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Brigate rosse: “ punire i dirigenti”

 

 

Martedì 21 ottobre 1973, nel tardo pomeriggio, un dirigente della Singer, cade nell’agguato teso da tre brigatisti. Aggressione, gogna, ferimento. Dice” La Stampa”: <<Costretto con le armi a inginocchiarsi, lo hanno fotografato, poi,con freddezza, gli hanno sparato nelle gambe: due colpi, un proiettile lo ha ferito all’altezza del ginocchio destro. La vittima è Enrico Boffa, 41 anni, abita a Rivoli, sposato con due figli; è direttore del personale dello stabilimento a Leinì. Le Brigate rosse lo avevano già preso di mira il due febbraio scorso; all’alba una bomba aveva semidistrutto la sua auto, una 125 special. Un ordigno potente, era una molotov con un sofisticato timer.

Alle 18.45, Enrico Boffa rincasa dal lavoro. Parcheggia la sua auto nel box. Sta per chiudere la serranda, quando dalla penombra sbucano tre uomini a volto scoperto, le pistole strette in pugno. Lo scaraventano a terra, gli puntano la canna della pistola alla tempia e gli intimano di star fermo: << Non muoverti, altrimenti sei morto>>. Poi lo inginocchiano, e gli appendono al  collo un cartello: << Brigate rosse. Trasformare la lotta contrattuale in scontro di potere per battere il disegno presidenziale e corporativo di Agnelli e Leone e il compromesso storico di Berlinguer>>.

Boffa viene fotografato, in ginocchio e con il cartello al collo. Attimi sdi silenzio, l’uomo non tenta neppure di alzare gli occhi, gli aggressori sembrano voler andarsene quando si odono due detonazioni, Boffa avverte immediatamente un forte dolore alla gamba destra, un proiettile lo ha colpito sotto il ginocchio. Boffa era stato avvertito più volte dai carabinieri di una possibile aggressione nei suoi confronti.

Le reazioni all’aggressione sono molto dure, La Federazione lavoratori metalmeccanici, dichiara che il nuovo atto criminale realizzato dalle Brigate rosse ai danni del dott Boffa, non sono accettabili e avventuristici , che la violenza non appartiene alla classe operaia. Il quotidiano “L’Unità” : <<Le sedicenti Brigate rosse si sono fatte vive alla Singer, una delle fabbriche dove la lotta è più dura, dove  ai lavoratori più serve una strategia e una tattica intelligente che allarghi attorno a loro la solidarietà e susciti gli interventi  più efficaci. Si tratta di un atto provocatorio contro i lavoratori, di nemici dei lavoratori, della loro causa.

Alla Singer la situazione è davvero grave, drammatica: i responsabili della multinazionale, alla fine di agosto, hanno deciso di tagliare il << ramo secco>> di Leìnì per << gravi difficoltà economiche-finanziarie. L’occupazione della fabbrica è stata  ‘l’immediata reazione dei lavoratori.

Dal primo settembre, hanno deciso gli americani, cassa integrazione a zero ore per i 1788 operai. Le birre emettono un comunicato nel quale accusano Boffa di essere stato:

“assieme a Fiorini e Savino, il promulgatore della politica aziendale nello stabilimento. Una politica aziendale che si è manifestata attraverso l’uso dei fascisti fino al ’72, il non rispetto degli accordi aziendali., il rafforzamento costante dell’apparato spionistico di controllo, la cassa integrazione usata da un anno a questa parte in modo sfacciatamente provocatorio, i licenziamenti…ecc e ora dando il pieno sostegno alla decisione dei padroni  americani di chiudere lo stabilimento.”

 

Il giorno dopo l’aggressione a Boffa, un’impresa simile a Genova contro il capo del personale dello stabilimento di Sanpierdarena  dell’Ansaldo nucleare, dott Vincenzo Casabona, già minacciato all’epoca del sequestro Amerio con volantini sui quali era scritto: << Oggi Amerio, domani Casabona>>.

L’azione poco prima delle 20, l’ingegnere, 47 anni, considerato dagli operai, un capo” molto comprensivo” per niente un duro, rincasa dal lavoro

Con lui è il figlio di pochi anni Luigi. Parcheggia l’auto nel box del cortile del suo condominio, sta per entrare nel portone quando tre sconosciuto con armi in pugno, volto scoperto, poco lontano al volante di un furgone con il motore acceso un quarto componente del commando.

L’ingegnere viene ammanettato,incappucciato, caricato di peso sul furgone. Un viaggio di circa un’ora poi il “processo” :<< Mi hanno tolto il cappuccio e , dopo avermi messo una benda sugli occhi, incatenato ad un albero. Mi hanno fatto moltissime domande, di cose assurde. Stavo male, avevo molta paura. Mi hanno chiesto della società, dei dirigenti. Mi hanno numerose domande sulla cassa integrazione. Quando ho detto loro che, all’Ansaldo nessuno è stato messo in cassa integrazione, si sono arrabbiati,ancora di più, hanno cominciato a picchiarmi urlandomi che ero un bugiardo.

