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Agostino Cordova Links esterni il «caso» Cordova dinanzi alla
Corte di Strasburgo Audizione di Agostino Cordova e Felice Di
Persia al parlamento |
Agostino Cordova Giorgio Bocca incontra il prefetto Agostino Cordova Rivedo il procuratore Agostino Cordova
in un tiepido pomeriggio di metà luglio a Napoli nella caserma della polizia
che sta sotto la reggia aerea di Capodimonte, a Monte di Dio. Dico sotto perché nel grande
corpo di Napoli la ripartizione napoleonica in quartieri e strade e numeri
civici non è ancora stata accettata, si dice ancora ’incoppa, abbascio,
affianco, vicino a qualche luogo riconoscibile a occhio, a tatto, a
odore. Da anni ospite o prigioniero della caserma? Nel
2004 lo hanno emarginato dalla magistratura per “incompatibilità ambientale”,
un reato inesistente, inventato da una burocrazia che non ti uccide subito,
ma ti mette una maschera di ferro sul viso, ti isola,
fa di te un innominabile, sorvola se qualcuno ti nomina, come se tu fossi
qualcosa a metà tra un’impurità e un rimorso. Tutti che prendono le distanze. “Non conosco il caso, non ho seguito la vicenda, non ho
capito. Ma lui il procuratore, ha capito benissimo e
con dolore. “Vede, sono il primo a riconoscere che sono incompatibile
con l’ambiente, ma a volte mi chiedo se non è l’ambiente incompatibile con
me. Un ambiente inafferrabile. Nell’aprile del La caserma di polizia di cui Cordova
è ospite o prigioniero è arroccata sulla montagna o
collina o città in cui i palazzi,forti, chiese, a partire da Castel dell’Ovo, stanno tutti uno dentro l’altro, uno
sopra l’altro, collegati da salite. Archi,gallerie
in cui automobili e camionette si fronteggiano, non possono passare oppure
passano a lamiere che si rasentano, a colpetti di clacson che avvisano solo
della nevrosi collettiva. Quando lo conobbi dodici anni fa nella procura di Palmi era l’immagine di un vigore felice, la camicia candida che si curvava come una vela sopra le rotondità del ventre, lui che si passa una mano sui capelli bianchi e si ripete le domande senza risposta. “Per cinque anni ho fatto il procuratore a Palmi, per dieci a Napoli e amici o nemici sono come spariti in questa mia incompatibilità ambientale. Dove sono i colleghi amichevoli e sorridenti che le presentai per farle vedere che la giustizia era anche una compagnia di uomini solidali, lieti di fare un buon lavoro, di affrontare i pericoli per la difesa di uno stato giusto? Che fine hanno fatto tutte le nostre opere giuste e tutte le anomalie che abbiamo segnalato? A che è servito chiedersi quali carriere avevano fatto gli uomini della P2? Dico:” Forse non era compatibile con la società italiana la
sua intransigenza” Intransigenza? Io penso di avere semplicemente cercato di
far osservare le regole. Ho istituito un ufficio per le impugnazioni delle
sentenze ingiuste. Un camorrista notorio e confesso veniva
ingiustamente assolto? I giudici non impugnavano la sentenza. Ordinai che l facesse la procura. Centinaia di sentenze. Sbagliavo a
oppormi all’archiviazione di delitti e abusi, nel migliore dei casi dovuti
all’ignoranza della legge penale? Ma la legge non dice che
l’ignoranza giustifica. Dovevo stare a guardare? Essere
rigorosi noceva all’ufficio? La politica,gli
affari e tutto qui vanno avanti con i compromessi. Mi spiace. Ma chi ha il compito di far osservare la legge deve intervenire, quando
vede comportamenti inaccettabili. E se in questo compito, a volte, di autoritarismo potevano denunciarlo,farlo denunciare.
Non è stato fatto. Lo si è globalmente sostituito con la
vaga accusa di incompatibilità ambientale. Dicono: non dovevi inquisire la
massoneria. Ma io non ce l’avevo con quelli dei
triangoli e dei grembiulini e di simili giochetti, ce l’avevo con la
massoneria deviata di soci coperti che intervengono nella pubblica
amministrazione facendone parte. Misi insieme milletrecento falconi . Non sono riuscito a sapere che fine abbiano
fatto. Forse lo sanno alla procura di Roma. Dicono
che perdevo il tempo nelle discussioni sulla legge. Ma io non
ho fatto mai discussioni, le questioni le ho sempre poste per iscritto. C’era
del malcontento per il mio modo di agire? Può darsi,ma
era la prova che non mi lasciavo
condizionare dagli interessi personali o di gruppo, come nel caso delle
automobili rimosse.” No a caso il procuratore Cordova
si è trovato di fronte, a Palmi come a Napoli, a due misteri automobilistici,
due colossali truffe automobilistiche. A Palmi migliaia di autosili
venivano denunciate alla compagnie di assicurazione come distrutte o
semidistrutte in incidenti stradali. Il tutto documentato
da false fotografie o false fatture di riparazione di carrozzieri. Risulto poi che alcune filiale delle compagnie di
assicurazione partecipavano alla truffa. A Napoli la truffa era colossale e coperta da autorità
governative: le automobili rimosse dai vigili urbani per sosta vietata
finivano nei depositi senza che i proprietari venissero
mai avvisati. I proprietari pensavano che fossero state rubate e si facevano pagare il furto dalle assicurazioni, le
automobili poi venivano vendute in Italia e all’estero con falsi documenti. Pare che negli anni le automobili rubate siano state oltre
80mila, con la complicità di funzionari del comune e della prefettura. Non si
poteva parlare di confisca perché i proprietari non erano stati avvertiti. Quando scoppiò lo scandalo, un alto funzionario mandò in
rottamazione le auto rimaste nei depositi. Si arrivò al processo celebrato a
Roma e tutti gli imputati vennero assolti
dall’imputazione di “dolo virtuale” Il più illustre degli imputati, un
prefetto trasferito in altre città, era un uomo dell’Opus
Dei. “ Ahi, ahi Cordova, prima la
massoneria, poi l’Opus Dei , ma lei in fatto d’imprudenza è davvero recidivo” Interviene la signora Cordova:” La vera “camorra” forse sono i colleghi di mio marito,
sono i giudici che si fingevano suoi amici quando lui passava in procura. Lui
lavorava senza guardare se poteva essere utile a
questo o a quello. Non sopportavano di dover lavorare
duramente e di farlo onestamente, di essere controllati. Appena hanno potuto hanno organizzato il loro complotto e
si sono rivolti al CSM ponendogli questo ricatto. Volete che a Napoli in
qualche modo la funzione giudiziaria funzioni? Allora liberateci di Cordova. E’ stata davvero una liberazione ambientale.
