Avvenimenti Italiani

“Un Paese  senza memoria è un paese senza futuro”

 

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"...E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro: Noi ricordiamo. Ecco dove alla lunga avremo vinto noi. E verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare una tal quantità di cose che potremo costruire la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare, in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi, nella quale sotterrare la guerra."

R. Bradbury

"Fahrenheit 451"

 

Tutto inizia da qui, da Portella della Ginestra….

La pagina più sanguinosa della festa del lavoro venne scritta nel 1947 a Portella della Ginestra, dove circa duemila persone del movimento contadino si erano date appuntamento per festeggiare la fine della dittatura e il ripristino delle libertà, mentre cadevano i secolari privilegi di pochi, dopo anni di sottomissione a un potere feudale. La banda Giuliano fece fuoco tra la folla, provocando undici morti e oltre cinquanta feriti. La Cgil proclamò lo sciopero generale e puntò il dito contro "la volontà dei latifondisti siciliani di soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori". La strage di Portella delle Ginestre, secondo l'allora ministro dell'Interno, Mario Scelba, chiamato a rispondere davanti all'Assemblea Costituente, non fu un delitto politico. Ma nel 1949 il bandito Giuliano scrisse una lettera ai giornali e alla polizia per rivendicare lo scopo politico della sua strage. Il 14 luglio 1950 il bandito fu ucciso dal suo luogotenente, Gaspare Pisciotta, il quale a sua volta fu avvelenato in carcere il 9 febbraio del 1954 dopo aver pronunciato clamorose rivelazioni sui mandanti della strage di Portella.

La carneficina durò un paio di minuti. Alla fine la mitragliatrice tacque e un silenzio carico di paura piombò sulla piccola vallata. Era il 1° maggio 1947 e a Portella della Ginestra si era appena compiuta la prima strage dell’Italia11 morti, due bambini e nove adulti. 27 i feriti. Tutti poveri contadini siciliani. Che a sparare dalle alture, sulla folla radunata a celebrare la festa del lavoro, erano stati gli uomini del bandito Salvatore Giuliano, gli italiani lo scopriranno solo quattro mesi dopo, nell’autunno del 1947. Ma mai riusciranno a sapere chi armò la mano di quei briganti, comodi residui della storia, incarnazione di un fenomeno del passato, che ancora sopravviveva nella Sicilia dei compromessi e degli intrighi.
Ma chi era Salvatore Giuliano? Perché massacrò 11 innocenti? Chi trasformò  una   banda  di  predoni in un’armata irredentista e separatista? Chi decise di utilizzare politicamente un bandito per spegnere le tensioni sociali della Sicilia del dopoguerra? E quale patto segreto lo Stato strinse con la mafia che lo eliminò dalla scena?

 

