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Fulvio Croce e Emilio Alessandrini |
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A V V E N I M E N T I I T A L I A N I A V V E N I M E N T I I T A L I A N I |
Fulvio
Croce ed Emilio Alessandrini Fulvio Croce, era presidente
dell’Ordine degli avvocati di Torino, avvocato integro e coraggioso,
ucciso il 28 aprile 1977 dalle Brigate rosse. Nel tardo pomeriggio, Croce
stava rientrando nel suo studio e aveva varcato l’androne
quando una voce gli gridò, << Avvocato>>. Appena si voltò,
il killer gli sparò. Lo studio di Franzo Grande Stevens, nel cuore della zona degli edifici giudiziari di
Torino, era vicino al luogo dove fu ucciso Croce..
Come gli altri avvocati che si erano precipitati nello studio di Croce appena
saputa la notizia, Grande Stevens senti un profondo
rammarico e una grande indignazione. Con gli anni quel dolore non si è
attenuato e non è passato un giorno senza che, al ticchettio sommesso di un
orologio a pendolo posto in un angolo del suo ufficio, Grande Stevens non abbia gettato uno
sguardo alla fotografia di Croce che tiene sulla sua scrivania. Per Croce la difesa dei terroristi delle Brigate rosse era
una questione di dovere morale e di lealtà verso i principi professionali,
anche se ubbidire alla chiamata del dovere gli sarebbe costata la vita. Fu
ucciso per non aver rifiutato lo sgradito incarico che gli era toccato un anno prima. I terroristi contestavano il diritto del tribunale a
processarli, sostenendo che era parte di un sistema capitalistico che loro
cercavano di rovesciare, e avevano ricusato i loro avvocati. Non avrebbero accettato avvocati d’ufficio,
avevano detto minacciosamente. Malgrado questo, i membri dell’Ordine degli
avvocati di Torino, sotto la guida di Croce, assunsero la difesa dei
brigatisti. Nel tribunale di Torino si tenne il primo processo ai leader del
gruppo terroristico, non c’era da sorprendersi che nel capoluogo piemontese i
brigatisti trovassero terreno fertile e un discreto
consenso. Torino in quegli anni era stata una calamita per le grandi ondate
migratorie dal Sud, le difficili condizioni di vita in fabbrica e la condizione
di emarginazione subite contribuivano a rendere
alienanti le condizioni di vita degli immigrati. Croce scelse otto membri dell’Ordine degli avvocati per
difendere i leader delle Brigate rosse sotto
processo. A Grande Stevens e a
un collega fu assegnata la difesa di Renato Curcio, il capo storico delle
birre, e a quella di altri tre imputati. Nonostante le obiezioni e le
minacce, racconta Grande Stevens, decidemmo di organizzare un colloquio con gli imputati
nella prigione dove erano rinchiusi. L’incontro fu gelido e terminò con
l’avvertimento di Curcio che, se non avessero
rifiutato l’incarico, la loro vita sarebbe stata in grave pericolo. Grande Stevens e il suo collega riferirono all’Ordine degli avvocati quanto detto dai
terroristi. La minaccia di morte incombeva sui legali incaricati della difesa, ma Croce non si lasciò dissuadere, la legge
italiana imponeva ed esigeva che gli imputati , tutti gli imputati, fossero
difesi e la deontologia degli avvocati richiedeva che venisse fornita
un’adeguata assistenza legale. Sotto la costante guida di Croce, gli avvocati difensori
stabilirono la loro strategia, non avrebbero imposto
una difesa superficiale, né avrebbero invocato circostanze attenuanti per i
crimini perché gli imputati erano molto contrari a questo. Avrebbero invece
sollevato obiezioni alla minima violazione delle regole che garantivano un
processo equo, e si sarebbero battuti per il diritto degli imputati a
difendere se stessi, cosi come voleva Curcio e gli
altri leader.<< In quel processo, li abbiamo difesi sul serio>>,
ha detto Grande Stevens molti anni dopo, <<
sebbene ci fossero molti politici che ci chiedevano di non farlo, perché
volevano che
gli imputati fossero condannati il più velocemente possibile>>. La tensione era palpabile quando,
il 7 giugno 1976, Grande Stevens si alzò in aula
per presentare le argomentazioni della difesa. Quando ebbe finito, una donna
del gruppo, soprannominata Nonna Mao, abbracciò
Grande Stevens, dicendogli
che si era comportato come un vero avvocato. Con il suo tipico modo di fare,
Croce stemperò la tensione dicendo ad alta voce che Grande Stevens aveva fatto una conquista. Al
di là dell’umorismo, però,Croce era al corrente dei rischi che stava
correndo. << Disse ad alcuni di noi che pensava di essere costantemente
pedinato>>, ricordava Grande Stevens,<< ma andava avanti imperterrito>>. Quando Croce fu assassinato nel
1977, il peggio degli anni di piombo , quando gruppi di estrema sinistra
ricorrevano alle armi contro quelli che consideravano nemici di classe e gli
estremisti di destra usavano le bombe per seminare morte fra innocenti,
doveva ancora arrivare. Torino era solo uno dei centri dove il terrorismo di estrema sinistra aveva messo radici nella metà degli
anni Settanta. Un altro era Milano, anche qui le strade si macchieranno
di sangue di persone oneste uccise per il lavoro che facevano. Viale Umbria è uno degli anelli stradali che circondano il
centro storico di Milano. Intorno alle 8.15 del mattino del 29 gennaio 1979,
un nucleo delle Brigate rosse uccise Emilio Alessandrini, mentre la sua
macchina era ferma a uno dei trafficati incroci del
viale. La vittima, un giovane pubblico ministero molto stimato, lavorava al
palazzo di giustizia, a poco più di un chilometro dalla scena del delitto.
