L’assassinio di Borsellino e i misteri di via d’Amelio

 

A

V

V

E

N

I

N

T

I

 

I

T

A

L

I

A

N

I

 

 

Paolo Borsellino

 

Un brano del libro : “ Falcone Borsellino – Mistero di Stato”

Sono trascorsi 10 anni, tre processi. Ma non sappiamo ancora chi azionò il telecomando quel pomeriggio del 19 luglio 1992, in via d’Amelio. La condanna all’ergastolo di alcuni degli esecutori materiali e dei mandanti di mafia non ha soddisfatto neanche le sentenze , che pur hanno aperto un importante squarcio di verità. < La Corte è pienamente consapevole- hanno fatto ammenda i giudici del Borsellino ter nelle motivazioni della sentenza- che la ricostruzione dei fatti che intende offrire è gravemente lacunosa, rimanendo tuttora non identificata una larga parte degli attentatori e dovendosi ancora sciogliere innumerevoli e importanti interrogativi riguardo alle modalità operative seguite dai medesimi.>

Di chi è la colpa?

< Non è agevole individuare le cause di tale stato di cose>, è la risposta della sentenza:< certamente, una grave responsabilità va addebitata a quegli imputati  coinvolti nella fase esecutiva che,pur avendo deliberato di collaborare con le autorità giudiziarie, hanno mantenuto un atteggiamento gravemente reticente in ordine a molti aspetti della propria -e altrui- partecipazione alla strage>.

Non è stata riconosciuta leale la partecipazione di Salvatore Cancemi e di Giovanni Battista Ferrante, a cui i giudici hanno negato lo sconto di pena previsto dalla legge per i collaboratori di giustizia. Le dichiarazioni di Vincenzo Scarantino,che erano state alla base delle indagini iniziali e del primo processo, vengono adesso liquidate:< La sua collaborazione- dice la sentenza del Ter- ha provocato un notevole dispendio di risorse investigative ed ha a lungo impegnato  gli inquirenti nel gravoso sforzo di discernere le poche verità dalle menzogne che hanno infarcito le sue dichiarazioni>.

Ironia della sorte, Scarantino è stato però uno dei primi ad essere condannato in via definitiva per la strage di via d’Amelio, non avendo il suo avvocato appellato alla sentenza. Al più, gli viene riconosciuto di essere stato incaricato di rubare l’auto che sarebbe stata poi imbottita di tritolo. Tutto il resto, dal racconto delle riunioni organizzative ai preparativi per l’eccidio, è frutto di fantasia. Come poi lui stesso ha detto in aula, ritrattando le accuse. E due anni dopo, ha rinnegato anche la ritrattazione, chiedendo di essere ascoltato nuovamente nel processo bis d’appello.

La verità resta avvolta da una coltre di nubi.

Chi coprono i due pentiti chiave dell’inchiesta?< Cancemi – spiegano i giudici del Borsellino ter – ha fatto ammissioni sulle attività che lo riguardano direttamente solo quando è stato inevitabile in relazione al sopravvenire di altre collaborazioni>. Da tre anni era già collaboratore di giustizia, solo nel 1996, quando i pentiti Calogero Ganci e Giovanni Battista  Ferrante lo hanno accusato, ha deciso di rilevare la sua partecipazione alla strage di via d’Amelio spiegando che aveva il compito di controllare casa del magistrato, la mattina del 19 luglio. Ha così accusato Totò Riina , ha parlato di riunione del vertice mafioso che tra febbraio e marzo del 92 avviò la strategia stragista con Falcone,Borsellino , e doveva essere anche contro alcuni politici della prima Repubblica di < non aver mantenuto i patti>.

Parlò di un’altra riunione, a giugno, in cui Riina informò dell’avvio delle operazioni. Ai dubbi di Raffaele Ganci, capo mandamento della Noce  , il tiranno di Cosa Nostra rispondeva:< la responsabilità è mia>.

Dopo i silenzi iniziali, Cancemi ha fornito persino una traccia per cercare i mandanti occulti, ma continua a coprire alcuni esecutori materiali. Chi c’era per davvero in via d’Amelio quel pomeriggio del 19 luglio? Di quali inconfessabili appoggi potè godere il commando di morte?

Ferrante ha mostrato gli stessi vuoti di memoria. Ha confessato di aver provato il telecomando utilizzato per la strage, di aver controllato i movimenti di Borsellino perlustrando la zona nei pressi della sua abitazione,attorno a via Cilea, pur omettendo i nomi di due dei suoi compagni, Domenico e Stefano Ganci.

La sentenza del Borsellino TER è disposta a concedere  che lui e agli altri componenti della squadra di ricognizione non conoscessero tutti i nomi di chi si trovava in via d’Amelio. Ma davvero impossibile credere a Ferrante che dice di non sapere chi gli rispose al telefono, alle 16,52 , quando chiamò uno dei cellulari del gruppo operativo della strage. Come dire: il via libera di un omicidio ad uno sconosciuto. E quello sconosciuto , in realtà, Ferrante  lo aveva contattato più volte nell’arco dello stesso giorno, così come risulta inequivocabilmente dai tabulati forniti dalla Telecom.

