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L’Icmesa

Analisi
del terreno a Severo marzo 1977

Uno degli effetti della diossina

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la Diossina?
La nostra Chernobyl
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Seveso,il paradiso della diossina
Ad un anno da
quel 16 Luglio 1976
L’erba di Luglio non è
stata mai così verde, i fiori così splendenti,gli
asparagi coltivati negli orti avvelenati mai così saporiti e grandi, le
ciliegie nutrite alla diossina particolarmente sode se le sono mangiate i
militari che sorvegliano la recenzione di filo
spinato e di plastica gialla delle zone che un anno fa erano le più
inquinate: peccato che adesso in certi quartieri di rispetto o addirittura
sicuri l’inquinamento è anche più alto.
Nei morti squarci di
deserto grigio., da cui la bonifica ha strappato
280mila tonnellate di terra e 8000 metri cubi di fogliame contagiato, i
conigli selvatici e i gatti randagi si moltiplicano: sugli alberi infetti, ma
non abbastanza per essere abbattuti cinguettano gli uccelli.
I fiocchi rosa e azzurri segnano i cancelli . i
balconi delle case dove sono nati
bambini attesi con angoscia e rabbia e che appaiono belli e intatti. Da
Gennaio a Maggio a Severo ne sono nati settantadue: 114 a Meda, 138 a Cesano
Maderno, 183 a Desio, gli altri paesi su cui un anno
fa si è abbattuta la nuvola di veleno. (Luglio 1979)
Severo e questa Brianza vivono così. Il conflitto
desolato e umiliato contro il mondo degli altri, i non inquinati. –Io
faccio il cuoco in una grande mensa di Cernusco e tutto il giorno gli porto carne e verdure
comprata qui, così vedono anche loro che non c’è pericolo – Con la rivalsa
degli untori – L’hanno scorso in certe pensioni di villeggiatura non ci
volevano e adesso ci siamo comprati la roulotte , così non gli diamo più i
nostri soldi. – Con l’ansia di spezzare l’isolamento domenica siamo andati con la banda a Galdino, abbiamo scelto i
suonatori più giovani e belli gli abbiamo fatto la divisa nuova, ci hanno
fatto grandi feste.
La gente combatte una guerra
sempre più irrazionale e disperata contro “l’autorità” che del resto ha fatto
molto provocare la sfiducia e il rancore. Non è con la Givaudan
che li ha avvelenati che ce l’hanno: anche perché la ditta colpevole è
spezzante è riuscita a ottenere l’incarico di decontaminare le case più
pericolose, trasformandosi così in benefattrice: e perché con furbizia ha
cominciato a pagare il silenzio individuale della gente.
I nemici odiati sono la
Regione, il presidente Golfari,
l’assessore Rivolta. Gli operatori sociali, i politici, gli scienziati, e i
giornali. I perché dell’angoscia e dell’offesa sono tutti
giustificati da una mancata informazione seria e non “condizionata”.
Dalle decisioni contraddittorie prese dall’alto e imposte da tutte le notizie
allarmanti e tranquillizzanti gonfiate
dall’inquietudine, dalla fantasia da una sensazione di abbandono.
- L’altra notte mi sveglio
è vedo sotto casa della gente tuta bianca che spruzza dei fumi: penso adesso
per eliminare il problema ci immergono nella
diossina, ci uccidono tutti. Invece era una normale disinfestazione contro le
zanzare, perché anche loro possono portare la
diossina altrove….- Questi mostri con gli occhialoni
e gli stivali e le tute buttano senza dire niente nei tombini un liquido che
fuma, un veleno contro i topi più potente della diossina e li i nostri
bambini ci giocano.
La diossina
non sta solo avvelenando un paese con patologie già in atto e con
un’imprecisabile ma non impossibile futura catastrofe genetica: lo sta del
tutto disgregando.
Dentro le
invisibile fortezza dei veleni dietro le mura dell’incertezza
quotidiana si induriscono le divisioni, gli odi, le chiusure di una piccola
società contadina e artigiana. C’è divisione tra gli sfollati. Considerati dei privilegiati e la gente rimasta a toccare e
ingoiare la diossina.
