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"Io, Dell'Utri e le stragi” |
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A V V E N I N T I I T A L I A N I |
Marcello
Dell’Utri Signor Avola, il suo passato rappresenta o no un
tormento? “Se fossi davvero pentito, sì, lo sarebbe. Ma io sono
soltanto un collaboratore di giustizia, il mio unico rimorso è di aver messo
nei guai la mia famiglia condannandola a vivere nel terrore della vendetta di . Sono stato egoista con i miei figli. E’ vero, lo Stato
dopo la mia collaborazione mi ha scarcerato, ma non era quello che volevo.
Avrei desiderato rifarmi una vita all’estero, utilizzando documenti che mi
avrebbero regalato una nuova identità. Alla maniera dei collaboratori dell’Fbi. Mi
sarebbe piaciuto trasferirmi in Germania o in Olanda. Ma i patti non sono
stati rispettati. Le mie confessioni valevano per lo Stato uno stipendio
mensile di due milioni e seicentocinquantamila lire. Non pochi, potevo
campare bene, ma le promesse erano altre. Mi sono sentito tradito anche perché
mi sequestrarono una villa da settecento milioni che non avevo finito di
pagare. Volevo andare in Sudamerica e loro niente. Ho così commesso delle
sciocchezze, partecipando a quelle rapine romane, ma, ripeto, era un atto di
sfida allo Stato che mi aveva profondamente deluso. In più, sono finito in
una sezione carceraria con persone immonde: omosessuali, drogati, bruti. Per
il mio senso dell’onore, era davvero troppo. Ho pensato addirittura al
suicidio. In Cosa Nostra è l’unico modo per salvare la famiglia, come ha
fatto Nino Gioè. Però, ho giurato
a mia moglie che non tornerò mai più indietro, per questo motivo sto
continuando a collaborare”. Ha rimpianti per quei tempi passati? “Sì,
perché oggi mi manca il potere decisionale. Una volta ero qualcuno... al
ristorante, al supermercato, nel negozio più esclusivo di Catania. Tutti
sapevano chi fossi. Nessuno osava sfidarmi scavalcandomi nella fila.
Addirittura, quasi si scostavano per lasciarmi il passo. Dottori, ingegneri e
politici. Prego - mi dicevano - prego, come se fossi l’invitato speciale di
una festa. Un divo del cinema, il numero uno. Adesso mi guardo allo specchio
e non so più spiegarmi chi sono io. Forse
sono soltanto uno che spara cazzate a raffica. Come l’ultimo degli infami. Ho tradito quel mondo... sono stato tradito!”. E perché si
sente tradito? “Perché io avevo dato tanto alla 'famiglia'.
Quindici anni e un sacco di omicidi, sempre pronto a tutto e alla fine hanno
cercato di eliminarmi perché sapevo troppe cose della 'famiglia'. Eppure,
anch’io ho ucciso un sacco di miei compagni per questo motivo, ovvero perché
sapevano tante cose. Ero divenuto 'inaffidabile' e avevo
fatto il loro stesso gioco, ero finito nella loro trappola”. Le stragi
del ‘92, le bombe dell’estate del ‘93. La nuova strategia della tensione. Lei
è stato uno dei primi collaboratori di giustizia a parlarne con i magistrati.
“Vorrei chiarire subito che il gruppo Santapaola
era fermamente contrario alle stragi. La sera in cui morì Giovanni
Falcone mi trovavo all’interno di un bar con Marcello D’Agata che mi ripeteva
che era stato un grande errore e che lo Stato ci avrebbe distrutto. Aveva
visto bene. Anche Santapaola, che ci raggiunse poco
dopo, era convinto dello sbaglio commesso. Ma aveva dovuto abbozzare di fronte
alle scelte di Totò Riina.
Secondo lui, tutto questo avrebbe portato alla distruzione di Cosa Nostra.