Ostia, 2 novembre 1975, giorno dei morti. In uno squallido sterrato non lontano dal mare, adiacente a una baraccopoli estiva dove il proletariato romano trascorre le sue povere vacanze, fingendo di essere in villa, viene trovato il cadavere martoriato di Pier Paolo Pasolini, 53 anni, scrittore, poeta, regista, intellettuale scandaloso, personalità unica e certamente irripetibile della cultura italiana. Del suo assassinio viene accusato un 17/enne borgataro, Giuseppe Pelosi, detto - per i suoi occhi sporgenti - "Pino la rana". Sembra un nemesi ineluttabile: Pasolini è stato ammazzato brutalmente da uno di quei ragazzi di vita che tanto aveva amato, di cui tanto aveva scritto, per la cui omologazione sociale e culturale tanto si era rattristato. Un delitto tra "froci", lasciano intendere le cronache. Pasolini, che non aveva mai fatto mistero della sua omosessualità – pur rifuggendo con cura gli orpelli dannunziani o estetizzanti di cui la moderna cultura gay ama adornarsi – era stato ucciso da un giovane sbandato in cerca di denaro, che lo scrittore aveva "rimorchiato" nei torbidi dintorni della stazione Termini a Roma, con il quale si era appartato in   cerca  di  sesso  mercenario.Alla base della tragedia, una lite finita in dramma per prestazioni sessuali che Pasolini esigeva e "Pino la rana" non voleva concedergli. Così alla fine arriverà a stabilire la sentenza della Corte di Cassazione, tre anni e mezzo dopo i fatti. Tutto chiaro, allora. Pasolini è rimasto vittima dei suoi vizi e della sue turpi manie. Ma è davvero tutto così spaventosamente lineare? Nei mesi immediatamente successivi alla sua morte, una campagna stampa del settimanale "L’Europeo" - un altro fiore all’occhiello della cultura italiana - in cui fu parte attiva  la giornalista Oriana  Fallaci,  cerca  di   dimostrare che Pasolini è stato ucciso non solo dal minorenne Pelosi, ma che assieme a lui quella sera c’erano altre persone: altri borgatari, forse legati a quel mondo della malavita dalla coloritura neofascista che odiava Pasolini per la sua diversità, per la sua capacità di essere controcorrente, per le sue posizioni di sinistra, appunto per la sua non omologazione. Una banda pronta a punire "il frocio" Pasolini, un banda che – sostengono alcune testimonianza – già lo aveva minacciato. C’è anche chi si spinge fino ad ipotizzare che quello di Pasolini sia un delitto su commissione, un delitto di Stato: l’intellettuale, caustico nemico del potere, assassinato da scherani del potere stesso. Non si trattava, però, di fantasie giornalistiche. Senza avventurarsi fino a simili conclusioni, il tribunale dei minori (presieduto dal prof. Alfredo Carlo Moro, fratello di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate rosse che in prima istanza, nel giugno del ’76, condanna Pino Pelosi a 9 anni e sette mesi di reclusione per "omicidio volontario in concorso con ignoti",  stabilisce  che  quella   notte Pino la rana" non era solo e non agì da solo. Una sentenza che sarà poi ribaltata in appello nel dicembre dello stesso anno e poi in Cassazione, nell’aprile del ’79. Sentenze che ridurranno di poco l’entità della condanna. A un quarto di secolo dalla sua morte, i dubbi su chi realmente assassinò Pier Paolo Pasolini sono tutti ancora intatti. Pasolini continua a vivere nelle opere che ci ha lasciato e nella coscienza di chi continua ad aborrire "Il Potere" in tutte le sue stratificazioni. Quanto al suo assassino ufficiale, Giuseppe Pelosi, tornato in semilibertà nel dicembre 1982, è entrato ed uscito di galera a più riprese. La prima volta cinque giorni dopo aver saldato il suo debito con la giustizia per rapina ad un furgone postale. Poi una sequela di piccoli reati, fino all’ultimo: una rapina commessa il 1 settembre 2000. Esattamente la notte di 24 anni e 11 mesi prima Pino Pelosi si trovava ad Ostia, su uno squallido sterrato non lontano dal mare. Assieme a Pier Paolo PasoliniContinua……

 

Le stragi in Italia: gli anni di piombo
Quei morti innocenti non vanno dimenticati

135 vittime e 550 feriti in quella che fu definita un’azione nella “strategia della tensione” in Italia.

È stata una particolarità del terrorismo europeo l’uso di attentati e di massacri indiscriminati, mirati a spostare a destra l’asse politico del paese, dalla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, alla strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980.

Tornavo da Praga e sbagliarono la prenotazione delle cuccette a Vienna. Una capostazione mi disse: “ Sei italiana... ci sono stati morti a migliaia in un attentato gravissimo, non mi ricordo dove...”

