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L’assassinio di Borsellino e i misteri di via d’Amelio |
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A V V E N I N T I I T A L I A N I |
Paolo Borsellino Un brano del libro : “
Falcone Borsellino – Mistero di Stato” Sono trascorsi 10 anni, tre
processi. Ma non sappiamo
ancora chi azionò il telecomando quel pomeriggio del
19 luglio Di chi è la colpa? < Non è agevole
individuare le cause di tale stato di cose>, è la risposta della sentenza:< certamente, una grave responsabilità va addebitata a
quegli imputati coinvolti nella fase
esecutiva che,pur avendo deliberato di collaborare con le autorità
giudiziarie, hanno mantenuto un atteggiamento gravemente reticente in ordine
a molti aspetti della propria -e altrui- partecipazione alla strage>. Non è stata riconosciuta
leale la partecipazione di Salvatore Cancemi e di
Giovanni Battista Ferrante, a cui i giudici hanno negato lo sconto di pena
previsto dalla legge per i collaboratori di giustizia. Le dichiarazioni di
Vincenzo Scarantino,che
erano state alla base delle indagini iniziali e del primo processo, vengono
adesso liquidate:< La sua collaborazione- dice la sentenza del Ter- ha provocato un notevole dispendio di risorse
investigative ed ha a lungo impegnato
gli inquirenti nel gravoso sforzo di discernere le poche verità dalle
menzogne che hanno infarcito le sue dichiarazioni>. Ironia
della sorte, Scarantino è
stato però uno dei primi ad essere condannato in via definitiva per la strage
di via d’Amelio, non avendo il suo avvocato appellato alla sentenza. Al più,
gli viene riconosciuto di essere stato incaricato di
rubare l’auto che sarebbe stata poi imbottita di tritolo. Tutto il resto, dal
racconto delle riunioni organizzative ai preparativi per l’eccidio, è frutto
di fantasia. Come poi lui stesso ha detto in aula, ritrattando le accuse. E due anni dopo, ha rinnegato anche la ritrattazione,
chiedendo di essere ascoltato nuovamente nel processo bis d’appello. La verità resta avvolta da
una coltre di nubi. Chi coprono
i due pentiti chiave dell’inchiesta?< Cancemi –
spiegano i giudici del Borsellino ter – ha fatto
ammissioni sulle attività che lo riguardano direttamente solo quando è stato
inevitabile in relazione al sopravvenire di altre collaborazioni>. Da tre
anni era già collaboratore di giustizia, solo nel 1996, quando i pentiti
Calogero Ganci e Giovanni Battista Ferrante lo hanno accusato, ha
deciso di rilevare la sua partecipazione alla strage di via d’Amelio
spiegando che aveva il compito di controllare casa del magistrato, la mattina
del 19 luglio. Ha così accusato Totò Riina , ha
parlato di riunione del vertice mafioso che tra febbraio e marzo del 92 avviò
la strategia stragista con Falcone,Borsellino , e doveva essere anche contro
alcuni politici della prima Repubblica di < non aver mantenuto i
patti>. Parlò di un’altra riunione,
a giugno, in cui Riina informò dell’avvio delle
operazioni. Ai dubbi di Raffaele Ganci, capo mandamento della Noce , il tiranno di
Cosa Nostra rispondeva:< la responsabilità è mia>. Dopo i silenzi iniziali, Cancemi ha fornito persino una traccia per cercare i
mandanti occulti, ma continua a coprire alcuni
esecutori materiali. Chi c’era per davvero in via d’Amelio quel pomeriggio
del 19 luglio? Di quali inconfessabili appoggi potè
godere il commando di morte? Ferrante ha mostrato gli
stessi vuoti di memoria. Ha confessato di aver provato il telecomando
utilizzato per la strage, di aver controllato i movimenti di Borsellino
perlustrando la zona nei pressi della sua abitazione,attorno
a via Cilea, pur omettendo i nomi di due dei suoi
compagni, Domenico e Stefano Ganci. La sentenza del Borsellino
TER è disposta a concedere
che lui e agli altri componenti della squadra di ricognizione
non conoscessero tutti i nomi di chi si trovava in via d’Amelio. Ma davvero
impossibile credere a Ferrante che dice di non sapere chi gli rispose al
telefono, alle 16,52 , quando chiamò uno dei
cellulari del gruppo operativo della strage. Come dire: il via libera di un
omicidio ad uno sconosciuto. E quello sconosciuto ,
in realtà, Ferrante lo aveva
contattato più volte nell’arco dello stesso giorno, così come risulta
inequivocabilmente dai tabulati forniti dalla Telecom. < C’è una telefonata
alle 0,23, un’alta alle 7,36 una alle 9,46 e infine alle 16,52.> , spiega l’avvocato Mimmo Per certo sappiamo solo che in via d’Amelio