Spesso ripeteva: 'Se si voleva uccidere Giovanni
Falcone, bisognava farlo subito, all’inizio del 1985'. Santapaola
non ha mai voluto combattere lo Stato, neanche uccidere un poliziotto a
Catania, non voleva la guerra con i carabinieri che definiva sempre
'educatissimi ragazzi'. Una sola eccezione, e a malincuore, fu quella che
portò alla morte dell’ispettore Lizzio... Poi
cambiò qualcosa: nelle nostre riunioni si parlava di un vento nuovo. Una
volta, nel 1992, Eugenio Galea, una sorta di ambasciatore della 'famiglia' Santapaola, tornò da Enna dove c’era stato un vertice con
Totò Riina e ci disse che bisognava appoggiare un partito nuovo. Solitamente
i vertici si tenevano ogni lunedì negli autogrill dell’autostrada Catania -
Palermo, all’altezza di Termini Imerese. Ogni
provincia aveva il suo rappresentante”. Un nome che ricorre spesso nelle sue
deposizioni è quello del faccendiere barcellonese Rosario Cattafi... “E’ una persona molto potente. Saro Cattafi per noi era più importante degli altri uomini
d’onore perché eravamo convinti che fosse legato ai servizi segreti e anche
alla massoneria. Cattafi rappresenta l’anello di
congiunzione tra la mafia e il potere occulto. Del resto, molti capi mafia
sono massoni. Lo zio Nitto diceva
di essere un massone e, a quanto mi risulta, anche Totò Riina lo è”.
Spesso nei suoi verbali si fanno riferimenti ad un partito nuovo, ai
cambiamenti politici definiti necessari. Ma cosa sa dei rapporti tra Cosa
Nostra e la classe politica? “Ognuno ha i suoi agganci. Ad esempio, a Catania
i contatti li teneva personalmente lo zio Nitto,
quindi non ho una conoscenza diretta di quei legami. Però, ricordo benissimo
quando ci parlava dei suoi rapporti con i socialisti. Agli inizi degli anni
‘90 appoggiavamo il partito del garofano perché il ministro Claudio Martelli
aveva promesso aiuti all’organizzazione. Aldo Ercolano aveva un rapporto con
il ministro Gianni De Michelis. Sapevo di alcuni
investimenti fatti assieme a Roma in alcuni negozi di via Condotti. Rapporti
buonissimi persino con Bettino Craxi. Fu proprio per fare un favore a lui che, nel La
mafia doveva votare Forza Italia e intanto metteva le bombe alla Standa.
Sembra un controsenso. “La bomba alla Standa di Catania fu un mezzo per
costringere Marcello Dell’Utri a patteggiare con la
nostra 'famiglia'. Si diceva che avesse dei legami con i palermitani, ma noi
catanesi eravamo decisi a stabilire con lui un rapporto autonomo. Santapaola voleva costringere il manager di Publitalia a
venire ad un accordo. Così lo zio Nitto autorizzò
Aldo Ercolano a bruciare la sede della Standa a Catania. I palermitani non la
presero bene. Nacquero dei problemi che si sono risolti solo con l’arresto di
Riina e Santapaola. Rapporti strani tra le cosche.
Ad esempio, Santo Mazzei, nemico giurato di Santapaola, venne fatto uomo d’onore a Palermo per poi
essere infiltrato a Catania. Lo stesso gioco che aveva fatto Nitto Santapaola con Calderone
nel Per
risolvere la vicenda Standa piombò subito in Sicilia In cambio - mi raccontò
Marcello D’Agata - la 'famiglia' fece un grosso investimento di un centinaio
di miliardi in attività della Fininvest. I contatti li prese Salvatore
Tuccio, nostro rappresentante. Ci furono diversi incontri. Non è un caso che
gli attentati terminarono dopo l’incontro tra Dell’Utri
e lo zio Nitto. Diciamo che è vicina alla
massoneria per alcuni ricevuti e fatti. Mi spiego meglio: certi omicidi sono
compiuti per regalare favori alle logge. Per quanto mi risulti anche lo zio NItto era un massone. Tutti i
capi mafia sono massoni. I collegamenti tra mafiosi e la massoneria sono
necessari per garantirsi le coperture giudiziarie e per pianificare gli
investimenti dell’organizzazione. Un esempio è la strategia del 1990. Fu
Marcello D’Agata a confidarmi che Santapaola era
entrato nella massoneria. Come Salvatore Riina. Poi c’era quel personaggio
importante per la 'famiglia' che si chiama Saro Cattafi.
