Il nostro film su Calvi in un'Italia che cancella tutto"

 

 

 

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Sono passati vent'anni dalla drammatica morte di Roberto Calvi, trovato impiccato sotto un ponte di Londra. Una vicenda ancora piena di misteri. Il progetto di farne un film risale alla fine degli anni Ottanta quando Gian Maria Volonté, Giuseppe Ferrara e Armenia Balducci (protagonista, regista e sceneggiatrice del precedente Il caso Moro) decisero di portare sullo schermo una vicenda italiana significativa di un preciso momento storico. Il film I banchieri di Dio - Il caso Calvi, interpretato da Omero Antonutti e Rutger Hauer, vede la luce dopo dieci anni per la tenacia di Ferrara e di Armenia Balducci. Armenia Balducci, quella per il film d'inchiesta è una passione?
"La politica mi appassiona per pratica e militanza, un interesse che è cresciuto con Gian Maria Volonté. Avrebbe dovuto interpretare lui Roberto Calvi e rendere l'ambiguità di un personaggio che crede di avere il potere e invece è usato dal potere. In un primo momento non era convinto della sceneggiatura, poi la Penta che avrebbe dovuto finanziare il film ha bloccato il lavoro, poi Gian Maria è morto".

Che senso ha oggi "Il caso Calvi"?
"Sono passati vent'anni da quegli avvenimenti e il film è diventato storico nel senso che va a ricreare un momento della prima repubblica. Oggi c'è scarsa memoria, si tende all'azzeramento, assistiamo a una sorta di cancellazione progressiva di certi fatti. Questa è una ricostruzione di un balletto grottesco, un intreccio micidiale di poteri. Dopo anni non si riesce a risolvere delitti, stragi, attentati. In questo caso si sta ancora aspettando di conoscere i risultati di un'analisi sul corpo di Calvi per stabilire se si è ucciso o se è stato ucciso. Scrivere il film è stato come mettere insieme i pezzi di un puzzle in modo da creare un insieme comprensibile".Quando Volonté ha accettato d'interpretare il film?
"Non dimenticherò mai che alle 7 del mattino mi ha telefonato per dirmi che aveva letto la nuova sceneggiatura e l'aveva trovata bellissima. "Finalmente questo film ha un cuore" mi ha detto "prima di morire voglio fare Calvi come tu lo hai scritto"".

Che differenza c'era tra la prima e la nuova sceneggiatura?
"La prima tendeva a restituire in modo preciso la prima repubblica e Calvi faceva parte di questo paesaggio, era stato sacrificato alla ricostruzione storica di quel momento, con la P2, i servizi segreti, gli intrecci politici, la corruzione. Nell'ultima stava invece al centro di questa congerie di cose. Era in un ingranaggio in cui pensava di essere manovratore e invece era una rotellina mossa dai potenti".

(24 febbraio 2002)
di ROBERTO ROMBI

 

 

Venti anni dopo i segreti di Calvi in una cassetta di sicurezza

 