Fu un ritorno angosciato e difficilissimo: i treni che andavano a sud avevano ritardi incalcolabili per via delle conseguenze dell’attentato a Bologna, nodo ferroviario di passaggio obbligatorio. Non c’era, acqua, i bagni erano inservibili  faceva molto caldo ma soprattutto era la mancanza di notizie precise, la sensazione di quel filo nero che vincolava tutti quei morti e quei nomi elencati da un terrorismo nero internazionale, quel filo nero, rosso di sangue, che percorreva quasi tutto il pianeta.  

La prima strage della serie, e sono già passati 37 anni, fu quella di piazza Fontana, detta la “strage di Stato”.  Poi a Gioia Tauro nel luglio 1970, a Peteano il 31 maggio 1972, alla Questura di Milano il 17 maggio 1973, a Brescia il 28 maggio 1974, le bombe sull’Italicus il 4 agosto 1974 e  Bologna il 2 agosto 1980. Inoltre le numerosissime e dimenticate stragi mancate nell’Arena di Verona, nello stadio di Varese,  le auto bombe di Roma e di Milano.

Un dibattito quasi schizofrenico ha sempre accompagnato la – Voluta? - perdita di memoria per queste tragedie.

C’è chi ha contestato le definizioni di “strategia della tensione” e “strage di Stato”  perchè le presenze, le finalità e le matrici dei vari tasselli di un mosaico con diverse strategie  e diverse tattiche volevano  “stabilizzare” il quadro politico. 

È interessante questo frammento da “Quel filo nero dal 12 dicembre alla strage di Bologna”: - E si sostiene che l’ipotesi che stava dietro alla formula dell’eversione di Stato non avrebbe retto, perché non è stato provato che i “servizi” avevano  materialmente piazzato gli ordigni mortali. Più di un anno fa i familiari delle vittime di piazza Fontana scrissero a Ciampi che occorreva stanziare fondi per salvare e informatizzare quei documenti: -Cosa diremo alle nuove generazioni quando ci chiederanno spiegazioni di questo: forse che il deficit pubblico è aumentato e che quindi è giusto sacrificare la memoria del Paese nonostante che spesso abbiamo sentito dire che un Paese  senza memoria è un paese senza futuro?-. Sono parole che ci sentiamo di sottoscrivere. Augurandoci che la nostra piccola, ma densa enciclopedia delle stragi di Stato possa offrire un contributo alla battaglia di verità  e di giustizia -.

Gioia Minuti

 

Aldo Moro….un rapimento ed una morte annunciata

Una “fantastica” ricostruzione delle ultime ore del presidente Dc.

L’uomo che vediamo seduto nell’atto di scrivere si chiama Aldo Moro. L’oggetto della sua scrittura è una missiva alla famiglia, un’altra delle molte che ha inviato, anche a Paolo VI e ai principali dirigenti del suo partito, da quando si trova prigioniero delle Brigate rosse, e nelle mani di Mario in particolare, ormai da 55 giorni.

Anche se non sembra, quest’uomo dall’aspetto tranquillo e sereno è stato gia per ben cinque volte il presidente del Consiglio dei ministri . Il nuovo governo, capeggiato da Giulio Andreotti, non accetta di trattare con i terroristi che esigono la liberazione di alcuni prigionieri politici per poter rilasciare  Moro. Dato che questo è fuori discussione e che il primo ministro sostiene che lo stesso prigioniero sia contrario a qualsiasi negoziazione con questo genere di persone, è difficile prevedere quale sarà la sorte di Aldo Moro, leader della Democrazia Cristiana al momento del suo rapimento 55 giorni prima in via Fani.

Da quel giorno Moro si vede e parla esclusivamente con Mario. Gli interrogatori dell’inizio, nel tentativo di raccogliere informazioni, sono diventati in seguito lunghe conversazioni, durante le quali Moro si è rivelato un uomo ammirevole agli occhi di Mario, tanto da meritarne il rispetto e la benevolenza.

