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Giulio Andreotti
Che cosa dice
veramente la sentenza
d’appello di Palermo. Andreotti mafioso fino al 1980, ma assolto per
prescrizione. E dopo? Quando decise davvero che la mafia era cattiva? I
commenti (incredibili) di politici, avvocati, giornalisti, sulla “mafia
buona”, sul “sapevamo tutti”…
Per tre volte, nella sua
lunghissima vita politica, Giulio Andreotti ha
bruciato le navi, si è tagliato i ponti alle spalle. Per tre volte ha
compiuto una svolta radicale: cambiando tutto per non cambiare niente. La
prima volta è stata nel 1974, quando in una clamorosa intervista ha
«bruciato» Guido Giannettini, l’informatore dei
servizi segreti ricercato per la strage di piazza Fontana in contatto con gli
stragisti neri. La seconda è stata nel 1990, quando ha ammesso l’esistenza di
Gladio e ha reso pubblico un primo, parziale elenco dei membri della
pianificazione segreta anticomunista. La terza è stata
quando lo «zio Giulio», dopo anni di «amichevoli rapporti» con i boss
siciliani, ha voltato le spalle a Cosa nostra.
Quando
è avvenuta la terza svolta? Nella primavera del 1980, dicono le motivazioni
della sentenza d’appello di Palermo del processo ad Andreotti
Giulio, imputato di associazione per delinquere e associazione di tipo
mafioso. È avvenuta molti anni dopo, all’inizio degli anni Novanta, dicono
invece alcuni studiosi di cose mafiose. Comunque sia, oggi almeno una cosa si
può affermare: Giulio Andreotti – senatore a vita
della Repubblica italiana, sette volte presidente del Consiglio, l’immagine
stessa del potere in Italia – è stato strettamente legato ai boss. Sarebbe
stato condannato per i fatti fino alla primavera 1980, se la sentenza non
fosse arrivata troppo tardi: l’associazione per delinquere si prescrive
infatti dopo 22 anni e mezzo, quindi nell’inverno 2002. La sentenza è
arrivata il 2 maggio 2003. Andreotti, dunque, ha
evitato la condanna per pochi mesi.
Ha un bel dire, il
presidente della Camera Pierferdinando Casini, che
la storia la devono scrivere gli storici e non i
giudici. Gli storici non potranno fare a meno di leggere anche questa
sentenza, che allinea una serie di fatti – rapporti, contatti, incontri,
connivenze, scambi – tra «zio Giulio» e i boss. Fatti provati. E non sarebbe
male che la leggessero anche i politici, per evitare di rilasciare
dichiarazioni inadeguate. «E i fatti che la Corte ha ritenuto provati dicono, comunque, (…)
che il senatore Andreotti ha avuto piena
consapevolezza che suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti
con alcuni boss mafiosi; ha, quindi, a sua volta, coltivato amichevoli
relazioni con gli stessi boss; ha palesato agli stessi una disponibilità non
meramente fittizia, ancorché non necessariamente seguita da concreti,
consistenti interventi agevolativi; ha loro chiesto favori; li ha incontrati;
ha interagito con essi; ha loro indicato il comportamento da tenere in
relazione alla delicatissima questione Mattarella,
sia pure senza riuscire, in definitiva, a ottenere che le stesse indicazioni
venissero seguite; ha indotto i medesimi a fidarsi di lui e a parlargli anche
di fatti gravissimi (come l’assassinio del presidente Mattarella)
nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunciati;
ha omesso di denunciare le loro responsabilità, in particolare in relazione
all’omicidio del presidente Mattarella, malgrado
potesse, al riguardo, offrire utilissimi elementi di conoscenza». Così dice
la sentenza. «Di questi fatti, comunque si opini
sulla configurabilità del reato, il senatore Andreotti risponde, in ogni caso, dinanzi alla Storia».