Lui non è 'uomo d’onore', ma per Cosa Nostra rappresenta il collegamento tra
politici e l’organizzazione. Io sapevo che apparteneva ai servizi segreti
deviati. Mi risulta fosse anche lui un massone”. Lei
ha dichiarato ai magistrati che il frutto di queste riunioni furono le stragi
e le successive bombe. “Nel gennaio del 1992 trasportai 200
chili d’esplosivo a Termini Imerese con Marcello
D’Agata all’interno di una Fiat Uno bianca. Non posso certo dire che
siano serviti per la strage di Capaci. Sapevo, tramite Aldo Ercolano, che
Cosa Nostra stava preparando degli attentati. Ero a conoscenza, inoltre, che
c’era uno bravo a maneggiare l’esplosivo, credo che si riferissero a La
Barbera. Già si parlava d’altri attentati. Uno di questi era quello del
giornalista Maurizio Costanzo. Sarà
tutto vero perché questa è la strategia che usa Salvatore Riina. Nessuno
avrebbe potuto contraddirlo, neppure Santapaola che
è pur sempre secondo a Riina. Non dimentichiamo che il capo di Cosa Nostra è
Totò Riina. Così, anche se capisce che Riina gli sta facendo le scarpe, deve
stare al gioco. Altrimenti bisognava attaccare i corleonesi
e noi non eravamo in grado di far loro la guerra. Già,
perché loro sono tutta E’stato
scoperto perché ha chiesto aiuto ad altre persone. Se avesse agito da solo
non lo avrebbero mai individuato. Che fosse stato un pentito ad uccidere la
moglie di Santapaola, lo avevo intuito subito. Lo
dissi immediatamente al giudice Amedeo Bertone.
Sbagliai solo il nome del sicario. Il fatto è che nessuno dell’organizzazione
si sarebbe potuto permettere di uccidere la moglie di Nitto.
La decisione di Ferone maturò solo per un desiderio
di vendetta. La mafia catanese gli aveva ucciso il padre ed il figlio! Oggi
sono tremendamente incazzato con lo Stato che ha tradito la mia fiducia. Mi
hanno lasciato senza documenti di copertura, hanno abbandonato al loro destino
mia moglie e i miei figli. Mi hanno trattato male. Sono convinto che certi
atteggiamenti siano stati provocati dal fatto che abbia parlato di stragi, fatto nomi importanti, richiamato in gioco i servizi
segreti, di aver coinvolto le logge massoniche. I giudici di Catania che mi
hanno gestito, però, sono degli onesti. Su tutti, il dottor Amedeo Bertone e Nicolò Marino. Lo stesso non
posso dire delle Istituzioni di Roma”. Anche lei si è pentito di
essere un pentito? “Forse sì. Io ho iniziato a collaborare perché Nitto Santapaola mi voleva
uccidere. Era già toccato al mio amico fraterno Pinuccio DI Leo. Dopo
“Pinuccio” era arrivato anche il mio turno. Se sono ancora vivo, lo devo al
mio sangue freddo ed alla presenza di un poliziotto. I killers
che mi dovevano sparare hanno avuto paura della polizia. Quei giorni hanno
segnato la mia vita... Tutto era iniziato perché Pinuccio Di Leo non c’era
più con la testa. Aveva paura di essere arrestato dopo il pentimento di
Claudio Severino Samperi. Voleva scappare da Catania.