C’è divisione tra gli
operai che pensano di trovare lavoro e casa altrove e gli artigiani legati tenacemente all’orto
e alla casa fatta da loro. C’è divisione tra chi è sospettato di aver avuto
soldi dalla regione e dalla Givaudan e chi ha visto
il suo negozietto incassare sempre meno. C’è divisione tra chi ancora pensa
all’inceneritore e per questo è definito incongruamente
un”rosso” e la maggior parte che lo teme come nuova fonte di veleno, come
pretesto di trasformare Severo nella pattumiera della Brianza.
C’è divisione tra Cesano Maderno
e Severo che rifiuta di ospitare la terra inquinata del primo e tra una parte
di Cesano e l’altra sempre per via di questa terra
asportata e non voluta e che i camion trasportano inutilmente da una zona
all’altra.
Ma la
divisione più grande è quella tra chi crede nel pericolo della diossina, e
sono sempre meno, e chi non ci crede e sono sempre di più.
L’angoscia della tragedia
senza soluzione viene cancellata e la diossina è
indicata come pretesto per una misteriosa manovra speculativa in cui misteriosi personaggi
per misteriose ragioni ne ricavano un misterioso profitto che i brianzoli indicano in silenzio rabbioso, sfregando
pollice e indice.- Non ci serve nessuna assistenza. Tutta questa
organizzazione disorganizzata porta solo discredito e confusione. Che
ci diano i soldi, che ci lascino in pace, ognuno di
noi qui vuol fare da solo.
Per gli esami del sangue
non c’è da stare tranquilli essi rilevano al secondo prelievo, in Dicembre una
diminuzione dei globuli bianchi e quindi del potere immunitario e un
aumento della necrosi delle cellule del fegato.
Intanto le donne delle zone
contaminate continuano a restare gravide . Da
Gennaio a Maggio sono nati 18 bambini con deformità gravi, 22 con
malformazioni minori: nel 1976 erano nati solo 4 bambini con deformità
minori. L’incremento dei bambini nati deformi è l’elemento di maggior
allarme, le donne in attesa sono nel terrore ,le
assistenti sociali e gli psicologi hanno un grande lavoro da fare .
Sotto il sole d’ estate imputridiscono i grandi silos di sacchetti di plastica con dentro 40 mila carogne
sciolte nella soda caustica fogliame. Masserizia,terra.:
il pericoloso monumento , chissà quando eliminabile . della
tragedia di Severo . Severo è ferma a quel 10 Luglio 1976 ? Scrive Laura Conti consigliere del PCI alla Regione
Lombardia nel suo libro_Visto
da Severo- La gente di Severo è
smarrita si chiude in se stessa in una sorta di delirio di persecuzione che
le impedisce di riconoscere il vero nemico e il vero pericolo, e la scaglia
caparbia contro chi cerca di aiutarla.
Natalia Aspesi
9 Luglio 1977
La città delle cavie non guarisce mai
A 26 anni dall'esplosione dell'Icmesa,
gli abitanti di Seveso sono ancora vittime della
diossina e «sorvegliati speciali» della scienza internazionale
Il ragazzo che ci accompagna nei
luoghi del disastro aveva sei anni quando Seveso,
suo malgrado, stava per diventare famosissimo al mondo. La «fabbrica dei
profumi», come chiamavano allora l'Icmesa, era
appena esplosa e una nube tossica si era sparsa nell'aria oscurando per ore
il cielo della Brianza.
«Io e un mio cugino stavamo giocando a pallone sul terrazzo di casa - ricorda
Massimiliano Fratter, oggi 32 anni, che abitava a 150 metri dalla
fabbrica - . Sentimmo prima un fischio fortissimo,
che durò circa un quarto d'ora, e subito dopo un odore insopportabile,
intenso, che non sono mai riuscito a descrivere con
esattezza. Sembrava un misto di uova marce e
disinfettante.
Non l'ho più sentito in vita mia, per fortuna. Non lo dimenticherò mai...».
Erano le 12 e 37 del 10 luglio 1976. Era un sabato, il sabato che sconvolse
la vita agli abitanti di undici comuni lombardi
contaminati, a vari livelli, dai tremila chilogrammi di veleni, tra cui la
diossina, sfuggiti allo stabilimento chimico di Meda.
Quattro furono i centri maggiormente colpiti, ma Seveso,
tra Desio, Cesano Maderno
e la stessa Meda, è il paese che più di ogni altro ha pagato, e continua a
pagare, le conseguenze di uno dei più gravi disastri ambientali provocati
dalla chimica italiana.