operarono due gruppi. La corte d’assise del Borsellino – ter
- ha tentato una ricostruzione:< I
soggetti impegnati nel pattugliamento
erano scelti fra uomini d’onore dei mandamenti di Porta Nuova, di San
Lorenzo e della Noce. Loro compito era quello di osservare gli spostamenti della vittima e di
segnalarli ai membri del secondo
gruppo, perché stessero pronti ad entrare in azione quando il magistrato era
in procinto di raggiungere via d’Amelio. I
giorni di Giuda Con questo commosso e polemico discorso pronunciato a
Palermo il 25 giugno Estratto da : Fondazione Emilio
Alessandrini continua Caro
Borsellino, la mafia non esiste? Sembra un secolo fa. E invece
sono solo 14 gli anni trascorsi dalla strage di via d’Amelio che causò la
morte di Paolo Borsellino e dei ragazzi che erano con lui in quell’orribile 19 luglio del ‘92. Sembra un secolo perché
sembra voglia ritornare il tempo... Un
articolo/lettera di Gian Carlo Caselli. Sembra un secolo fa. E invece
sono solo 14 gli anni trascorsi dalla strage di via d’Amelio che causò la
morte di Paolo Borsellino e dei ragazzi che erano con lui in quell’orribile 19 luglio del ‘92. Sembra un secolo perché
sembra voglia ritornare il tempo... che la mafia non
esiste. Subito dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino l’enormità della
violenza mafiosa produsse una mobilitazione senza
precedenti nella società civile, insieme ad un forte recupero di entusiasmo e
di efficienza nelle forze dell’ordine e nella magistratura. Conseguentemente
vi fu un’imponente serie di indiscutibili successi
nell’azione repressiva. Quest’azione è continuata anche in
seguito: lo prova il recente
arresto di Provenzano (dopo quelli degli anni passati di Riina,
Brusca, Aglieri, Bagarella,
Graviano, Santapaola e
tantissimi altri). Ma qualcosa è via via cambiato, rispetto al periodo successivo alle stragi.
E oggi sembra a volte riaffiorare prepotente, in
certi media e in ampi settori della politica (con contaminazioni anche a
sinistra), la perversa tendenza a dire o far credere - come tanti anni fa -
che la mafia non esiste. Certo, nessuno osa dirlo
esplicitamente, con la brutale schiettezza che tempo addietro caratterizzava
fior di notabili, compresi cardinali e procuratori generali. Le
tecniche si affinano, oggi si è meno rozzi e ci si limita a non perdere
occasione per provare a ridurre "Cosa nostra" ad
organizzazione criminale sanguinaria, sì, ma tutto sommato anche
folcloristica. Emblematiche, al riguardo,
sono certe cronache su Provenzano che intrecciano
prostata e cicoria, pannoloni e pizzini, vangeli e
macchine per scrivere antidiluviane, covi mezzo diroccati, squallidi e
sporchi, con rotoli di banconote, santini e formaggi custoditi alla rinfusa. E le T-schirt
della vergogna con le scritte «Mafia made in Italy», per le quali in tanti ci si è giustamente
indignati, sembrano un po’ figlie di questo "nuovo" clima: che può
anche indurre i più spregiudicati o irresponsabili ad osare la mercificazione
- con contestuale banalizzazione - di ciò che ancora
poco tempo fa era, almeno pubblicamente, impresentabile. Del resto, la
tendenza a ridurre la mafia ad un’organizzazione criminale un po’
folcloristica emerge addirittura dalla relazione della Commissione
parlamentare antimafia della legislatura appena conclusa, se è vero - com’è
vero - che essa nega ogni carattere strutturale del rapporto fra mafia e
potere, riducendo Cosa nostra (testuale!) a fenomeno «legato a condizioni di incultura, di scarsa
mobilitazione o tensione sociale, a momenti di crisi morale ed economica»;
con il capolavoro finale del patetico tentativo (portato avanti, in verità,
con una fragile dissociazione dell’opposizione) di scrollare dalle spalle del
senatore Andreotti il macigno, confermato financo in Cassazione, delle sue collusioni con la mafia
fino al 1980. In un simile contesto,
si capisce meglio il riproporsi della "filosofia" del contrasto
alla mafia come problema soltanto di "guardie e ladri", da delegare
tutto a polizia e magistratura, il cui intervento viene perciò esaltato
quando si arrestano esponenti di vertice o quadri intermedi dell’ala militare
o immediati dintorni, mentre si accusano di indebito uso politico della
giustizia (comunisti!) i magistrati che si permettono di indagare senza
sconti anche sulle cosiddette "relazioni esterne", ossia sulle
coperture, complicità e collusioni che sono la spina dorsale del potere mafioso.
