Avvenimenti Italiani

La memoria non si archivia

 

 

 

 

 

 

 

 

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La scheda

Francesca Mambro e Valerio Fioravanti

 

 

 

 

Francesca Mambro

La  prima volta di Francesca

 

 

 

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Le vittime del terrorismo nero dimenticate.

 

Uccisi dai Nar di Valerio Fioravanti.

Maurizio Arnesano, 19 anni, originario della Puglia, agente di polizia, Francesco Evangelista detto << Serpico>>, 37 anni, nato in provincia di Caserta, appuntato di pubblica sicurezza. Mario Amato, 43, palermitano, sostituto procuratore della Repubblica. Due poliziotti e un giudice, due divise e una toga indossate da gente che veniva dal Sud. <<Servitori dello Stato>>. Quello rappresentato dal presidente della Repubblica Pertini, che curvo su se stesso e con espressione irata rende omaggio alle loro salme, quello che – a detta dei colleghi degli stessi caduti- li ha lasciati uccidere, quello che raramente si ricorda di loro al momento di rievocare le vittime dell’eversione.

Quando Arnesano, Evangelista e Amato sono caduti sotto il piombo dei terroristi neri, al ministero dell’Interno sedeva l’onorevole Virginio Rognoni, subentrato a Cossiga dopo l’omicidio di Aldo Moro; è rimasto al Vicinale cinque anni. Poi ha scritto un libro, “Intervista al terrorismo”  , in cui ripercorre gli anni bui che vanno dal 1978 al 1983. Ma in duecento pagine, per Mario Amato, Maurizio Arnesano e Franco Evangelista non c’è una sola parola. Eppure non era certo un fatto usuale che i fascisti sparassero a poliziotti e giudici,anzi, le giovani leve dell’eversione nera cominciarono a far fuoco su divise e toghe proprio per rompere con la tradizione<< statalista>> e <<filogovernativa>> dei loro predecessori, per spazzare il campo da ogni stereotipo che consideri alleati naturali estrema destra e strutture dello <<Stato repressivo>> come forze dell’ordine e magistratura.

 

Sono caduti a poche settimane di distanza l’uno dall’altro, nella << primavera fascista di sangue>>del 1980, tra febbraio e giugno, quando l’Italia era scossa quasi ogni giorno dagli omicidi  firmati Brigate Rosse e confidava nel pugno di ferro del generale Dalla Chiesa, sbalordiva per lo scandalo del Totonero che portava i calciatori in galera e si preparava a seguire le Olimpiade dimezzate a Mosca.

C’è poco spazio per queste tre vittime del terrorismo nero, chiuse come sono fra avvenimenti che finiscono per avere il sopravvento sul loro sacrificio, costrette in secondo piano da vittime più illustri o rumorose.

L’agente Arnesano viene ucciso una settimana prima di Vittorio Bachelet , vicepresidente del Consiglio superiore della Magistratura, ammazzato in un corridoio dell’Università di Roma da un killer delle BR; l’appuntato Evangelista muore lo stesso giorno di Waltre Tobagi, tre ore prima che il commando della Brigata 28 marzo uccida a Milano il giornalista del”Corriere della Sera” ; Mario Amato è stato assassinato a quattro giorni dalla strage di Ustica, un mistero che ha inghiottito ottantuno persone e che non ha ancora finito di riservare scandali e sorprese.

Non pensavano davvero, Valerio Fioravanti e i suoi <<camerati>> che le loro vittime avrebbero trovato così poco spazio nella storia del terrorismo nero.

 

Il sostituto procuratore Mario Amato. Un magistrato da ricordare

Strano destino, quello del sostituto procuratore Mario Amato, in tre anni di lavoro alla Procura di Roma sembra che si sia fatto solo nemici: fuori dal suo ufficio ci sono gli inquisiti, che l’hanno condannato a morte: dentro si sente isolato ( vengono in mente le parole di Falcone), abbandonato, come se si stesse occupando di cose che non interessano nessuno, a cominciare dal capo dell’ufficio.

E’ arrivato nel 1977, ha ereditato i fascicoli del collega Vittorio Occorsio, ammazzato un anno prima dal killer nero Pierluigi Concutelli. Ma non ha un uomo di scorta,un’auto blindata, niente – a volte prende un autobus per tornare a casa – Ma soprattutto è solo a indagare sui neo-fascisti, tutto è affidato a lui e a un agente di polizia suo collaboratore. In questo stesso periodo ci sono quattro sostituti procuratori impegnati nell’inchiesta sul Totonero, mentre l’eversione di destra – anche dopo gli omicidi dei <<rossi >> e di Arnesano, dopo le rapine e gli arresti in flagranza di << camerati >> presi con le armi in mano – basta Mario Amato.