E questi segni di debolezza all’interno dell’organizzazione alla fine li
paghi. Non puoi lamentarti, né mostrare la tua paura se vuoi rimanere vivo
dentro . Su ordine della 'famiglia', lo convocai a
casa mia. Lo eliminò un amico poliziotto sparandogli due colpi alla nuca. Nel
nostro gruppo c’erano carabinieri e poliziotti che la mattina facevano finta
di indagare sugli omicidi da loro commessi. Una volta ci anticiparono una
perquisizione nella zona dove si nascondeva lo zio Nitto
e riuscimmo ad avvertirlo. Sono stati tutti arrestati e condannati
all’ergastolo. Dopo aver eliminato Pinuccio, presi a schiaffi il suo
cadavere. Gli urlai, quasi disperato: 'E’ stata solo
colpa tua. Mi hai costretto ad ucciderti!'. A conti fatti, devo ammettere di
aver sbagliato a pentirmi. Ho messo a repentaglio la vita dei miei figli, di
mia moglie, quella dei miei genitori, sono io stesso a rischio. Adesso vivono
sotto protezione in una località segreta, ma non basta. La famiglia di Avola
potrebbe rimanere uccisa se lo Stato decidesse di rispedirla a Catania. Spero
che almeno questo patto lo Stato lo mantenga. La giustizia sa cosa ha
riferito Maurizio Avola. Ho
raccontato tutti gli affari di Cosa Nostra. Ho verbalizzato per tre mesi
ininterrottamente dal lunedì al venerdì, dalla mattina alla sera. Da luglio
del ‘97 sono senza protezione per via delle rapine compiute a Roma. Dopo la
mia scelta di sfidare lo Stato con quelle rapine, avrei voluto mandare tutti
a quel paese. Io spero che lo Stato mi dia un’altra possibilità”. Nonostante
tutto, nutre ancora la speranza di potersi rifare una vita? .”Sì. Continuo a
ripetermi che domani uscirò... sarà difficile ma io devo vivere con questa
speranza. Non è facile sopportare certe umiliazioni. Minchia, come vorrei
tornare indietro... Quando vado a deporre ai processi e vedo dietro le gabbie
i ragazzi cui ho insegnato a sparare, mi sento una carogna, vorrei essere al
posto loro con quelle facce fiere che non hanno nulla di cui pentirsi. Un
giorno, Salvatore Barcella, un ex poliziotto che
faceva il killer per conto di Santapaola, gridò in
aula: 'Signor Presidente, mi vergogno per Avola!'.
Credetemi, sentire quelle parole uscire dalla bocca di un poliziotto, per
giunta corrotto, mi ha fatto sentire una merda... Guardate questo dito, è quello
che premeva il grilletto della pistola, vedete è ancora consumato. Ora, altro
che pistola: sparo solo cazzate. Se sono ancora disponibile a collaborare lo
devo a mia moglie che mi ha convinto a tenere duro. E’ solo per merito suo se
sto continuando a parlare con i giudici”. Da: IMGpress Antonino
Giuffrè e la legge sui pentiti Antonino Giuffrè
fu catturato nelle campagne vicino a Cacciamo, un paesino a In aula
Dell’Utri, vestito elegantemente, con occhiali dal
bordo d’oro, stava seduto impassibile, a braccia incrociate. I suoi avvocati
avevano obiettato che la deposizione di Giuffrè era
inammissibile, ma la corte aveva rigettato l’istanza e aveva deciso di
acquisire la deposizione del pentito. L’obiezione degli avvocati di Dell’Utri si basava su una legge approvata nel 2001, che
fissava un tempo limite di sei mesi entro il quale i collaboratori di
giustizia dovevano raccontare ai magistrati tutto quello che sapevano. Dal
momento in cui decidevano di vuotare il sacco, i collaboratori di giustizia avevano
sei mesi per dire tutto, fino in fondo. Una volta esaurito questo periodo,
qualsiasi fatto, o informazione, venva considerata
ininfluente ai fini processuali tanto da non venire neanche acclusa al
processo. << Il limite di sei mesi
dimostra che lo Stato non è interessato a quello che hanno da dire i
collaboratori di giustizia>>, ha osservato Gozzo, che faceva parte del
gruppo di magistrati che hanno messo sotto processo Dell’Utri.