Anzi dalla chimica svizzera, visto che l'Icmesa era
di proprietà della società elvetica Givaudan-Hoffman
La Roche.
La fabbrica, successivamente
demolita e sepolta in una «discarica speciale» a due passi dal luogo in cui
era situata, produceva intermedi per le industrie cosmetiche e farmaceutiche
tra i quali il triclorofenolo, un composto tossico
utilizzato come base per gli erbicidi.
La quantità di diossina che fuoriuscì dall'impianto
- esplose per una reazione chimica tra le varie sostanze che fece aumentare
la temperatura fino a far saltare la valvola di sicurezza del reattore - non
è stata mai accertata con esattezza.
E' stata variamente stimata in poche centinaia di grammi.
Tanti ne sono però bastati a cambiare la storia di Seveso.
Nascevano solo
femmine
Nessuno fuggì, ma quella manciata
di Tcdd, 2,3,7,8 - sigla del tetraclorodibenzodiossina,
tra le più tossiche e resistenti delle sostanze chimiche - bloccò sviluppo
urbano e crescita economica, costrinse gli abitanti a cambiare radicalmente
stile e comportamento di vita.
L'ecosistema di una parte del territorio entrò in agonia.
Chi lavorava la terra smise di coltivarla, chi aveva gli animali li vide
morire. Le prime vittime umane della diossina - i cui effetti sull'uomo erano
in gran parte sconosciuti - furono decine di bambini, sfigurati per sempre
dal cloracne.
La paura indusse le donne incinte ad abortire. Le coppie smisero di fare
figli.
Tutto questo accadeva ventisei anni fa, ma il passato non
se n'è mai andato da Seveso, sorvegliato speciale
dalla scienza internazionale, trasformato in altre parole in una sorta di
laboratorio vivente dove ancora oggi, a mezzo secolo dal «giorno del dramma»,
ricercatori italiani e stranieri studiano gli «effetti a lungo termine» della
Tdcc sulla popolazione.
Quasi tutti i sedicimila abitanti di allora la respirarono, e tutti ce l'hanno ancora nel sangue.
Ufficialmente morti non ce ne sono stati, ma i danni
e le malattie riscontrate negli anni tra i sevesini
sono state notevoli, alcune prevedibili, altre meno.
Tra l'altro, è stato accertato che la
Tcdd, agendo come sregolatore
ormonale, ha modificato il sistema riproduttivo dei maschi.
Le sue vittime preferite sono stati soprattutto
coloro che all'epoca dell'incidente avevano meno di 19 anni.
Questo ha fatto sì che a Seveso nel decennio
1985-'94 - la prima generazione post-Icmesa che ha
ripreso a fare figli - nascessero molte più bambine che bambini. Due sono
state le indagini che hanno appurato questa sorta di discriminazione sessuale
operata dalla sostanza tossica.
Paolo Mocarelli, del
dipartimento universitario di patologia clinica dell'ospedale di Desio,
insieme ai ricercatori americani, ha studiato il fenomeno seguendo nel tempo
sia i 750 abitanti che vivevano nella «zona A»,
quella maggiormente contaminata, sia i circa 30 mila residenti delle aree
meno esposte alla diossina: «Era già stato dimostrato che le coppie
contaminate hanno una maggiore probabilità di generare prole di sesso femminile
- dice il ricercatore spiegando il metodo di studio
adottato -.
Dalla seconda ricerca è emerso che l'effetto sul sesso del nascituro si
esprime anche quando le concentrazioni plasmatiche
della diossina sono molto basse.
Andando a valutare meglio i dati, abbiamo poi visto che questo
effetto si mantiene soprattutto se il padre è stato esposto al
contaminante nel periodo prepuberale o durante la
pubertà.
In questo gruppo di soggetti sono stati infatti
riportati 50 figli maschi contro 81 femmine, quando il rapporto nelle
gravidanze normali è 106 su 100».
Più complesse sono state le indagini epidemiologiche. Le fasi delle ricerche,
anch'esse finanziate dalla Fondazione Lombardia per l'ambiente, in questo
caso sono state tre.