Del resto la sottovalutazione del terrorismo nero è una prerogativa della sola Procura di Roma. Nelle relazioni semestrali al Parlamento << sulla politica informativa e della sicurezza >>, i presidenti del Consiglio – su indicazione dei servizi segreti – dedicano solo poche righe al fenomeno. Il 23 novembre 1979 Francesco Cossiga si limita a comunicare che dal maggio al novembre di quell’anno, << nell’attività di ricerca e individuazione dei gruppi eversivi dell’estrema destra sono stati forniti agli organi operativi di polizia giudiziaria i risultati acquisiti dal servizio – Il SISDE – a  seguito di apposita azione informativa concernente alcuni elementi operanti in Italia settentrionale >>.

Sei mesi più tardi, il 23 maggio 1980, ancora il presidente del Consiglio Cossiga afferma: << Per quanto riguarda l’attività eversiva di destra, nel corso del semestre, si è registrata una flessione quantitativa del fenomeno. Nel contempo dell’attività informativa in direzione di tale settore, sono state di volta in volta segnalate al ministro dell’Interno e alla polizia giudiziaria numerosi elemti informativi di interesse>>

 

Questo era l’ambiente in cui si muoveva il magistrato, scarsa attenzione dei vertici dello Stato, scarso interesse dei servizi segreti, ci si può quindi immaginare lo stato d’animo di Amato, Solo sei mesi, all’indomani dell’assassini  di Mario Amato e della strage di Bologna, il capo  del governo  Arnaldo Forlani scriverà: << Per quanto riguarda l’estremismo e l’eversione di destra si è registrato un incremento notevole del fenomeno. E’ continuata con vigore l’azione del Servizio ( sic)  tesa all’individuazione dei responsabili  di fatti criminosi, alla preventiva conoscenza della preparazione di attentati, al controllo dell’attività di vari gruppi, alla verifica della consistenza numerica dei potenziali militanti di tutto il settore dell’estremismo di destra, con particolare riguarda ai “ Nuclei Armati Rivoluzionari” e “ Terza Posizione” >>

Nella solitudine del suo ufficio Mario Amato, giudice riservato ma deciso e caparbio, ha scritto molte volte ai suoi superiori diretti e al Consiglio superiore della  magistratura. A Csm ha raccontato gli attriti col procuratore De Matteo, le sue intuizioni l’hanno portato, << attraverso parziali successi delle indagini sui singolo episodi terroristici, alla visione di una verità di assieme, coinvolgente responsabilità ben più gravi di quelle stesse degli esecutori materiali degli atti criminosi>>

Non ha ottenuto altro che promesse e rassicurazioni che si sono puntualmente risolte in un nulla di fatto. A occuparsi di eversione nera resta solo lui, un magistrato scrupoloso e regolare nelle sue abitudini personali oltre che sul lavoro, che si affida a una penna stilografica e a vechie agende dove appunta accuratamente tutto quello che scopre.

In ogni interrogatorio cerca di spremere fino all’ultima goccia l’imputato o il testimone che ha davanti, s differenza degli altri pubblici  ministeri partecipa anche a tutti gli atti del giudice istruttore. E’ vero che ha in testa un disegno che fa del terrorismo neo-fascista qualcosa di molto più vasto dei pestaggi o delle sparatorie tra << compagni >> e << camerati>>, perché a questa convinzione l’hanno portato le carte processuali che ha accumulato.

Sa che ci sono interi arsenali di armi in mano a questi ragazzi pronti a tutto, ma i suoi allarmi vengono scambiati per fissazioni e restano grida nel deserto.

Dopo l’ultimo scontro con De Matteo, e forse dopo una delle ultime lettere anonime minatorie, Mario Amato ha deciso di abbandonare: prima le inchieste sui << neri >>, ora la Procura. A un magistrato che lavora nella penombra dello stesso palazzo di Giustizia l’ha già confidato, sta per chiedere il trasferimento al tribunale civile.

<< Era sconfortato dal disinteresse dei suoi superiori >>, diranno di lui i colleghi il giorno del suo omicidio, << dalle condizioni nelle quali lavorava. E questo soprattutto perché pensava che il terrorismo nero fosse ancora più oscuro e pericoloso di quello rosso, privo com’è di collegamenti clandestini, fatto di gente che all’improvviso impugna la pistola per poi riapparire, come se nulla fosse stato, nella vita di tutti i giorni>>.