Mauro De Mauro – Ucciso perché
sapeva del golpe “dell’immacolata”
Link
collegato: Mauro De Mauro
Leggi
l’articolo : La “lupara bianca” per De
Mauro
Approfondimento : Il primo giornalista ucciso dalla mafia
Trent'anni dopo
l'omicidio del giornalista palermitano, il boss Di Carlo racconta come e dove venne ammazzato. Tra i killer, Bernardo Provenzano. "Un accordo tra i boss e i golpisti di
Borghese". Sepolto alla foce del fiume Oreto
Dice il capomafia di Altofonte, Francesco Di Carlo: "E' qui, alla foce
dell'Oreto, il cadavere di Mauro De Mauro. Io so chi
lo ha ucciso, so perché è stato ucciso. Ora vi
racconto...". Così è in fondo a questa gola dove il fiume scende
lentamente verso il mare di Palermo - si vedono le case popolari del villaggio
di Santa Rosalia e più su le guglie della Cattedrale - che si chiuse la vita e
oggi il mistero di Mauro De Mauro. Il suo cadavere è da qualche parte qui tra
le alte felci e le cavità della roccia, gli antri e i
cunicoli scavati dall'acqua, sepolto tra i piccoli massi trascinati
dalla corrente, nascosto dentro la terra e la melma di quella che fu
Scoop. Bisogna essere cronisti per conoscere il sapore aspro
che ti dà anche soltanto la parola. Scoop. Mauro De Mauro era uno tosto, se si parla di notizie. Un paio di generazioni di
cronisti in Sicilia e in Italia è cresciuta nella sua leggenda. Raccontano che,
quando ancora i "pezzi" si dettavano al telefono e i giornalisti si
dividevano in chi aveva dettato e chi non lo aveva ancora fatto, Mauro non lasciava chances ai concorrenti.
Ora dovete immaginare Mauro De Mauro in quell'estate
del 1970. Lo hanno confinato allo sport e il suo ultimo titolo a nove colonne
era sul "libero" Alberto Malavasi,
ingaggiato dal Palermo per 18 milioni di lire. In
redazione c'era chi diceva: "Povero Mauro...". Mauro se la rideva tra
sé e tirava diritto. Stava già lavorando da settimane sul suo scoop. Lo scoop
era questo: i fascisti di Junio Valerio
Borghese avrebbero tentato il colpo di Stato con l'aiuto di Cosa
Nostra. La dannazione di notizie come queste è che hai bisogno di riscontri e
di conferme e di dettagli. E, per averne, devi
scoprirti. Devi fare domande in giro e sei consapevole che più domande fai, più è facile per chi ti ascolta conoscere che cosa hai
già saputo e che cosa puoi già scrivere. Mauro sapeva dove cercare ciò di cui
aveva bisogno.
A quel tempo il Circolo della Stampa di Palermo era, più o meno, una bisca e gli "uomini d' onore" ci
andavano a giocare a poker, eleganti come damerini. Mauro li avvicinò.
Distrattamente buttò lì qualche domanda. Quelli avvertirono subito i loro capi.
"C'è quel De Mauro che fa troppo domande sul 'fatto
di Roma'".Mauro fu trascinato in una masseria a
Santa Maria del Gesù. La
borgata è appena dopo un antico monastero diroccato, trecentocinquanta metri
dal fiume, viottoli polverosi, i confini degli orti segnati dai muretti di
pietra viva, cortili, piccole piazze deserte, case basse che si confondono tra
i mandarini. Lì, nel baglio di una tenuta ai piedi di monte Grifone, Mauro fu
torturato e "interrogato". Lui sapeva, ma chi altro sapeva? Poi ci fu chi gli scivolò alle spalle e lo
strangolò. Il corpo di Mauro fu seppellito lungo il letto del fiume, in fondo
alla gola.
La storia della morte di Mauro De Mauro, scomparso la sera
del 16 settembre del 1970, è stata raccontata per la prima volta una settimana
fa da un mafioso che lo aveva conosciuto, un mafioso
che ha svelato i retroscena di quella clamorosa notizia annunciata dal
"segugio" de "L'Ora" di Palermo. Mauro De Mauro sapeva del
golpe, sapeva che cosa stava progettando in quei mesi
il "principe nero" Borghese e, con lui, alcuni boss di Cosa Nostra.
Le prime voci le aveva ascoltate negli ambienti militari e in
quelli neofascisti, magari gliele aveva "soffiate" un suo
compagno d'armi o un vecchio "camerata". Era un mondo, quello, che De
Mauro conosceva di diritto e di rovescio. Era stato un repubblichino della
Decima Mas, prima di venire a vivere in Sicilia nel 1946 con sua moglie Elda.
"Fu ucciso perché aveva scoperto che Borghese e la
mafia si erano alleati per il golpe... il giornalista si fece scappare qualcosa
con uno dei tanti boss che allora frequentavano il Circolo della Stampa che era
dentro il teatro Massimo", ha ricordato giovedì 18 gennaio ai procuratori palermitani Francesco Di Carlo, il padrino di
Altofonte che è in qualche modo invischiato anche
nella misteriosa morte del banchiere Roberto Calvi e che ora ha deciso di
vuotare il sacco. Di Carlo ha fatto i nomi dei mandanti dell'uccisione di Mauro De Mauro. E anche quelli
degli assassini. C'era anche Bernardo Provenzano
quella sera in via delle Magnolie, il corleonese
latitante dal 1963.