E hanno accertato che negli «ultimi venti anni tra gli abitanti di Seveso è aumentata l'incidenza di alcuni
tipi di tumore, in particolare del tratto digerente, dell'apparato
respiratorio e del tessuto linfatico ed emopoietico».
Tumori in aumento
Gli studi hanno «osservato» i residenti nelle tre zone
colpite dalla nube tossica - classificate in A, B e
R (di Rispetto) secondo il grado di gravità della contaminazione - includendo
il 99% della popolazione, di cui il 95% ha avuto bisogno di ricovero, e
confrontandola come riferimento con la popolazione limitrofa, per un totale
di circa 300 mila persone.
«E' dunque molto probabile e biologicamente plausibile - scrive nella sua
relazione sanitaria del 2000, Pieralberto Bertazzi, l'epidemiologo che ha
condotto le indagini - un'associazione tra esposizione alla diossina e
aumento di tali patologie.
La mortalità generale - dice sempre Bertazzi - non
ha invece subito alcun incremento».
Insomma, la temuta strage per tumori, paventata dagli esperti subito dopo la
fuga tossica dall'Icmesa, fortunatamente non si è
verificata. Ma gli abitanti, tra i quali c'è anche
ha perso sei parenti morti di cancro, continuano a non fidarsi ciecamente dei
risultati della scienza.
Quei risultati che Gaetano Carro, presidente di uno dei due comitati di cittadini che chiedono ancora giustizia per i danni
subiti, proprio non se la sente di condividere in pieno.
Per avvalorare il suo scetticismo mostra un dossier dove ha raccolto una
buona parte dei 1500 questionari distribuiti in passato agli abitanti.
«Tra i 1150 questionari restituiti - dice Carro, genitore di uno dei tanti
bambini danneggiati dal cloracne - 81 persone a suo
tempo coinvolte sono morte; 40 di queste sono decedute per tumore. Certo, non
è un'indagine scientifica, però è un campione indicativo.
E se a noi risultano tutte queste persone morte di
cancro, come si fa a dire con tanta certezza che a Seveso
di diossina non è morto nessuno? Per questo contestiamo le ricerche del
dottor Bertazzi, rese note peraltro regolarmente
fino a un certo punto, poi non si è saputo più
niente».Sono più di mille le persone in causa con la Givaudan
per le «alterazioni nella vita di relazione» subite dopo lo scoppio dell'Icmesa. Il processo civile da dieci
anni passa di mano in mano da un giudice all'altro. L'ennesima udienza
è prevista per il prossimo 5 febbraio.
Ma intanto, dopo la sentenza della cassazione che pochi mesi fa ha
riconosciuto il danno morale subito a un piccolo
imprenditore, altre migliaia di cittadini chiedono la riapertura del capitolo
risarcimenti.
Il processo penale si è invece concluso
nell'83 con la condanna di due dirigenti dell'Icmesa
per disastro e lesioni colpose.
Di 200 miliardi di vecchie lire fu il risarcimento pagato dalla
multinazionale svizzera. Gran parte furono
utilizzati per le bonifiche del territorio. Cominciate nel `79 e terminate nell'84,
hanno riguardato soltanto le aree più contaminate, comprese tra la fabbrica,
nel comune di Meda, e la zona A di Seveso, quella che fu evacuata e poi rasa al suolo perché
irrecuperabile.
Ora sono luoghi completamente trasformati.
Al posto dell'Icmesa c'è un centro sportivo, mentre
sulle ceneri della zona A è stato realizzato il
Bosco delle querce, il nuovo parco cittadino dove flora e fauna
d'importazione, anche queste sorvegliate speciali, sperimentano faticosamente
il loro nuovo habitat.
Il parco è anche uno dei due «cimiteri» della diossina.
L'altro, più piccolo, è vicino alla superstrada per Meda, dove sono sepolti i
fanghi tossici estratti dell'Icmesa.
Qui, nel Bosco delle querce, sotto a un'altra
collina artificiale, sono invece sepolte le macerie della fabbrica e delle
case abbattute, la terra contaminata e le stesse attrezzature usate per le
bonifiche.
E' tutto sigillato, «messo in sicurezza», dentro una enorme
vasca di cemento, «continuamente monitorata» dal personale della forestale.