Mi hanno poi tagliato i capelli con le forbici>>. Prima di andarsene, i brigatisti intimano l’ingegnere di lasciare il lavoro in fabbrica: << Questo è soltanto il primo avvertimento>>. Infine gli sconosciuti si allontanano, lasciando la vittima incatenata. Il “processo” si è svolto nella discarica di Recco, a pochi chilometri da Genova: le stesse birre la indicano quando telefonano a un giornale; << il dott Casabona è stato liberato>>.

Nel comunicato dell’organizzazione, per sottolineare la continuità delle azioni, è scritto: << Ieri Amerio, oggi Casabona>> I brigatisti affermano che l’ingegnere è una delle pedine principali nella politica di repressione e di ristabilimento dell’ordine produttivo all’Ansaldo.

Aggiungono che, interrogato sulla sua attività spionistica e sui metodi usati per creare un clima terroristico all’interno della fabbrica << ha svelato e confermato nomi e fatti>>. Proseguono: << Successivamente è stato << rapato>>, come si addice a un fascista suo pari>> Non sfugge il significato della data: 22 ottobre. Osservano gli inquirenti: << Forse le Brigate rosse stanno conoscendo il loro crepuscolo (sic) non hanno più un’organizzazione, basi, nascondigli, sono costrette a ricorrere ad azioni lampo perché non hanno prigioni dove nascondere gli ostaggi>>.

 

A Milano però si registra un’ennesima azione volante, sul tardo pomeriggio di mercoledì 29 ottobre, una donna e tre uomini irrompono nella sede del < Centro studi> della Confindustria, al piano terra di via Morigi 2. Alla porta gli sconosciuti dicono di essere militi della Guardia di Finanza, appena all’interno estraggono le armi: << Siamo delle Brigate rosse e dobbiamo compiere la nostra missione>>

All’interno degli uffici in quel momento sono presentii cinque persone, il direttore professor Giuseppe Longhi, Giacomo Cotto, Daniele Barbieri Fabbri, Mauro Guerrieri e Moreno Mozzi.

Le birre rovistano gli archivi alla ricerca di documenti, legano tutti i presenti e sigillano la bocca con nastro adesivo, mettono tutto a soqquadro e con la bomboletta spray tracciano sul muro la sigla dell’organizzazione e una frase contro il << compromesso storico>>, un altro cosparge il telefono di acido: << Chi tocca rimarrà ustionato>> avvertono i brigatisti. Comanda l’azione un uomo sui trentacinque anni, calmo, grassoccio, baffi orgogliosi, che da ordini precis con voce tranquilla e sicura. << Poteva essere Renato Curcio,>> diranno le vittime, ma gli inquirenti non hanno indizi certi. Scrivono sul muro anche la minaccia che l’attacco si concluderà soltanto dopo aver colpito il cuore dello stato, poi i brigatisti se ne vanno con calma.

Uno dei sequestrati riesce a scagliare contro la finestra un pesante tagliacarte con la finestra , al rumore accorre il figlio del portinaio, finisce così quel tranquillo pomeriggio di paura . Le indagini sulle birre, mai interrotte, ripartono da questo nuovo atto , gli inquirenti, prima scettici sul fatto che il commando fosse guidato da Curcio, ritengono ora più verosimile che il comandante del gruppo sia Curcio, anche suffragati dal ritrovamento di alcune copie di un manifesto autoadesivo inneggiante al << comandante Mara>>, moglie di Curcio.

 

L’indomani, a Torino, due utilitarie vengono parcheggiate davanti ai cancelli”uno” di corso Tazzoli e “17” di via Settembrini della Fiat Mirafiori. Mentre gli operai entrano per il turno pomeridiano, dagli altoparlanti montati sulle 600 viene diffuso il messaggio: << Siamo delle Brigate rosse. Il rapimento di Vincenzo Casabona a Sanpierdarena e l’aggressione al dott Enrico Boffa della Singer di Leinì non sono altro che aspetti della lotta contro la borghesia che continua la sua opera nefasta ai danni degli operai e che tende a voler una Repubblica presidenziale e il compromesso storico>>. Ogni tanto il messaggio è interrotto dall’avvertimento: << Non aprite le portiere, le macchine sono minate>>. Sulle auto, rubate due giorni prima non sono state trovate cariche esplosive.

A dicembre viene individuato a Milano un appartamento al terzo piano di via Vignoli, 47. Vi si trovano tracce recenti di volantini sul sequestro Sossi e sull’irruzione all’Ucid, un manuale per l’uso delle armi e di materiale esplodente. Il  proprietario, Mario Biondi, 30 di Modena, ha pagato il monolocale 15 milioni in contanti, il nome risulterà poi falso, inoltre l’appartamento risulta disabitato da oltre due mesi.