Il mistero sulla morte del banchiere Roberto Calvi, il presidente del vecchio Banco Ambrosiano trovato impiccato il 17 giugno del 1982 sotto il ponte dei "Frati neri" nel centro di Londra, è contenuto in una cassetta di sicurezza. Una cassetta di sicurezza intestata proprio a lui, Roberto Calvi, ed alla madre, Maria Rubini, trovata e aperta vent'anni dopo nel caveau dell'agenzia del Nuovo Banco Ambrosiano di corso Magenta a Milano. Il contenuto di quella cassetta potrebbe finalmente svelare uno dei misteri d'Italia, un affaire dove a vario titolo sono stati coinvolti faccendieri, "collaboratori" di servizi segreti, cardinali e mafiosi. Quella cassetta di sicurezza contiene tante carte, documenti, conti, memorie e riferimenti a persone e ad affari internazionali che potrebbero dare un nome ed un volto ai mandanti che avrebbero affidato alla mafia siciliana e ad esponenti della Banda della Magliana l'esecuzione di Roberto Calvi. "Queste carte - dice un investigatore che lavora in questa delicatissima inchiesta - potrebbero portarci all'individuazione del movente e dei mandanti che provocarono la morte del banchiere". Tutto il materiale è adesso nelle mani dei sostituti procuratori di Roma Maria Monteleone e Luca Tescaroli e degli investigatori del Gico, il reparto speciale della Guardia di Finanza che indaga contro la criminalità organizzata. Il ritrovamento della cassetta di sicurezza, che per vent'anni nessuno aveva scoperto, potrebbe essere la svolta per risolvere il giallo sull'assassinio di Calvi. La cassetta di sicurezza è stata "individuata" appena dieci giorni fa, gli investigatori seguivano quella pista da alcuni mesi, sapevano che il presidente del Banco Ambrosiano, prima di fuggire a Londra aveva lasciato una sorta di "memoriale" da qualche parte. E dieci giorni fa la conferma. La cassetta di sicurezza di Calvi c'era ancora e adesso è nelle mani degli inquirenti.
Alcuni riferimenti contenuti in un foglio ritrovato dentro la cassetta hanno portato l'altro ieri gli investigatori del Gico a Tremenicco, un piccolo paese montano in provincia di Lecco. Lì sono state perquisite due villette di proprietà dell'ingegnere Leone Calvi, fratello di Roberto Calvi. I finanzieri hanno raggiunto Tremenicco, dove Roberto Calvi è stato sepolto nel dicembre del 1998, quando era già buio per tentare di operare in gran segreto. Ma sono dovuti intervenire i pompieri per sfondare alcune porte. Anche li è stato trovato qualcosa ma il materiale più importante è contenuto nella cassetta di sicurezza recuperata dieci giorni fa. L'indagine mai conclusa potrebbe quindi essere ad una svolta. Un'indagine cominciata vent'anni fa, prima condotta da Scotland Yard e poi dalla polizia italiana. Per anni la morte del banchiere - rifugiatosi in Inghilterra dopo essere stato coinvolto nel crac della sua banca, strettamente legato al colossale buco delle finanze del Vaticano: 1.300 miliardi di dollari dello Ior (la banca vaticana) guidata allora dal cardinale Marcinkus - era sempre un mistero. Per la polizia inglese si era trattato di un suicidio. Le indagini della magistratura italiana, le perizie d'ufficio e quelle dei familiari del banchiere, avevano invece dimostrato che Roberto Calvi era stato assassinato. Da chi? E perché? Due interrogativi che fino ad ora non sono stati ancora sciolti. L'inchiesta è sempre stata difficile e complicata. Vi sono entrati ed usciti capi mafia come Pippo Calò, faccendieri come Flavio Carboni che furono arrestati e poi scarcerati. Nella vicenda venne coinvolto anche un ex padrino di Cosa nostra, Francesco Di Carlo, da qualche anno collaboratore di giustizia e che trascorreva la sua latitanza a Londra nello stesso periodo in cui fu ucciso Calvi. Si era avanzata l'ipotesi che fosse stato proprio il boss Di Carlo ad attirare Calvi in un tranello per poi strangolarlo e simulare il suicidio. "Sulla morte di Calvi ho qualche sospetto - ha detto il pentito - ricordo che alcuni giorni prima della sua morte fui cercato con insistenza da Pippo Calò. Non sapevo perché e quando, alcuni giorni dopo la scoperta del cadavere di Calvi impiccato sotto il ponte dei "Frati Neri" feci una puntata a Roma, chiesi perché mi avevano cercato. Bernardo Brusca e Calò mi risposero che ormai tutto era stato "sistemato" ma non mi dissero che cosa era stato "sistemato"".

Infine l'anno scorso un'altra pista che coinvolge lo Ior e la mafia. Una pista fornita dal boss turco Oral Celik che dava ordini ad Alì Agca, l'attentatore del Papa. Il figlio di Calvi, Carlo, intervistato da "Repubblica" lo scorso anno aveva sostenuto che l'omicidio di suo padre e l'attentato al Papa "servirono a scongiurare la rivelazioni dei rapporti tra politica, economia e crimine organizzato". "E quando più violenta si fece la pressione esercitata su mio padre - aggiunse Carlo Calvi - affinchè mantenesse il segreto sull'uso che si faceva dell'Ambrosiano e quindi dello Ior per finanziare attività politiche e progetti ocuclti, lui pensò di difendersi informandone il nuovo Papa. E lo fece all'insaputa di tutti, anche di Marcinkus". Il figlio di Calvi fece anche riferimento al complesso meccanismo di triangolazione chiamato "conto deposito" che consentiva al Banco Ambrosiano di Nassau di finanziare lo Ior, tramite la panamense United Trading Company con conto presso la banca del Gottardo di Lugano. Ora la cassetta di sicurezza di Roberto Calvi trovata vent'anni dopo potrebbe finalmente svelare tutti i misteri.

 

di FRANCESCO VIVIANO

 

 

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