Inaugurato nel `96 e ancora in custodia della regione Lombardia, è ritenuto
«il posto pulito di Seveso», ma l'utilizzo sociale è ancora molto parziale, è
infatti aperto al pubblico soltanto di domenica.
Sono 37 ettari
di verde ben curati ma assolutamente anonimi, dove
gli ambientalisti chiedono che venga realizzato un «percorso della memoria»,
che gli venga insomma data un'identita che ne
ricordi le origini.
L'iniziativa fa parte di un progetto molto più
articolato che prevede, fra l'altro, la creazione a Seveso
di un archivio storico e di un centro studi sulla tragedia che ha vissuto.
«Il ponte della memoria», questo il nome del progetto, è coordinato da
Massimiliano Fratter, del circolo di Legambiente che l'ha proposto.
«Sul caso Seveso sappiamo tutto dal punto di vista
scientifico - dice Fratter - sono stati scritti
libri, fatti convegni; ha dato origine a due leggi europee per la tutela
ambientale (le due direttive Seveso, ndr), ma sulle cause della tragedia, quindi su un certo
tipo di sviluppo industriale, non è stato ancora dato un giudizio storico.
Il nostro progetto vuole in sintesi colmare questo vuoto».
C'è chi vuole dimenticare
Il comune, amministrato da un'anomala
giunta di centro destra e verdi è d'accordo. Ma
non tutti in paese sono entusiasti dell'iniziativa, che andrà avanti per
tutto il 2003.
«E' vero - dice l'assessore all'ambiente, Marzio Marzorati
- molti abitanti sono stanchi di avere gli occhi del mondo puntati addosso.
Vogliono tornare a vivere una vita normale. Ma
questa legittima aspirazione non si raggiunge rimuovendo le cause del
disastro, mettendoci una pietra sopra. Le ricerche ci dicono
che la diossina non ha ucciso nessuno, ma il danno ecologico che ha provocato
è stato immenso. Non intendiamo piangerci addosso, vogliamo invece fare di questo evento un'opportunità positiva per il futuro,
creando, insieme agli altri comuni colpiti, un osservatorio per uno sviluppo ecosostenibile della Brianza».
Ce ne sarebbe davvero bisogno in un'area densa di piccole
e medie industrie dove i fiumi, inquinatissimi,
sembrano delle anime in pena - il Seveso è una
fogna a cielo aperto - e dove l'aria, resa irrespirabile dai gas di scarico
di Tir e automobili, sarebbe perfino più venefica della diossina.
Ma l'emergenza a Seveso si
chiama ancora Tdcc. Gran parte del territorio,
esclusa la ex zona A, è infatti tornato ad essere
«fuori norma». Nella ex zona B, che comprende il
territorio di quattro comuni, e dove le bonifiche sono state molto
superficiali, le concentrazioni di diossina superano abbondantemente i nuovi
limiti del decreto Ronchi del `99.
«I soldi per la bonifica integrale anche dalla zona B non erano sufficienti,
e comunque quel tipo di operazioni, ovvero la movimentazione dei terreni,
avevano dato risultati accettabili - dice Giuseppe Pastorelli,
coordinatore del gruppo di esperti nominato per la nuova valutare di rischio
- è difficile dire cosa succederà, perché se i risultati saranno negativi si
porrà di nuovo il problema di chi dovrà pagare le bonifiche, visto che dal punto
di vista giuridico la vicenda si era chiusa con il risarcimento della Givaudan».
Come andrà finire possiamo già
immaginarlo. Siccome non ci sono soldi per tutelare al massimo gli abitanti,
allora è meglio rialzare la soglia di tolleranza.
Questo pensano gli amministratori dei comuni
contaminati.
«Io non sono contrario al decreto Ronchi - dice il sindaco di Seveso, Clemente Galbiati -
certo, i nuovi parametri pongono grossi problemi di applicazione. Il problema
però è un altro: perché negli altri paesi europei certi limiti vanno bene e
da noi sono pericolosi? Può darsi che la legislazione italiana sia la migliore. Ma se è così allora
la si applichi ovunque».
Massimo Giannetti “ Il Manifesto
del 27 dicembre 2003
Così
la diossina mi ha rovinato la vita
Stefania Senno incontra il fotografo che la ritrasse con
il viso ustionato dalla nube tossica
Erano le 12,37 del 10 luglio 1976 quando
dal reattore A 101 dell’Icmesa di Seveso uscì una “nuvola bianca”. In pochi istanti trenta
chilogrammi di diossina si sparsero nell’aria sopra Seveso
come un micidiale veleno.
