Mauro de Mauro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Mauro De Mauro

 

L'assassinio di Mauro De Mauro il giornalista che sapeva troppo. In libreria "Colpo di Stato" Il libro-inchiesta di Camillo Arcuri sul golpe di Valerio Borghese apre nuovi scenari sulla morte del cronista dell'"Ora" di Palermo.

"Più che un lavoro da Maigret, con queste pagine volevo compiere un'opera di restauro, per rendere più viva la memoria collettiva su certi fatti, cronologicamente forse lontani eppure così caldi, vivi". Così Camillo Arcuri nel penultimo capitolo del suo "Colpo di Stato" (Rizzoli-Bur, pagg 143, 8 ) da oggi in libreria. Un libro costruito con la puntigliosità documentale del saggio, con la verve del reportage e scritto con una prosa che sposa il ritmo all'eleganza. Il colpo di stato del titolo è quello tentato da Junio Valerio Borghese nel dicembre del 1970. Un golpe del quale l'allora giovane inviato del Giorno Camillo Arcuri (futuro capocronista al Secolo XIX, vicedirettore dell'Europeo e inviato del Corsera) aveva avuto informazione riservatissima nel settembre dell'anno precedente. Tre pagine dattiloscritte di un rapporto dei servizi segreti su una riunione che Borghese aveva tenuto a Genova. Una notizia che, censurata al Giorno, dà oggi il la a questo libro-inchiesta fitto di rivelazioni. La più importante: quella che lega al golpe Borghese la scomparsa di Mauro De Mauro, il giornalista dell'"Ora" di Palermo vittima della mafia nel 1970.

Arcuri, perché questo libro a 35 anni di distanza?
"È frutto di un cruccio che mi sono portato dietro da allora. Una profonda inquietudine morale, nata quando, tre mesi dopo la censura subita dal mio pezzo, scoppiò la bomba di piazza Fontana. La domanda che mi posi allora e che mi seguì negli anni era: se la notizia della preparazione del golpe fosse stata pubblicata, quella strage ci sarebbe stata? Poi, tre anni fa, ho letto un trafiletto sul Secolo XIX"
Di cosa parlava?
"Riferiva le dichiarazioni di un pentito di mafia: Francesco Di Carlo, padrino di Altofonte. Secondo la sua testimonianza Mauro De Mauro era stato ammazzato per aver scoperto qualcosa di troppo sul golpe Borghese, sull'alleanza che i neofascisti avevano stabilito al Sud con Cosa Nostra. Era la prima volta che i due fatti venivano collegati. La sparizione di De Mauro era sempre stata collegata al caso Mattei".

Un collegamento da brividi. Lo scoop poteva costarle la vita...
"No, non credo
. Qui non siamo in Sicilia. Semmai ho provato un altro motivo di inquietudine: se Il Giorno avesse pubblicato la notizia forse le cose sarebbero andate diversamente per De Mauro".
"Colpo di stato" prende avvio da una riunione segreta tenuta a Genova da Borghese con esponenti di importati famiglie genovesi. Non ne fa però i nomi. Perché?
"All'indomani dello sventato golpe di Delle Chiaie, nel dicembre del 1970, il Secolo XIX ne pubblicò alcuni ma alla fine tutto fu insabbiato. L'unico documento di cui dispongo, è un rapporto decapitato dell'intestazione e della firma di chi l'ha redatto. Un po' poco per affrontare una causa per diffamazione".

Il libro oltre a rivelare aspetti inediti dei casi Mattei, De Mauro e Borghese lancia pesanti accuse al mondo dell'informazione. Da allora qualcosa è cambiato?
"Sì. La notizia oggi soffre del bisogno di spettacolarizzazione ma, probabilmente, una censura come quella che subii io allora non sarebbe possibile. Prima di piazza Fontana le fonti ufficiali, quelle di polizia, erano prese per oro colato. Con gli anni c'è stata una crescita di consapevolezza che è garanzia di maggiore attendibilità anche se, dopo tanti anni di giornalismo, al dogma dell'obiettività io non credo più".