Era una caldissima sera di settembre, era il sedici, lo
scirocco soffiava a
Su un'altra macchina puntarono verso i giardini di Santa Maria del Gesù, verso il regno di
quello che era allora il più potente mafioso della Sicilia: Stefano Bontate. I ricordi di Francesco Di Carlo sono molto nitidi:
"Quando Emanuele D'Agostino seppe al Circolo della Stampa che De Mauro era
a conoscenza del golpe, raccontò tutto a Stefano Bontate
che era il suo capo. Stefano avvertì gli altri boss della Commissione, tra cui
Giuseppe Di Cristina di Riesi e Pippo Calderone di
Catania. Tutti volarono subito a Roma insieme a uno
che chiamavano "l'avvocato", non esercitava la professione ma era
laureato... Andarono a Roma per parlare con il principe Borghese, con un certo
Miceli (il generale Vito Miceli, capo del Sid, il
Servizio informazioni difesa? ndr)
che forse era un militare e forse con un certo Maletti
(il generale Gianadelio Maletti,
capo dell'ufficio "D" del Sid? ndr)...".
Generali e mafiosi si incontrarono,
parlarono per ore, cercarono di saperne di più su che cosa aveva scoperto Mauro
De Mauro e convennero che era troppo pericoloso per troppi di loro tenere in
circolazione "quello lì". A quel punto, era chiaro a tutti i presenti
quale sarebbe sato il passo
successivo dell'affare. Di Carlo svela ancora chi decise di uccidere il
giornalista: "Da Roma partì subito l'ordine di chiudergli la bocca... I
miei amici mafiosi, quando ritornarono a Palermo, mi raccontarono che quella
gente era molto preoccupata, mi dissero che avevano
paura, che se fosse uscita anche la più piccola delle notizie sull'operazione
che stavano preparando, loro sarebbero stati tutti arrestati.”
Così morì Mauro De Mauro. Cominciò a morire al Circolo della
Stampa nei saloni bui del teatro Massimo. Dove c'era sempre
Tommaso Buscetta. Dove
andava Masino Spadaro, che allora era il più grosso
contrabbandiere di "bionde" del Mediterraneo. Dove c'era sempre Emanuele D'Agostino che era l'autista di Stefano Bontate. Era esuberante Mauro De Mauro. Curioso
della vita, ciondolava in quei saloni, tra quella
gente e chiacchierava volentieri, chiedeva sempre qualcosa ("Ci sono
novità?") e rideva e scherzava e sapeva dar fiducia e farsi rispettare
come "uomo con una sola faccia" e anche voler bene come un amico
sincero. Poi tornava in redazione, infilava la testa nello stanzone della
cronaca e ripeteva l'altro suo grido di guerra ai più giovani che pestavano apprensivi
i tasti della macchina per scrivere: "Minchiate...sono tutte minchiate...".
Mauro era scuro, alto, claudicante
e con il naso ricucito per le ferite di un incidente stradale nei pressi di
Verona o, come sosteneva qualcuno, per le legnate prese da un gruppo di
partigiani. Un suo fratello aviatore era morto in
guerra e un altro, Tullio, (l'attuale ministro della Pubblica istruzione) era
già allora un autorevole linguista. Sua moglie Elda era stata anche lei
braccata dai partigiani del Pavese, alla seconda figlia avevano dato il nome di Junia come quello
di Borghese che era stato il suo comandante alla Decima Mas. Aveva 49 anni
Mauro De Mauro, la sera che incontrò D'Agostino, Provenzano
e Giaconia sotto casa. Aveva lo scoop della vita tra
le mani, ma non intuì che era stato già tradito. "Gli interessi in gioco
erano troppo grossi e dentro Cosa Nostra non tutti erano d'accordo con quel
golpe", ha precisato meglio il mafioso Di Carlo venerdì 19 gennaio, nel
suo secondo giorno di interrogatorio sul mistero della
scomparsa del giornalista con il procuratore Pietro Grasso, l'aggiunto Guido Lo
Forte e il sostituto Vittorio Teresi. La notizia che
il principe Borghese stava progettando un colpo di Stato e che aveva chiesto un
appoggio alla mafia, Mauro De Mauro la venne a sapere da un suo vecchio amico di estrema destra, uno che conosceva tutti i dettagli
dell'operazione "Tora Tora",
nome in codice del piano insurrezionale che sarebbe dovuto scattare la notte
tra il 7 e l'8 dicembre del 1970. Mauro De Mauro aveva scoperto tutto tre mesi
prima. Seppe che il principe Borghese aveva "arruolato" anche Cosa
Nostra. In cambio di un aiuto aveva promesso di cancellare ergastoli e processi
per gli uomini d'onore in gabbia. Lo torturano, ma non fece
il nome di chi per primo gli "soffiò" la notizia.
Ricorda Francesco Di Carlo: "Ci avevano assicurato che
nessuno di noi sarebbe più andato al soggiorno obbligato né avrebbe più subito provvedimenti tipo la sorveglianza speciale, il nuovo
governo avrebbe dato un colpo di spugna al passato... ma non tutta Cosa Nostra
vedeva di buon occhio il piano dei fascisti". Una parte era
d'accordo, altri non volevano sentire ragione di quelle promesse di Junio Valerio Borghese. Il principe pretendeva che alla
vigilia del golpe la mafia consegnasse ai generali una "lista" di
tutti i mafiosi dell'isola, poi per farsi riconoscere durante il colpo di Stato
gli stessi mafiosi avrebbero dovuto portare una fascia
al braccio. Ci fu un summit a Milano per decidere cosa
fare. C'era tutta
26 gennaio
2001 – Attilio Bolzoni – Francesco Viviano
Avvenimenti
Italiani