Il caso Mattarella. Continuano i giudici: «La
manifestazione di amichevole disponibilità verso i mafiosi è stata
consapevole e autentica e non meramente fittizia». Conseguenza: «La
manifestazione di amichevole disponibilità verso i mafiosi, proveniente da
una personalità politica così eminente e così influente, non ha potuto, di
per sé, non implicare la consapevole adduzione alla associazione di un
rilevante contributo rafforzativo». In altre parole: Cosa nostra, la più
pericolosa organizzazione criminale italiana, è stata rafforzata in maniera
rilevante dall’«amichevole disponibilità» di un politico così potente. Ce n’è
abbastanza per giustificare un civile disprezzo per il senatore, o almeno per
smetterla di invitarlo ai talk show o d’intervistarlo con deferenza su ogni
argomento?
L’episodio più agghiacciante che i giudici gli addebitano è la vicenda Mattarella. Piersanti Mattarella, leader democristiano e presidente della
Regione siciliana, viene ucciso il giorno dell’Epifania, il 6 gennaio 1980.
Gli sparano sotto casa, a Palermo, mentre con la moglie, la madre e i suoi
due figli sta per uscire dal garage, diretto a messa, alla parrocchia di San
Francesco da Paola. Anni dopo, il collaboratore di giustizia Francesco Marino
Mannoia spiega: «Dopo avere intrattenuto rapporti
amichevoli con i cugini Salvo e con Stefano Bontate,
ai quali non lesinava favori, Mattarella
successivamente aveva mutato la propria linea di condotta». Voleva ripulire la Dc
siciliana. Aveva rotto con le vecchie amicizie. Era entrato in rotta di
collisione, per esempio, con l’onorevole democristiano Rosario Nicoletti. Nicoletti, testimonia Marino Mannoia, «riferì a Bontate».
I vertici di Cosa nostra, preoccupati per
l’atteggiamento di Mattarella, chiedono
allora un incontro con il loro massimo referente politico, Giulio Andreotti. E la richiesta è rapidamente soddisfatta. Il
grande statista scende a Palermo e si incontra con i suoi: l’onorevole Salvo
Lima, i cugini Salvo, l’onorevole Nicoletti. E con
il capo di Cosa nostra, Stefano Bontate. Il vertice
tra Andreotti e Bontate
avviene in una riserva di caccia, tra la primavera e l’estate del 1979. Ma Mattarella non cambia linea e così viene eseguita la
sentenza di morte. Nicoletti non regge al rimorso e si uccide. Andreotti torna in Sicilia, torna a incontrarsi con Bontate: fa le sue rimostranze, come dopo un piccolo
sgarbo, un affare andato male. Non una denuncia, non una parola ai
magistrati. Dopo molti anni, Franco Evangelisti, braccio destro di Andreotti, dichiara a verbale: «Conoscevo Piersanti Mattarella. Dopo che
questi fu ucciso, chiesi pure a Salvo Lima che cosa ne pensasse. Egli mi
rispose con questa sola frase: Quando si fanno dei patti, vanno mantenuti».
Ora la sentenza, dopo
22 anni e mezzo più qualche mese, dice: «I fatti non possono interpretarsi
come una semplice manifestazione di un comportamento solo moralmente
scorretto e di una vicinanza penalmente irrilevante, ma indicano una vera e
propria partecipazione alla associazione mafiosa,
apprezzabilmente protrattasi nel tempo». Ma Andreotti incassa l’assoluzione «e per il resto, amen».
Altri, attorno a lui, minimizzano, dicendo che, in fondo, «tutti sapevamo da
tempo» (Giuliano Ferrara), o che la colpa di Andreotti
è di aver accettato il «quieto vivere», che le sue responsabilità sono
quelle, politiche, di aver creato in Sicilia un blocco di potere che
inglobava anche la mafia (Emanuele Macaluso). Ma è
«risaputo», è «politico», è «quieto vivere» incontrare almeno un paio di
volte il capo di Cosa nostra e discutere con lui – animatamente, per carità –
dell’omicidio di un compagno di partito in Sicilia?