Andrea Casazza

 

Il nuovo processo per l'uccisione del giornalista ha un solo imputato: Totò Riina. E molti misteri da svelare

Dopo oltre 35 anni dal sequestro di Mauro De Mauro, il 4 aprile scorso si è aperto a Palermo in Corte d'Assise il processo per l'omicidio del giornalista del quotidiano 'L'Ora' scomparso la sera del 16 settembre 1970. Alla sbarra un solo imputato: Totò Riina, accusato di aver deciso prima il sequestro poi l'eliminazione di De Mauro.
Il pubblico ministero, Antonio Ingoia, definisce la vicenda un "buco nero". Per tentare di capire bisogna andare a ripescare un'Italia dimenticata: è il periodo in cui nel Paese regnava la strategia della tensione e due sono i moventi riconducibili, sempre secondo il magistrato, alle inchieste che De Mauro aveva fatto: la morte del presidente dell'Eni, Enrico Mattei, e il tentativo del golpe Borghese. Moventi che dalla Procura vengono considerati complementari.
Il caso De Mauro era stato archiviato nel 1992. La magistratura aveva ritenuto che la caduta del bireattore Morane-Saulnier 76D su cui viaggiava Mattei il 27 ottobre 1962 era da considerarsi accidentale nonostante la testimonianza di un contadino, Mario Ronchi, che in un primo tempo aveva dichiarato di aver assistito ad un'esplosione in volo, poi cambiò quella dichiarazione e infine la negò. Ronchi fu accusato poi di 'favoreggiamento personale aggravato' e venne sospettato di aver venduto il suo silenzio. De Mauro non poteva aver scoperto nulla di rilevante sulla morte del presidente dell'Eni.
Nel 1993 il pentito di mafia Gaetano Iannì rivelò che l'esplosione dell'aereo era avvenuta per una bomba messa dalla 'famiglia' di Giuseppe Di Cristina. Il caso fu riaperto e nel 1997 il pm Vincenzo Calia formulò la conclusione: "L'aereo, a bordo del quale viaggiavano Enrico Mattei, William Mc Hale (capo dell'ufficio romano di Time e Life) e Irnerio Bertuzzi (comandante, pilota dell'aereo), venne dolosamente abbattuto".
Chi era il presidente dell'Eni?
Mi disse Giorgio La Pira che lo conosceva bene e che nel 1962 era sindaco di Firenze: "Mattei è stato la figura più eminente, anche in senso politico: era semplice, vedeva subito. Stabilì contatti col mondo arabo, andò a Pechino nel '58; fece gli stabilimenti di Ravenna in funzione della Cina. Capiva l'America Latina. Lo incontrai a Firenze il 4 ottobre, cadde il 27. Discusse con Senghor e trattò affari col Senegal. 'Accompagnami a Roma ', mi invitò. Mi parve triste. Aveva paura, sì, di un attentato. Si sentiva la morte vicina".
Ho incontrato Enrico Mattei una volta sola, nel dicembre del 1958, a San Donato Milanese, per una intervista. Alto, magro, con le durezze dei timidi, non concedeva molte battute all'interlocutore. Dall'alto del grattacielo di Metanopoli mi mostrò la Pianura lombarda: "Trecento ettari sono i nostri. Ho cominciato pagando il terreno 460 lire al metro, senza dire nulla a nessuno. Non volevo correre rischi. Adesso ne vale 50 mila. E tutto quello che vi è stato costruito sopra non ci costa niente".
Era soddisfatto: "Vede, ho voluto una città intera per i miei operai. Hanno tre camere e il bagno, come gli impiegati, e campi da tennis, piscine, stadio, chiesa, e c'è anche un piccolo zoo per i bambini. Qui siamo tutti uguali e quando il lavoro è finito ognuno deve potersi mettere una camicia bianca".
Sulla scomparsa del giornalista De Mauro, la figlia Julia raccontò che suo padre aveva ricevuto dal regista Francesco Rosi l'incarico di ricostruire gli ultimi due giorni di Mattei in Sicilia. "Alla data di consegna del lavoro, fine agosto, avrebbe ricevuto mezzo milione in contanti e in seguito, avrebbe eventualmente collaborato alla presceneggiatura con più adeguato compenso".
Ne parlai con Francesco Rosi. "Tutto esatto. Gli affidai questo compito", mi disse, "il 21 luglio 1970. Dopo un mese e mezzo è sparito. L'abbiamo cercato varie volte nel frattempo, a casa e al giornale , ma inutilmente. La produzione lo inseguiva. 'Mandi quello che ha'. Niente. Lui è stato sequestrato il 16 settembre; il 17, lo ricordo benissimo, perché andai alla prima di 'Uomini e no?, mi ha telefonato Nisticò, il direttore de 'L'Ora', per chiedermi se De Mauro stava occupandosi del presidente dell'Eni per mio conto. Ho confermato".
Sempre la figlia Julia ha raccontato che due giorni prima della scomparsa, il 14 di settembre, il padre le confidò: "Ho scoperto che. Si riferiva a tre persone a conoscenza dell'esatto orario di partenza e di arrivo di Enrico Mattei, a tre falsi o veri carabinieri e fece tre nomi di cui riesco a ricordare soltanto il soprannome di uno 'presidente'".
Ho chiesto a Francesco Rosi: "Lei pensa che De Mauro, come sostengono i famigliari, abbia individuato qualche elemento nuovo?".
"Cercando qualcosa ha messo la mano su un fatto che indirettamente ha contribuito alla sua condanna. Magari non aveva nulla a che fare con la morte di Mattei, oppure ha trovato, per conto suo, delle piste che voleva tenere per sé. Certo, ha messo il piede sulla coda di una vipera".