Al punto che se un magistrato dell’antimafia non viene
aggredito o addirittura è sostenuto dai "soliti noti", c’è da
chiedersi dove stia sbagliando... È di decisiva importanza, allora, dare
segnali precisi di discontinuità, di inversione di tendenza. Molte le cose che si dovrebbero fare. Ne segnalo due, a
mio avviso pregiudiziali. La prima riguarda la legislazione antimafia, oggi
disseminata e dispersa in mille rivoli (codice penale, codice di procedura
penale, norme di diritto amministrativo, ordinamento penitenziario, leggi più o meno speciali sui "pentiti", sul
riciclaggio, sugli appalti, sulle misure di prevenzione personali e
patrimoniali, sui beni confiscati e via seguitando), con sovrapposizioni,
contraddizioni, stratificazioni ed incongruenze che spesso ostacolano,
ritardano o rendono vischiosi gli interventi. È urgente predisporre un testo
unico della legislazione antimafia, che faccia ordine e chiarezza, e al tempo
stesso proponga i necessari aggiornamenti. Il
ministro Mastella ha pubblicamente manifestato
l’orientamento di creare un’apposita commissione.
Per favore, che dalle dichiarazioni di intenti si
passi - senza più attendere - alla traduzione in cifra operativa dei buoni
propositi. L’altra misura urgente riguarda la
gestione dei beni confiscati ai mafiosi. Nella passata legislatura le
relative competenze (da un ufficio specializzato, che si occupava soltanto di
questo) furono inopinatamente trasferite al Demanio, cioè
un calderone enorme dove la specificità dei problemi derivanti dall’origine
mafiosa dei beni non può non perdersi: per ragioni strutturali ed obiettive,
ma con guasti ed inconvenienti a non finire che aumentano di giorno in
giorno. Di qui la necessità di ripristinare un qualcosa - si chiami Agenzia o
Alto Commissariato poco importa - che sia incaricato di occuparsi
esclusivamente dei beni confiscati ai mafiosi, così da poter mirare gli
interventi volta a volta necessari sulla specifica concretezza dei problemi,
affinandone via via la conoscenza e
specializzandosi sempre più nella risoluzione di essi.
Si tratta di impedire che appassisca quel fiore all’occhiello che il nostro
Paese può orgogliosamente esibire: il fiore dell’antimafia dei diritti, delle
opportunità e del lavoro. Un fiore che profuma di coraggio
e di riscatto, di lavoro pulito e di cittadinanza vera. Un
fiore che può indirizzare il futuro dei giovani verso una migliore qualità
della vita. Un fiore che emana quel «fresco profumo di libertà che si
contrappone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della
contiguità e quindi della complicità» di cui parlò proprio Paolo Borsellino
alla vigilia della sua morte. Un fiore coltivato da «Libera»,
l’organizzazione della società civile in cui tanta parte ha avuto Rita, la
sorella di Paolo Borsellino. Un fiore che oggi va sostenuto e protetto, se
non si vuole che il rigore e il volto pulito di tanti siciliani onesti, che
alla memoria di Paolo Borsellino ispirano il loro quotidiano impegno, soccombano nella palude della serena convivenza con la
mafia praticata dai "maestri" della duttilità. Quelli
che i rapporti tra mafia e potere li risolvono come se si giocasse a
Monopoli: se peschi un "Imprevisto", magari stai fermo per un po’;
ma poi ricominci a giocare, con gli stessi terreni, le stesse case, gli
stessi alberghi, le stesse stazioni, gli stessi soldi di prima; persino con
la stessa pedina di prima. Non è precisamente per questi indecenti
balletti che hanno sacrificato la loro vita Paolo Borsellino e tanti altri
come lui. Gian Carlo
Caselli |
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