Quella mattina, come raccontato dalla Televisione Svizzera, la piccola
Stefania Senno era con la madre sul balcone di casa, a poche centinaia di
metri dall’Icmesa, per salutare il padre che
usciva. All’improvviso la nube tossica piombò dall’alto, sopra di loro,
segnando per sempre le loro vite, i loro corpi.
Nelle settimane successive la loro pelle incominciò a bruciare, sulle loro gambe comparirono ustioni, i loro visi si deformarono
in modo terribile.
La foto in bianco e nero della piccola Stefania fece ben presto il giro del
mondo, la sua immagine di dolore, mentre la si vede
piangere e disperarsi per le piaghe aperte sulla sua pelle, restò impressa
nella mente di milioni di persone passando alla storia come il simbolo di uno
dei più controversi disastri ecologici del nostro paese.
Quella bambina oggi ha 33 anni, fa l’impiegata, vive in provincia di Treviso
e non smette di lottare : insieme ai suoi genitori
lasciò Seveso qualche anno dopo quella terribile
mattina di luglio, sperando di rifarsi una vita, di vincere il dolore.
«Purtroppo, anche fuggendo - racconta oggi Stefania - ho scoperto che non si
può dimenticare, non si può far finta di niente. La diossina di Seveso mi ha rovinato la vita, dentro e fuori, e questa
cosa mi torna in mente ogni volta che mi guardo allo specchio. Ogni mattina
penso che tutto sia stato solo un incubo. Corro in bagno a guardarmi, e ogni
volta scopro che invece è tutto vero». Dopo quattro interventi chirurgici,
l’ultimo dei quali alla fine dello scorso anno, i segni di quella
ustione chimica sul volto di Stefania non sono ancora svaniti del
tutto.
L’anno scorso Stefania accettò un’intervista televisiva, la prima della sua
vita: scelse la
Televisione Svizzera raccogliendo l’invito del sottoscritto
a raccontare la sua vita difficile. Ne uscì uno straordinario ritratto, di
una donna che non ha mai smesso di lottare, contro
il dolore, contro il destino, contro gli altri che ancora oggi la additano
come “quella di Seveso”. Il suo caso, dopo quella intervista, ebbe ancora maggiore eco, se ne
interessarono diverse televisioni europee e alla fine anche la Givaudan
(nel 1976 proprietaria dell’Icmesa di Seveso) fu costretta a prendere atto di un caso umano
scomodo, ma davvero straordinario, che troppo frettolosamente era stato
dimenticato o già archiviato.
Oggi c’è stato un nuovo passo in avanti di Stefania Senno verso la normalità.
Dopo 30 anni esatti da quella famosa fotografia che la ritraeva, ha accettato
di incontrare proprio il fotografo che scattò quell’immagine e altre ancora, a casa sua, nelle settimane
successive al disastro ambientale. Il suo nome è Mauro Galligani,
allora in forza al settimanale Epoca, considerato
ancor oggi tra i fotoporter italiani più bravi e
più famosi in tutto il mondo.
Volevano ritrovarsi, per esorcizzare ciascuno quel ricordo. E così alla fine
è stato: Stefania e Mauro si sono ritrovati insieme a parlare e a rivedere
quelle stesse immagini di allora. Per entrambi è
stato un incontro commovente, carico di emozioni. «È
stato un momento delicato», racconta Mauro Galligani,
che in questi giorni si trova per un reportage a Chernobyl.
«Avevo paura di ritrovarla. Quella foto per me ha significato tanto, per la
mia carriera, per il mio mestiere. Ma ho sempre avuto il terrore di foto come quella, perché
sono delle intromissioni nelle vite altrui. Si può cambiare il loro destino.
Rivedendo Stefania ho rivisto quei momenti, la
concitazione, il dolore, i pianti, i medici. Lei è stata davvero tanto
coraggiosa. Sono commosso e felice di averla
ritrovata».
Anche questa volta (come per l’intervista in video di Stefania) c’era
una telecamera: quella della Televisione Svizzera. Che
ha ripreso una storia di coraggio e determinazione.
Claudio Moschin 19 giugno 2006
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