Ma Mario sembra profondamente deluso dalla posizione del governo e dei militanti del suo stesso partito. Nessuno ha alzato un dito per salvarlo nonostante abbia spiegato nelle lettere , da lui inviate, che il governo deve sempre mettere al primo posto la vita delle persone. La maggior parte dei membri della Dc, del governo e dello stesso Primo Ministro ritengono che Moro sia stato costretto dai suoi rapitori a scrivere tali lettere e che esse non manifestano affatto il suo reale parere sull’argomento. Niente di più sbagliato.

Mario potrebbe desistere dalle sue pretese e darsi per vinto. Ma potrebbe anche voler trasmettere un segnale di forza e uccidere Moro come forma di intimidazione , assicurandosi così il successo di futuri rapimenti.

O forse Mario non è che una semplice pedina sulla scacchiera, totalmente privo di potere, insomma , un mero esecutore. Comunque sia, Moro è pienamente convinto di non uscirne vivo. Ma lasciamo Moro a redigere la sua lettera in questa stanza di via  Montalcini ..., e procediamo verso un altro vano del medesimo appartamento, il soggiorno, dove  ora Mario risponde al telefono. Ci sono altri tre uomini con lui, due che guardano la televisione e uno che legge il giornale.

- Pronto?

- E’ oggi – dice una voce maschile all’altro capo della linea – Procedete con il piano.

- Sarà fatto, - afferma Mario

- Richiamo fra mezz’ora. L’americano vuole che la cosa sia risolta quanto prima.

- Sarà fatto – ripete Mario, riattaccando la cornetta- Facciamola finita, - dice agli altri.

- Pensi sia la cosa migliore da fare? – interviene l’uomo che sta leggendo il giornale, titubante.

- Non dipende da noi. Non possiamo più tornare indietro.

- Penso ancora sia meglio liberarlo. Siamo già andati oltre quello che avevamo pensato. Il nostro messaggio è stato recepito. Ora loro sanno che non sono più al sicuro

- dichiara lo stesso uomo.

- Questa non è la nostra lotta Mario, - esterna uno degli uomini che stava guardando la televisione.

- Quando ci siamo messi in questa storia, sapevamo benissimo come sarebbe andata a finire. E lo abbiamo accettato – aggiunge Mario.

- Non contare su di me per premere il grilletto, - afferma l’altro.

- su di me, - avverte l’uomo che con lui condivide il divano e che non ha detto nulla fino a questo momento.

- Dovevamo liberarlo non siamo i zerbini di nessuno.

- Assolutamente no. Dobbiamo farla finita oggi stesso.

Non torneremo indietro,- asserisce Mario, tentando di convincere della natura esclusivamente politica e non personale di quella decisione. Il destino di Moro era già tracciato dal 16 marzo, era solo questione di tempo. Ed è questo il momento di agire.

Mario si dirige verso la stanza e gira la chiave della porta. Aldo Moro si trova ancora seduto a scrivere una lettera ai suoi cari.

- Si alzi. Andiamo via, - ordina Mario, mascherando una certa agitazione.

- Dove andiamo? – domanda Moro terminando la missiva.

- Verrà trasferito in un altro luogo, - risponde Mario prendendo una coperta e piegandola, senza guardare il prigioniero negli occhi.

- Le spiace farla recapitare? – Moro ha una lettera in mano.

- Sarà fatto, - Mario prende la lettera e mette la coperta sotto il braccio.

I due uomini si guardano per qualche istante. Mario non riesce a reggere gli occhi cristallini e franchi di Moro ed è il primo ad interrompere il contatto. Non è necessario dire più nulla. Moro ha compreso.

Scendono fino all’auto parcheggiata nel garage. Moro davanti con gli occhi bendati, guidato da Mario e gli altri tre uomini dietro. Giunti al garage, fanno entrare  Moro nel bagagliaio di una Renault 4 rossa.

- Si copra con questa coperta, - ordina Mario.