< C’è una telefonata alle 0,23, un’alta alle 7,36 una alle 9,46  e infine alle 16,52.> , spiega  l’avvocato Mimmo La Blasca nella sua arringa:< Come la giustifica Ferrante?” Beh io non ricordo” e poi: “Volevo provare il campo” .Ma che senso ha allora la telefonata delle0,23? – si chiede il legale – A quell’ora, la conversazione dura ben 8 secondi, un secondo in più di quella che diede il via libera per la strage. Le altre durano sette secondi. A chi servivano quelle telefonate ? Perché Ferrante doveva telefonare alla stessa persona.

Per certo  sappiamo solo che in via d’Amelio operarono due gruppi. La corte d’assise  del Borsellino – ter -  ha tentato una ricostruzione:< I soggetti impegnati nel pattugliamento  erano scelti fra uomini d’onore dei mandamenti di Porta Nuova, di San Lorenzo e della Noce. Loro compito era quello di osservare  gli spostamenti della vittima e di segnalarli ai membri  del secondo gruppo, perché stessero pronti ad entrare in azione quando il magistrato era in procinto di raggiungere via d’Amelio.

 

I giorni di Giuda

Con questo commosso e polemico discorso pronunciato a Palermo il 25 giugno 1992, a pochi giorni dalla sua tragica fine, nel corso di una manifestazione promossa da Micromega Borsellino denunciò con forza e senza nessun ricorso alla diplomazia la costante opposizione al lavoro e al metodo di Giovanni Falcone di parti consistenti delle istituzioni, che hanno agito per isolare il fondatore del pool antimafia e per rendere impossibile il suo impegno: in questo senso, “Falcone cominciò a morire nel gennaio del 1988” quando il CSM gli preferì Antonino Meli per la carica di procuratore capo di Palermo. Quest'intervento è stato pubblicato nel marzo 1993 sulla rivista Micromega.

Estratto da : Fondazione Emilio Alessandrini  continua

 

Caro Borsellino, la mafia non esiste?

Sembra un secolo fa. E invece sono solo 14 gli anni trascorsi dalla strage di via d’Amelio che causò la morte di Paolo Borsellino e dei ragazzi che erano con lui in quell’orribile 19 luglio del ‘92. Sembra un secolo perché sembra voglia ritornare il tempo... Un articolo/lettera di Gian Carlo Caselli.

Sembra un secolo fa. E invece sono solo 14 gli anni trascorsi dalla strage di via d’Amelio che causò la morte di Paolo Borsellino e dei ragazzi che erano con lui in quell’orribile 19 luglio del ‘92. Sembra un secolo perché sembra voglia ritornare il tempo... che la mafia non esiste. Subito dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino l’enormità della violenza mafiosa produsse una mobilitazione senza precedenti nella società civile, insieme ad un forte recupero di entusiasmo e di efficienza nelle forze dell’ordine e nella magistratura. Conseguentemente vi fu un’imponente serie di indiscutibili successi nell’azione repressiva.

 

Quest’azione è continuata anche in seguito: lo prova il recente arresto di Provenzano (dopo quelli degli anni passati di Riina, Brusca, Aglieri, Bagarella, Graviano, Santapaola e tantissimi altri). Ma qualcosa è via via cambiato, rispetto al periodo successivo alle stragi. E oggi sembra a volte riaffiorare prepotente, in certi media e in ampi settori della politica (con contaminazioni anche a sinistra), la perversa tendenza a dire o far credere - come tanti anni fa - che la mafia non esiste. Certo, nessuno osa dirlo esplicitamente, con la brutale schiettezza che tempo addietro caratterizzava fior di notabili, compresi cardinali e procuratori generali. Le tecniche si affinano, oggi si è meno rozzi e ci si limita a non perdere occasione per provare a ridurre "Cosa nostra" ad organizzazione criminale sanguinaria, sì, ma tutto sommato anche folcloristica. Emblematiche, al riguardo, sono certe cronache su Provenzano che intrecciano prostata e cicoria, pannoloni e pizzini, vangeli e macchine per scrivere antidiluviane, covi mezzo diroccati, squallidi e sporchi, con rotoli di banconote, santini e formaggi custoditi alla rinfusa.

E le T-schirt della vergogna con le scritte «Mafia made in Italy», per le quali in tanti ci si è giustamente indignati, sembrano un po’ figlie di questo "nuovo" clima: che può anche indurre i più spregiudicati o irresponsabili ad osare la mercificazione - con contestuale banalizzazione - di ciò che ancora poco tempo fa era, almeno pubblicamente, impresentabile. Del resto, la tendenza a ridurre la mafia ad un’organizzazione criminale un po’ folcloristica emerge addirittura dalla relazione della Commissione parlamentare antimafia della legislatura appena conclusa, se è vero - com’è vero - che essa nega ogni carattere strutturale del rapporto fra mafia e potere, riducendo Cosa nostra (testuale!) a fenomeno «legato a condizioni di incultura, di scarsa mobilitazione o tensione sociale, a momenti di crisi morale ed economica»; con il capolavoro finale del patetico tentativo (portato avanti, in verità, con una fragile dissociazione dell’opposizione) di scrollare dalle spalle del senatore Andreotti il macigno, confermato financo in Cassazione, delle sue collusioni con la mafia fino al 1980.