La svolta. Dicono i
giudici che la svolta avviene «progressivamente» dopo il 1980, dopo
l’omicidio di Mattarella. In quell’occasione,
Andreotti «non si è mosso secondo logiche istituzionali,
che potevano suggerirgli di respingere la minaccia alla incolumità
del presidente della Regione facendo in modo che intervenissero per tutelarlo
gli organi a ciò preposti e, per altro verso, allontanandosi definitivamente
dai mafiosi, anche denunciando a chi di dovere le loro identità e i loro
disegni: il predetto, invece, ha, sì, agito per assumere il controllo della
situazione critica e preservare la incolumità dell’onorevole Mattarella, che non era certo un suo sodale, ma lo ha
fatto dialogando con i mafiosi e palesando, pertanto, la volontà di
conservare le amichevoli, pregresse e fruttuose relazioni con costoro, che,
in quel contesto, non possono interpretarsi come meramente fittizie e
strumentali».
Eppure molti commenti
hanno, anche in questo caso, minimizzato, giocando con le parole: Andreotti avrebbe avuto rapporti, in fondo, con l’«ala
moderata» di Cosa nostra, o addirittura la «mafia buona» (Giulia rovengano). In che cosa consisteva la «moderazione» (o la
«bontà») della Cosa nostra di Stefano Bontate,
Salvatore Inzerillo, Tano Badalamenti?
Furono loro a entrare alla grande nel business dell’eroina, diventando
raffinatori in Sicilia e esportatori verso gli Usa. Furono loro a scatenare
l’offensiva «colombiana» del 1979, una mattanza senza precedenti in cui
furono ammazzati il capo della Squadra mobile di Palermo Boris Giuliano, il
capitano dei carabinieri Emanuele Basile, il capo del giudici istruttori
Cesare Terranova, il procuratore della Repubblica Gaetano Costa, il
presidente della Regione Piersanti Mattarella. Furono loro a eliminare Peppino Impastato,
quello dei Cento passi. Di questa mafia Andreotti
fu sodale, intraprendendo «una vera e propria partecipazione alla associazione mafiosa, apprezzabilmente protrattasi
nel tempo».
Dopo l’80, però, il
senatore si sarebbe progressivamente staccato dall’antico sodalizio: i suoi
giudici hanno ritenuto insufficienti le prove portate dall’accusa sui
contatti successivi. Ma nel 1981 Bontate viene
ucciso durante la guerra di mafia scatenata dai corleonesi
di Totò Riina e Bernardo Provenzano.
E gli uomini di Andreotti in Sicilia, da Lima ai
cugini Salvo, non soccombono insieme ai «perdenti»: annusata l’aria, li
abbandonano e passano con i corleonesi. Per
un’altra decina d’anni. Andreotti, il loro capo a
Roma, non sapeva, non vedeva, non capiva? Nel 1982 viene ucciso il prefetto
Carlo Alberto dalla Chiesa, che prima di partire per Palermo passa da Andreotti per dirgli che non avrà riguardo per la
«famiglia politica più inquinata dell’isola» e il senatore «sbiancò in
volto».
È solo alla soglia degli anni Novanta che le cose cambiano davvero. Andreotti capisce che il sistema non regge più e (come
aveva fatto per le «stragi di Stato» e per Gladio) manovra per sganciarsi dai
cattivi rapporti siciliani. Lascia mano libera, al ministero della Giustizia,
a Claudio Martelli e al suo nuovo direttore degli Affari penali, Giovanni
Falcone. Non si mobilita perché la Cassazione blocchi le condanne definitive ai
mafiosi per il maxiprocesso di Palermo. È solo allora che Cosa nostra prende
atto del «tradimento» e avvia la stagione della resa dei conti: il 12 marzo 1992, a Mondello, uccide il proconsole di Andreotti
nell’isola, Salvo Lima. Negli ultimi attimi prima della morte, forse gli sarà
tornata alla mente la frase detta qualche anno prima a Evangelisti: «Quando
si fanno dei patti, vanno mantenuti».
1 agosto 2003 di Gianni Barbacetto
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