Non appena Moro si copre, Mario e solo Mario, a occhi chiusi, tentando di convincere la sua coscienza dell’inevitabilità di quest’atto e della mancanza di un’altra via d’uscita gli scarica addosso undici pallottole. Nessun altro spara con la propria arma. Il piano è compiuto.- Con tanti saluti dei signori Kissinger e Andreotti……Continua

 

L’Italia della P2

I  magistrati andarono a perquisire gli uffici di Gelli a Castiglion Fibocchi credendo di trovare documenti relativi all’inchiesta su  Sindona , forse addirittura la famosa lista dei 500 esportatori clandestini di valuta. I giudici Turone  e Colombo, in effetti stavano indagando su Sindona e non su Gelli, anche se erano ben coscienti del potere di Gelli e avevano messo in pratica ogni accorgimento perché la perquisizione non andasse a vuoto.

Ma invece della lista dei 500 trovarono un’altra lista ,una lista con 953 nomi, gli iscritti alla P2, un gotha della politica, della finanza , del giornalismo, dell’apparato militare. Nella lista erano rappresentate tutte le forze politiche tranne i comunisti.

Non si può dire il panico che la scoperta provocò. Intanto l’elenco dei nomi  restò segreto per due mesi. I magistrati avevano mandato tutta la documentazione al presidente del consiglio Arnaldo Forlani e questi s’era ben guardato dal renderla pubblica.

Ma i giornali sapevano della lista, sapevano dei 953 nomi eccellenti contenuti nell’elenco. E grazie a delle indiscrezioni, sui settimanali uscirono spezzoni di lista con alcuni nomi, questo aumentò il terrore generale.

Quando finalmente il capo del governo ricevette dai giudici milanesi il nulla osta alla pubblicazione, il clamore fu enorme, nella lista erano presenti tre ministri - Foschi, Manca e Sarti – un segretario di partito – Longo del PSDI -  Forlani dovette dimettersi , non riuscì a resistere allo scandalo.

La pubblicazione delle liste diede luogo a cinque inchieste e provocò conseguenze soprattutto nel settore militare, dove si procedette a sostituzioni e rimozioni.

Tutti gli apparati in effetti da quello dei giudici a quello interno ai partiti, misero in moto processi ai piduisti per accertare il significato della presenza nella lista ( quasi tutti gli accusati si difesero dicendo che Gelli li aveva inseriti a forza o che si trovavano” in sonno”da molto tempo o che s’erano iscritti si , ma tanto per cedere alle istanze di qualche persona stimabile e senza sapere bene quello che facevano) .

Nella maggior parte dei casi i processi si chiusero con delle assoluzioni. Ma certo la lista, a chi sapeva leggere, spiegarono parecchie carriere fulminanti e parecchie intese altrimenti inspiegabili.

La pubblicazione della lista provocò  pure una valanga di smentite. Tra i personaggi noti chiamati in causa, non ve ne furono che due ad ammettere francamente essere entrati nella Loggia, il socialista Cicchetto (oggi uomo di punta di FI) e il giornalista presentatore Maurizio Costanzo.

Costanzo si  “confessò” pubblicamente con Gianpaolo Pansa e Cicchitto ammesso lo sbaglio sparì letteralmente dalla scena politica, ma dopo 23 anni sia Costanzo che Cicchetto sono più che mai  alla ribalta….Continua

 

Un  papa morto perché sapeva e voleva..

