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Depositato il verbale d'interrogatorio del boss pentito. Ora la procura vuole sentirlo nel processo al senatore azzurro

La mafia avrebbe sostenuto il progetto politico di Forza Italia. In particolare il senatore "azzurro" Marcello Dell'Utri avrebbe ricevuto appoggio elettorale da parte di Cosa nostra nelle elezioni del '99. Lo sostiene il boss Antonino Giuffrè che da due mesi ha iniziato a collaborare con la giustizia dopo essere stato per anni uno degli uomini più vicini al boss latitante Bernardo Provenzano. Secondo il pentito, il capo di Cosa Nostra sarebbe riuscito ad agganciare i vertici di Forza Italia.

Sono alcune delle dichiarazioni raccolte nell'interrogatorio dell'8 novembre scorso. E i pubblici ministeri Domenico Gozzo e Antonio Ingroia hanno depositato i relativi verbali agli atti del processo in cui Dell'Utri è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. I magistrati hanno chiesto sia di acquisire agli atti le dichiarazioni del pentito sia di citarlo in aula a deporre. I giudici si sono riservati di decidere e così pure la difesa. Il tribunale ha però ammesso agli atti del processo i verbali di interrogatorio di Silvio Berlusconi prodotti dalla procura durante l'udienza che si è svolta la scorsa settimana a Palazzo Chigi.

Pronta la risposta del senatore che ha contestato le dichiarazioni del pentito. "Con riferimento a quanto avrebbe dichiarato il pentito Giuffrè" ha dichiarato Dell'Utri, "mi limito a rilevare che, se nei giorni scorsi potevo avere solo dei dubbi circa il fatto che si trattasse di uno dei tanti millantatori in circolazione, oggi ne ho invece l'assoluta certezza. Infatti - prosegue, - avendo appreso quanto da egli riferito nei miei confronti, ed essendo io certo dell'assoluta falsità di dette dichiarazioni, posso oggi tranquillamente affermare che si tratta solo dell'ultimo (o penultimo?) dei tanti 'dichiaranti a effetto' susseguitisi in tutti questi anni".

"A nulla si aggiunge altro nulla" ha sintetizzato il collegio di difesa del senatore Marcello Dell'Utri: "A parte una visione siculocentrica del mondo, nulla di rilevante e nulla di specifico può trarsi nelle dichiarazioni del neo pentito Antonino Giuffrè". Secondo i legali del parlamentare di Forza Italia, le dichiarazioni del pentito "sono una vera e propria antologia del sentito dire. Malgrado le insistenti domande dei pm di Palermo" dicono i difensori "Giuffrè non ha saputo riferire nulla di rilevante sul senatore Dell'Utri".

Nell'interrogatorio dell'8 novembre Giuffrè sostiene che il senatore avrebbe ricevuto appoggio elettorale nelle elezioni del '99. Come? Racconta Giuffrè che Provenzano sarebbe riuscito ad agganciare i vertici di Forza Italia per presentare una serie di richieste su alcuni argomenti che interessavano l'organizzazione mafiosa: l'abolizione del regime carcerario del 41 bis, la revisione dei processi, la legge sui collaboratori di giustizia, la legge sul sequestro dei beni. Il pentito ha aggiunto che Provenzano voleva ottenere anche l'alleggerimento della pressione sulle cosche da parte della magistratura. Giuffrè dice di aver appreso queste notizie direttamente da Provenzano nel gennaio '93; il capo di Cosa nostra gli avrebbe assicurato che questi nuovi referenti politici nell'arco di dieci anni avrebbero fatto ottenere questi risultati. Sul rapporto tra Cosa nostra e quella che il pentito definisce "nuova formazione politica" e che poi esplicita essere Forza Italia, Giuffrè dice: "Vi sono state due fasi. Quella dell'acquisizione delle 'garanzie' e quella della ricerca dei referenti 'giusti' sul territorio per le varie elezioni, e cioè candidati almeno apparentemente 'puliti', non dovevano essere sotto inchiesta della magistratura, e quindi non potevano avere alcun timore a portare avanti la politica che interessava a Cosa nostra".

Giuffrè parla inoltre "delle strade per giungere ai vertici del nuovo partito". Quindi aggiunge "I boss Filippo e Giuseppe Graviano insieme all'imprenditore Gianni Ienna facevano da tramite direttamente fra Cosa Nostra e Berlusconi". "Sin da allora" prosegue Giuffrè "sapevamo il discorso dello stalliere, sapevamo di Mangano che era alle dipendenze di Berlusconi, insomma sapevamo già da tempo che c'era un certo contatto tra Cosa nostra e Berlusconi, grazie alla persona che aveva direttamente in casa".

E il pentito svela anche altri particolari dell'attività delle cosche. Come il fallito attentato allo stadio Olimpico del 31 ottobre 1993. L'esplosivo, ha spiegato "doveva servire per colpire i carabinieri impegnati nell'ordine pubblico allo stadio e dare un segnale alle forze dell'ordine". L'idea era stata di Leoluca Bagarella che la mise in atto contro i vertici di Cosa Nostra impegnati, sempre secondo Giuffrè, a trattare con settori dello Stato. Per fortuna l'attentato fallì: "Se ci fosse stata una strage all'Olimpico, a Bagarella avrebbero staccato la testa... L'avrebbero ucciso di sicuro".

Dicembre 2002 – “La Repubblica