 

In un simile contesto, si capisce meglio il riproporsi della "filosofia" del contrasto alla mafia come problema soltanto di "guardie e ladri", da delegare tutto a polizia e magistratura, il cui intervento viene perciò esaltato quando si arrestano esponenti di vertice o quadri intermedi dell’ala militare o immediati dintorni, mentre si accusano di indebito uso politico della giustizia (comunisti!) i magistrati che si permettono di indagare senza sconti anche sulle cosiddette "relazioni esterne", ossia sulle coperture, complicità e collusioni che sono la spina dorsale del potere mafioso. Al punto che se un magistrato dell’antimafia non viene aggredito o addirittura è sostenuto dai "soliti noti", c’è da chiedersi dove stia sbagliando... È di decisiva importanza, allora, dare segnali precisi di discontinuità, di inversione di tendenza. Molte le cose che si dovrebbero fare. Ne segnalo due, a mio avviso pregiudiziali.

La prima riguarda la legislazione antimafia, oggi disseminata e dispersa in mille rivoli (codice penale, codice di procedura penale, norme di diritto amministrativo, ordinamento penitenziario, leggi più o meno speciali sui "pentiti", sul riciclaggio, sugli appalti, sulle misure di prevenzione personali e patrimoniali, sui beni confiscati e via seguitando), con sovrapposizioni, contraddizioni, stratificazioni ed incongruenze che spesso ostacolano, ritardano o rendono vischiosi gli interventi. È urgente predisporre un testo unico della legislazione antimafia, che faccia ordine e chiarezza, e al tempo stesso proponga i necessari aggiornamenti. Il ministro Mastella ha pubblicamente manifestato l’orientamento di creare un’apposita commissione. Per favore, che dalle dichiarazioni di intenti si passi - senza più attendere - alla traduzione in cifra operativa dei buoni propositi.

 

L’altra misura urgente riguarda la gestione dei beni confiscati ai mafiosi. Nella passata legislatura le relative competenze (da un ufficio specializzato, che si occupava soltanto di questo) furono inopinatamente trasferite al Demanio, cioè un calderone enorme dove la specificità dei problemi derivanti dall’origine mafiosa dei beni non può non perdersi: per ragioni strutturali ed obiettive, ma con guasti ed inconvenienti a non finire che aumentano di giorno in giorno. Di qui la necessità di ripristinare un qualcosa - si chiami Agenzia o Alto Commissariato poco importa - che sia incaricato di occuparsi esclusivamente dei beni confiscati ai mafiosi, così da poter mirare gli interventi volta a volta necessari sulla specifica concretezza dei problemi, affinandone via via la conoscenza e specializzandosi sempre più nella risoluzione di essi. Si tratta di impedire che appassisca quel fiore all’occhiello che il nostro Paese può orgogliosamente esibire: il fiore dell’antimafia dei diritti, delle opportunità e del lavoro. Un fiore che profuma di coraggio e di riscatto, di lavoro pulito e di cittadinanza vera.

 

Un fiore che può indirizzare il futuro dei giovani verso una migliore qualità della vita. Un fiore che emana quel «fresco profumo di libertà che si contrappone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità» di cui parlò proprio Paolo Borsellino alla vigilia della sua morte. Un fiore coltivato da «Libera», l’organizzazione della società civile in cui tanta parte ha avuto Rita, la sorella di Paolo Borsellino. Un fiore che oggi va sostenuto e protetto, se non si vuole che il rigore e il volto pulito di tanti siciliani onesti, che alla memoria di Paolo Borsellino ispirano il loro quotidiano impegno, soccombano nella palude della serena convivenza con la mafia praticata dai "maestri" della duttilità. Quelli che i rapporti tra mafia e potere li risolvono come se si giocasse a Monopoli: se peschi un "Imprevisto", magari stai fermo per un po’; ma poi ricominci a giocare, con gli stessi terreni, le stesse case, gli stessi alberghi, le stesse stazioni, gli stessi soldi di prima; persino con la stessa pedina di prima. Non è precisamente per questi indecenti balletti che hanno sacrificato la loro vita Paolo Borsellino e tanti altri come lui.

Gian Carlo Caselli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Link

 

 

Il martirio di Paolo Borsellino

Rita Borsellino, i dieci anni da Paolo

Borsellino,i pentiti, la mafia e la politica

La vita di Paolo

Falcone Borsellino e non solo

La strage di via d’Amelio

Progetto legalità.

In memoria di Paolo Borsellino

 

 

Bibliografia essenziale

 

 

Invia ad un amico

 

 

 

Inviaci i tuoi commenti e/o notizie sull’argomento

rondarossa@tiscali.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Avvenimenti Italiani

 

Avvenimenti italiani

rondarossa@tiscali.it