Il Papa è morto perché sapeva troppo, ed era disposto a prendere seri provvedimenti riguardo a quello che sapeva. Sapeva che elementi importanti della gerarchia ecclesiastica, incluso lo stesso segretario di Stato , il cardinale Jean–Marie Villot, appartenevano a organizzazioni massoniche, un atto che la chiesa puniva con l’immediata scomunica, ebbe anche la disgrazia di capire che il suo istituto per le Opere Religiose, lo IOR, meglio noto come Banca Vaticana, era capeggiata da un uomo corrotto che, in collusione con un altro della sua stessa “stirpe”, ma nel Banco Ambrosiano, riciclava denaro della Mafia e di altre dubbie fonti. Paul Marcinkus per la Banca Vaticana e Roberto Calvi per il Banco Ambrosiano, manovrati entrambi , da Licio Gelli, la mente che aveva orchestrato l’intero piano di riciclaggio del denaro sporco. Attraverso società di copertura aperte in America del Sud e nel nord Europa e, successivamente, acquistando banche estere o servendosi di alcune filiali dell’Ambrosiano per fare entrare o smistare denaro. Moltissimo denaro. Finchè l’affare andò bene, Calvi fu soprannominato da Paolo VI il << banchiere di Dio>>  Ad un certo punto, però, cominciarono ad alzare il tiro, soprattutto Gelli, che pretese ancora più denaro, sempre attraverso la Banca Vaticana e l’Ambrosiano. Ovviamente cominciarono a sorgere sospetti e, nonostante fossero dei banchieri brillanti, Calvi e Marcinkus commisero degli errori,cosi finirono per far esplodere quello che passò alla storia come lo Scandalo della Banca Vaticana …continua

 

Bernardo Provenzano e la nuova mafia

Oggi Bernardo Provenzano è rinchiuso nel carcere di Trani. E’ controllato a vista, ma sta bene: a ripreso peso e scrive tutto il giorno. Dopo il successo dell’11 aprile, come è d’uso in questi casi, tutti si sono complimentati con i magistrati e la polizia: destra , sinistra e centro. Solo il premier uscente, Silvio Berlusconi, non ha detto una parola

La nostra legislatura ha portato sugli scranni di Montecitorio e di Palazzo Madama un bel gruppetto di rappresentanti del popolo italiano che per anni hanno avuto rapporti con esponenti di primo piano della mafia. Giulio Andreotti è stato addirittura a un passo dal diventare presidente del Senato: undici giorni dopo la cattura dello zio, l’UDC e Forza Italia lo hanno candidato ufficialmente. Il centrosinistra si è opposto, ma solo perché su quella poltrona doveva sedere Franco Marini.

In Parlamento si sono contate sulle dita di una sola mano le voci che hanno ricordato i legami tra il senatore a vita e i boss. Legami confermati anche dalla Cassazione che nel 2004 ha fatto proprie le motivazioni con cui i giudici, dopo aver stabilito che << Andreotti ha commesso il reato di partecipazione all’associazione per delinquere in Cosa Nostra, concretamente ravvisabile fino alla primavera 1980>>, hanno dichiarato il tutto << estinto per prescrizione>>….continua

 

Terrorismo, gli ex di tutto

Un'immagine racconta una storia, spesso più di tante parole. E crea una polemica che però passa sotto silenzio: stiamo parlando di quella nata sulle pagine di Dagospia, il sito di Roberto D'Agostino. Dove, qualche giorno fa, il paparazzo Umberto Pizzi ha fotografato dopo trent'anni ex brigatisti ed ex Nar in un ricongiungimento incredibile. Nessuno avrebbe mai potuto vedere insieme Adriana Faranda e Francesca Mambro, Valerio Morucci e Giusva Fioravanti. Il tutto durante la presentazione del libro di Andrea Colombo, giornalista del Manifesto, "Storia nera". Tratta della strage di Bologna e sostiene che Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, pluricondannati, sono innocenti. Pizzi fa il suo reportage e si lascia scappare un commento: "In Italia, tutto finisce a tarallucci e vino. Ma non è stato un bello spettacolo vedere i superstiti delle lotte armate che parlavano amabilmente di stragi e misteri. I familiari dei caduti del terrorismo non ringraziano". Tra i presenti anche Anna Maria Cossiga figlia del presidente emerito Francesco, ministro dell’Interno al tempo del rapimento di Aldo Moro, presidente del Consiglio al tempo della strage di Bologna. La Mambro, sempre su Dagospia, interviene rivendicando il diritto di incontrare "vecchi nemici per capire e condannare meglio".