Giuffrè era stato un criminale per trent’anni, e
sei mesi non erano sufficienti. Era impossibile per Giuffrè
raccontare tutto entro la meta di dicembre del 2002 ( entro il quale
scadevano i sei mesi) Uno dei problemiera
organizzare gli incontri con tutti quei magistrati ( non sono in Sicilia ma
in tutta ltalia) che volevano interrogarlo. Altrettanto importante, però, era
il tempo necessario per convincere Giuffrè a
raccontare ai giudici tutto quello che sapeva. I mafiosi avevano talmente
tante riserve a parlare della mafia, prima fra tutte quell’omertà che li lega
fra di loro, che all’inizio non offrivano una piena
collaborazione. I pentiti dovevano prima completare un percorso psicologico e
il limite dei sei mesi non teneva conto di questo elemento. Inoltre, scaduto
il termine dei sei mesi, i pentiti non potevano più dire nulla. Per far
cambiare la legge, una settimana dopo la morte di Caponnetto,
il 6 dicembre 2002, la vedova ottantenne, Elisabetta, scrisse al ministro
della Giustizia di Berlusconi per chiedergli di estendere il dannoso limite dei sei
mesi. << E’ strano ritirare fuori la mia macchina da scrivere, con cui
tante volte ho battuto lettere e messaggi per conto di Nino. Ma leggere sui
quotidiani di ieri le Sue dichiarazioni ha aggiunto al dolore per la morte di
Nino un ulteriore forte disagio>>, scriveva. Nonostante il voto unanime
della Commissione parlamentare Antimafia e gli appelli del Procuratore
Antimafia e dei magistrati di Palermo, il ministro rifiutò ostinatamente di
estendere il periodo di sei mesi, dicendo che i pro e i contro di questa proroga
si compensavano. << Vorrei che mi aiutasse a rispondere a questa
domanda che mi assilla: Ministro, quali sono i contro?,
ha chiesto Elisabetta Baldi Caponnetto. Il ministro di Berlusconi non ha
cambiato idea, ma la vedova di Caponnetto ha sentito il calore e la
solidarietà di tanti italiani per bene, magistrati e gente comune, che si
sono recati a Firenze per assistere ai funerali di suo marito e rendergli
omaggio. Il governo Berlusconi, oltre a farsi notare per la sua assenza quel
giorno, sembrava voler limitare le rivelazioni di Giuffrè Ecco
tutti i procedimenti giudiziari subiti da Dell’utri False
fatture e frode fiscale È stato
condannato in via definitiva a Torino, a due anni di reclusione per false
fatture e frode fiscale. Tentata estorsione È stato condannato in primo grado a
Milano a due anni di reclusione per tentata estorsione ai danni di Vincenzo Garraffa (imprenditore trapanese), con la complicità del
boss Vincenzo Virga (trapanese anche lui). Concorso esterno in associazione mafiosa Le indagini iniziano nel 1994 con
le prime rivelazioni che confluiscono nel fascicolo 6031/94 della Procura di
Palermo. Il 9 maggio 1997 il Gip di Palermo
rinvia a giudizio Dell'Utri, e il processo inizia
il 5 novembre dello stesso anno. In data 11 dicembre 2004, il
tribunale di Palermo, ha condannato Marcello Dell'Utri
a nove anni di reclusione con l'accusa di concorso esterno in associazione
mafiosa. Il senatore è stato anche condannato a due anni di libertà vigilata,
oltre all'interdizione perpetua dai pubblici uffici e il risarcimento dei
danni (per un totale di 70.000 euro) alle parti civili, il Comune e Nel testo che motiva la sentenza si
legge: "la pluralità dell'attività
posta in essere da Dell'Utri, per la rilevanza
