconosciuto a tutti, giunge nel palazzo del Petrolio, durante
una seduta a cui è presente anche il Ministro delle Partecipazioni statali
(nella sala ci sono B, il protagonista, e un gruppo di fascisti, N.d.R.)...
Tutto procede a gonfie vele, malgrado la loro tragedia. L’angelo li guarisce.
B ritorna un uomo e i fascisti degli esseri umani. Adesso che sono guariti,
devono decide e cosa fare. Decidono che tutto continui come prima". Come
se nulla fosse accaduto. Antonino
D’Anna |
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informazioni sull’argomento il nuovo sito in costruzione . In memoria delle 257
vittime delle stragi Portella della Ginestra – 11
morti – 1 maggio 1947 Malga Sasso (Bolzano) – 3 morti – 9
settembre 1966 Cima Vallona (
Belluno) – 4 morti – 25 giugno 1967 Piazza Fontana (Milano) – 17 morti – 12
dicembre 1969 Gioia Tauro
–Treno freccia del Sud
- 6 morti – 22 luglio 1970 Peteano di Sagrato – 3 morti –
31 maggio 1972 Questura di Milano – 4 morti -17 maggio 1973 Piazza della Loggia – 8 morti – 28 maggio 1974 Treno Italicus
( San Benedetto Val di Sembro) 12 morti – 4 agosto 1974 Bologna –Stazione centrale – 81 morti –
2 agosto 1980 Treno rapido 904 – 17 morti – 23
dicembre 1984 Strage di Ustica
- 81 morti – 27 giugno 1980 Via dei Georgofili
(Firenze) – 5 morti – 27 maggio 1993 Via Palestro (
Milano) – 5 morti – 27 luglio 1993 |
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