Come tutte le mattine, Alessandrini aveva accompagnato il figlio di nove
anni, Marco, alla scuola elementare, a poche centinaia di metri da quell’incrocio. Soltanto due mesi prima, ad Alessandrini
era stato assegnato un nuovo incarico, un caso molto scabroso e delicato. Una
nutrita squadra di ispettori del servizio di
vigilanza della Banca d’Italia era stata impegnata per circa nove mesi a
scavare nei conti del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, e aveva completato
il lavoro a metà novembre. Dopo che un comitato di esperti
della banca centrale ebbe stabilito che esistevano prove di violazione delle
regole sul controllo dei cambi a carico del presidente dell’Ambrosiano, il
rapporto passò quindi nelle mani del tribunale di Milano, e affidato a
Alessandrini, già molto noto per le sue indagini sulle Brigate rosse, ma
anche perché molto esperto di diritto finanziario. Alessandrini aveva anche indagato sulla strage di piazza Fontana, crimine commesso da estremisti di destra
nell’ambito di una strategia del terrore volta ad accrescere la tensione
politica italiana. Alcuni colleghi di Alessandrini
erano preoccupati che le indagini sul suo omicidio tralasciassero la pista
che portava al coinvolgimento di agenti deviati dei servizi segreti legati
all’estrema destra. Avevano buone ragioni per preoccuparsi, perché appena due
anni dopo l’omicidio di Alessandrini, due magistrati
milanesi scoprirono, l’appartenenza di Calvi alla sovversiva loggia massonica
P2, di cui facevano parte anche molti militanti ed esponenti di estrema
destra. Le indagini comunque
confermarono, tuttavia, che Alessandrini era stato ucciso da un gruppo
terroristico di estrema sinistra, Prima linea. In una dichiarazione, il
gruppo affermò di aver sparato al PM perché era uno dei magistrati che, con
la sua reputazione e professionalità, aveva fatto di
più per dare credibilità al sistema penale. << I veri nemici del
proletariato sono i giudici democratici e riformisti>>, dicevano quelli di Prima linea. Gli anni di piombo furono una stagione folle di ideologia folle. Sembrava impossibile, a tutti, che un’organizzazione, sia
pur eversiva, potesse colpire un uomo come Emilio
che dell’ansia di progresso e democrazia era una delle sue bandiere ebbe a
dire Armando Spataro collega ed amico di
Alessandrini. Spataro era arrivato a Milano nel
settembre del 1976 fresco di tirocinio di Pubblico Ministero, e nel giugno
del 1977 gli era stato assegnato il compito di interrogare il nocciolo duro dei leader delle
Brigate rosse, nel processo che era stato trasferito da Torino a Milano. Il procuratore
capo preferì non esporre i suoi magistrati più esperti e meglio conosciuti ai
rischi di affrontare in tribunale le Brigate rosse e
ripiegò sul giovane magistrato che aveva da poco cominciato la sua carriera,
ma che sembrava promettente. << Mi sentii onorato e ovviamente accettai
l’incarico>>, disse Spataro
. Anche Alessandrini fu assegnato al processo e accompagnava il suo
giovane collega in tribunale, dove discretamente prendeva posto a una certa distanza dal pubblico ministero Spataro. Alessandrini assistette a un
alterco tra Spataro e gli avvocati difensori che
erano stati ricusati dai brigatisti con una manovra tattica, ma che cercavano
comunque di conferire privatamente con gli imputati. Gli avvocati avvisarono Spataro
che avrebbero riferito ai leader delle birre che il pubblico ministero aveva
rifiutato di autorizzare questo incontro. Non conoscevano Spataro, ma la
minaccia era inequivocabile, le birre uccidevano i PM .<< Forse
vorreste sapere il mio nome?>> , chiese loro Spataro scrivendolo su un foglietto di carta. <<
Emilio mi si avvicinò. Voleva sapere se da piccolo giocavo spesso a fare il
pubblico ministero>> ricorda il magistrato
milanese. Lo aveva imparato da suo padre rispose ad
Alessandrini, ricevendo in cambio una pacca sulla spalla. Spataro e Alessandrini vivevano nello
stesso condominio vicino al tribunale di Milano. Quando Spataro senti che avevano sparato al suo collega, corse
sul luogo del delitto. Trovò la Renault 5 di Alessandrini che bloccava il traffico circondata da
poliziotti, la portiera aperta e il corpo del suo amico-collega accasciato
sopra il volante. Aveva avuto modo di conoscere Emilio durante i due anni
trascorsi a Milano e il suo collega più anziano era
stato sempre disponibile, come lo era nei confronti di tutti i suoi colleghi
più giovani. << E chi lo ha conosciuto,
lo ha amato>> ha detto Spataro. Dopo oltre un quarto di secolo, molti tengono ancora sulla
loro scrivania dell’ufficio o a casa una foto del pubblico ministero
assassinato. Nel palazzo di Giustizia è stato collocato un busto di Alessandrini. Avvenimenti
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