causale espressa, ha costituito un concreto, volontario, consapevole,
specifico e prezioso contributo al mantenimento, consolidamento e
rafforzamento di Cosa nostra, alla quale è stata, tra l'altro offerta
l'opportunità, sempre con la mediazione di Dell'Utri,
di entrare in contatto con importanti ambienti dell'economia e della finanza,
così agevolandola nel perseguimento dei suoi fini illeciti, sia meramente
economici che politici" Calunnia pluriaggravata È imputato a Palermo per calunnia
aggravata ai danni di alcuni pentiti. Secondo l'accusa avrebbe organizzato un
complotto con dei falsi pentiti per screditare dei veri pentiti che
accusavano lui ed altri imputati. Per questa accusa, il Gip di Palermo
dispose l'arresto di Dell'Utri nel 1999, ma il
Parlamento lo bloccò. Dell’Utri: bell’amico Berlusconi Ma pensateci bene. Che cosa direste
voi di un amico che, sapendovi ingiustamente accusato, non si presentasse a
testimoniare a vostro favore nel processo in cui siete imputati? La vicenda Berlusconi-Dell'Utri-magistrati palermitani presenta anche questo
risvolto umanamente inquietante, che illumina da una particolarissima
angolazione lo stato morale del paese e di chi lo governa. Su Marcello Dell'Utri pende un'accusa mica tanto da ridere, concorso
esterno in associazione mafiosa. Un'accusa che può fare un baffo a chi, anche
a sinistra, davvero non resiste alla tentazione di frequentare il mondo che
conta (spassosissimo, di recente, un vademecum della poetessa Patrizia Valduga per informare preventivamente chi, non resistendo
alle sirene del potere, è - a cose fatte - sempre pronto a spiegare con finto
candore di non avere mai saputo che quel luogo o rivista o cenacolo fosse
«roba di Dell'Utri»).
Ma
anche quando si riscrive la Costituzione, la nostra legge principale, la
legge delle leggi. Cambiata, Nando
Dalla Chiesa Mafia, al via il
processo d'appello a Dell'Utri L'imputazione è concorso esterno in
associazione mafiosa. Il senatore di Fi, condannato
in primo grado a nove anni: ''Contro di me accusa
politica'' ''L'accusa del processo di primo
grado era una accusa politica e oggi lo dico con più
certezza di prima''. Così si è espresso il senatore di Forza Italia Marcello
Dell'Utri (nella foto) fuori dall'aula della Corte
d'Appello di Palermo dove si è aperto questa mattina il processo di secondo
grado per concorso esterno in associazione mafiosa. Dell'Utri,
in primo grado, aveva subito una condanna a nove anni, emessa nel dicembre
del 2004. Una
cosa allucinante, semplicemente allucinante''. La
“strepitosa carriera di un allenatore - La sua storia, da amante del calcio a
braccio destro di Berlusconi Leggendo la biografia di Marcello
Dell’Utri - che, condannato a 9 anni in prima
istanza per concorso esterno in associazione mafiosa è tornato ieri
(arrivando in ritardo) in aula a Palermo dove si celebra il processo
d’appello, in attesa che il suo amico-padrone Silvio Berlusconi, citato dalla
difesa, venga a testimoniare - la domanda che sale spontanea ma prepotente
potrebbe apparire fuori tema: chissà che cosa pensa di Moggi? Perché tutto
cominciò proprio da lì, da un pallone, in uno dei tanti campetti periferici
di Palermo. Si, nessun errore, proprio Opus
Dei. Nel 1967 è di nuovo a Palermo, ad allenare l’Athletic
club Bacigalupo. Se è un trampolino, funziona.
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