Poteva succedere una cosa simile? Assistere ad un incontro in cui la Faranda appare sorridente insieme alla Mambro? Il carcere è anche "pagare" e una volta che hai "pagato" sei a posto. Qui non si tratta di invocare misure più o meno restrittive verso ex terroristi rossi e neri, è un problema giuridico o forse - soprattutto? - morale di tanti giudici che hanno concesso benefici, sconti e quant'altro sulla base delle leggi votate dai politici hanno permesso in tutti questi anni. Mentre fuori le polemiche sono state accantonate: dieci anni fa, nel chiudere la prima puntata di "Anima Mia", lo show dedicato agli anni '70, Fabio Fazio sottolineò con dispiacere l'assenza di Adriano Sofri, in carcere a Pisa. Qualcuno, il giorno dopo, gli fece osservare con dispiacere quella del commissario Luigi Calabresi, al momento all'altro mondo.

Oggi invece una bella riunione di ex nemici con volti distesi e sorridenti sembra chiudere quegli anni tremendi e nessuno dice nulla. Doveva andare proprio così? Qualcuno ha mai spiegato alla signora Leonardi, vedova del maresciallo capo della scorta di Aldo Moro, perché la Fiat 130 blindata promessa alla fine del 1977 non era stata ancora consegnata? Qualcun’altro ha ascoltato il dolore di Torreggiani? E di tutti i feriti, gambizzati in nome del "colpirne uno per educarne cento", i morti dell'Italicus, Piazza della Loggia, Piazza Fontana, Bologna?

Lasciamo ad altri questa risposta, prima di tutto alle coscienze di chi ha commesso certe cose. Però ci sono delle parole inquietanti utili come epitaffio, scritte da un morto che forse aveva previsto tutto. Si chiama Pier Paolo Pasolini, assassinato una notte di novembre del 1975. Che nel suo romanzo incompiuto Petrolio immagina un attentato alla stazione di Torino molto - troppo? - somigliante a quello di Bologna. E che così conclude la traccia del suo romanzo, scritta nella primavera o estate del 1972: "Un angelo mandato dal Dio di A sconosciuto a tutti, giunge nel palazzo del Petrolio, durante una seduta a cui è presente anche il Ministro delle Partecipazioni statali (nella sala ci sono B, il protagonista, e un gruppo di fascisti, N.d.R.)... Tutto procede a gonfie vele, malgrado la loro tragedia. L’angelo li guarisce. B ritorna un uomo e i fascisti degli esseri umani. Adesso che sono guariti, devono decide e cosa fare. Decidono che tutto continui come prima". Come se nulla fosse accaduto.

Antonino D’Anna

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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In memoria delle 257 vittime delle stragi

Portella della Ginestra – 11 morti – 1 maggio 1947

Malga Sasso (Bolzano) – 3 morti – 9 settembre 1966

Cima Vallona ( Belluno) – 4 morti – 25 giugno 1967

Piazza Fontana (Milano) – 17 morti – 12 dicembre 1969

Gioia Tauro –Treno freccia del Sud  - 6 morti – 22 luglio 1970

Peteano di Sagrato – 3 morti – 31 maggio 1972

Questura di Milano – 4 morti -17 maggio 1973

Piazza della Loggia –  8 morti – 28 maggio 1974

Treno Italicus ( San Benedetto Val di Sembro) 12 morti – 4 agosto 1974

Bologna –Stazione centrale – 81 morti – 2 agosto 1980

Treno rapido 904 – 17 morti – 23 dicembre 1984

Strage di Ustica - 81 morti – 27 giugno 1980

Via dei Georgofili (Firenze) – 5 morti – 27 maggio 1993

Via Palestro ( Milano) – 5 morti – 27 luglio 1993

 

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