Enzo Biagi

 

Il mistero senza fine

Mauro De Mauro era un giornalista che si occupava di mafia, però fino a quell'estate del 1970 si era limitato a scrivere di cronaca mafiosa spicciola, piuttosto che di inchieste scottanti. Poi accadde qualcosa. "Mi daranno la laurea in giornalismo", disse alla famiglia e ribadì ad un collega di avere "per le mani uno scoop straordinario". Di che cosa si trattava? I collaboranti rispondono alle domande del pm Antonio Ingroia, che faticosamente tenta di ricostruire quegli anni. L'inchiesta condotta da De Mauro e che ne avrebbe decretato la condanna a morte potrebbe essere un'investigazione sul caso Mattei. Infatti il regista Francesco Rosi aveva deciso di girare un film sull'intricata vicenda del presidente dell'Eni e pensò di affidarsi al cronista de l'Ora per avere una visione più ampia attraverso un'indagine di tipo giornalistico. A De Mauro venne chiesto di ricostruire gli ultimi giorni di vita di Enrico Mattei. La figlia Franca, rispondendo alle domande di Ingroia e Natoli, ricorda: "Papà parlava spesso in casa del suo lavoro e riguardo all'incarico avuto da Rosi disse: 'sto concludendo un'inchiesta che farà tremare l'Italia. Ho scoperto con chi ha trascorso le sue ultime ore il presidente dell'Eni'".
La sera del 16 settembre 1970, Mauro De Mauro parcheggiò la sua Bmw davanti al portone di casa, alle 21:10, lo scorsero la figlia Franca con il fidanzato Salvatore, lo aspettarono davanti all'ascensore e non vedendolo arrivare, Franca tornò sui suoi passi, appena in tempo per sentire distintamente un ordine che non ammetteva repliche, "Amuninni", e seguire con lo sguardo il padre "con la faccia tirata" mentre si allontanava a bordo di un'auto con altre tre persone. I tre erano Antonino Grado, Emanuele D'Agostino e Stefano Giaconia, uomini d'onore della famiglia di Santa Maria del Gesù, ammazzati nella guerra di mafia degli anni '80. Prelevarono il reporter scomodo, lo interrogarono in un casolare sito nel territorio controllato da Bontate e successivamente lo strangolarono. Il corpo non fu mai ritrovato. Il pentito Francesco Marino Mannoia, il 16 ottobre scorso, rivelò che De Mauro venne seppellito nel greto del torrente Oreto, uno dei cimiteri di Cosa Nostra, dove poi sarebbe sorta la circonvallazione di Palermo. Per questo motivo il cadavere fu sciolto nell'acido, insieme ad altri morti ammazzati per mafia, in modo da non poter essere ritrovati. Ancora Francesco Marino Mannoia racconta: "Bontate mi diceva che De Mauro cercava di infiltrarsi in tutti gli ambienti. Gli era stato detto di ritirarsi, ma lui insisteva". La politica petrolifera di Mattei infastidiva il cartello delle "sette sorelle" americane che controllavano il monopolio e la gestione del petrolio e Cosa Nostra non ha mai lesinato cortesie e favori nei confronti di certi ambienti oltreoceano.
Mannoia a tal proposito dichiara: "Di Cristina si lamentava che lui e Catania avevano organizzato la morte di Mattei. Era stata Cosa Nostra americana che l'aveva chiesto". Siamo agli inizi di un dibattimento che riparte da zero, ed Antonio Ingroia afferma: "Finalmente siamo giunti all'apertura del processo, finalmente ci siamo. Nel rappresentare l'accusa provo orgoglio, emozione ed amarezza. Amarezza perché sfoglio carte ingiallite. Amarezza perché siamo arrivati troppo tardi". Un solo imputato, Totò Riina, in quanto secondo gli inquirenti, si sarebbero verificati "depistaggi istituzionali che avrebbero spostato il campo delle indagini, garantendo impunità a personaggi estranei agli ambienti di mafia". Però forse ancora in tempo per scoprire la verità che lega un unico filo di interessi.

Riccardo Castagneti – 6 febbraio 2007

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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