Tutti hanno potuto dedicarsi alle loro carriere, dare i lavori a chi volevano
o anche solo fare i loro comodi” Interviene Cordova:” Mi hanno rimproverato di discutere poco e di scrivere
troppe circolari .insomma di una dittatura
burocratica. Ma non facevo circolari, davo solo le mie disposizioni per
iscritto affinché restasse la prova che le avevo
date. Fino al 2004 il Consiglio superiore ha approvato il mio modo di
organizzare la giustizia. Poi improvvisamente ha deciso che non era
compatibile con l’ambiente e neppure con la funzione”. Il procuratore Cordova è stato
operato per mal di cuore, il vecchio crepacuore degli onesti ingiustamente
accusati. E la mortificazione continua, con piccole
vessazioni. Chiede che gli paghino delle ferie arretrate e non riceva risposta,
deve ricorrere al Tar, chiede trenta giorni per
malattia e non glieli concedono con la scusa che su un giornale hanno letto
di averlo visto alla presentazione di un libro. Cinque anni fa si è dimesso dall’Associazione magistrati che non l’aveva mai tutelato.. Dice il procuratore: “ Se qualche merito ho avuto, me lo
hanno trasformato in colpa.. Sono intervenuto per
regolare l’uso dei telefoni degli uffici: tutti li usavano per scopi propri. Hanno
dato torto a me e hanno assolto loro con la scusa che il telefonino è stato
concesso ad personam,
che potevamo cioè usarlo come volevamo. Ho fatto sparire da Napoli il
contrabbando dei tabacchi e hanno detto che toglievo
il lavoro alla povera gente. Per i miei nemici, il contrabbando era l’equivalente
della fiat, e io, il procuratore cattivo, lo avevo
tolto dalla città. Secondo il Consiglio superiore sono stato per anni l’esempio
del magistrato inquirente, insensibile alle pressioni, instancabile nel
lavoro, pronto ad intervenire contro gli eccessi e i vizi burocratici. Ora
sono uno che aveva una vena di follia, che sospettava tutto e tutti, che
metteva chiunque sotto controllo, insomma un mezzo paranoico che indagava sui poliziotti senza
motivo mentre rischiavano la pelle. Un maniaco che denunciava
il male ma non lo curava, che faceva inchieste su tutto senza mai concluderne
una. Ma se ne sono accorti dopo sette anni: prima,
come lei ricorderà, i più promettenti giudici di Napoli mi stavano attorno. Mi
chiedo come si sono comportati quelli che mi assistevano solerti e giulivi? Alcuni sono passati dalla parte degli accusatori, altri
hanno fatto i loro fatti, il caso non li interessava.
Certo,Napoli non è una città dove è facile far
rispettare la legge. Qui è fallito anche l’uso del braccialetto elettronico
per il controllo dei condannati agli arresti domiciliari. La legge che
funziona a Bologna non funziona a Napoli. Funziona
per disfarsi dei magistrati che disturbano il quieto
vivere. Sono legato a Cordova da una
memoria giornalistica. Il cronista del Nord che scende negli anni ottanta a
Palmi, la città della ‘ndrangheta e delle carceri speciali, esce dall’autostrada,
chiede dove sia la procura e arriva su una piazza bianca dove il nuovo
palazzo di Giustizia è blindato come in un villaggio del Far West, i
poliziotti a centinaia di guardia agli ingressi, ai corridori, ai terrazzi. Poliziotti che mi accompagnano con il mitra puntato fino all’ufficio
del procuratore; e trovo un signore alto con i capelli a spazzola grigi,
quella camicia bianca si gonfia come una vela sotto il suo pacifico ventre. E’ appena arrivato da Reggio Calabria con la scorta, ogni giorno andata e ritorno sull’autostrada su
cui la mafia può ucciderlo dove vuole: dai roccioni
che la fiancheggiano, all’uscita delle gallerie dove il sole ti acceca. Su e
giù per anni, e a casa
non sono mai sicuri che suonerà alla porta. Gli stavano accanto due giovani
sostituti lieti di lavorare con lui in quel forte avanzato della legge, di
crescere alla sua scuola di coraggio e ironia. “ Si accomodi dottore, qui il lavoro non manca, stamattina
c’è stata una riunione dei cinquantaquattro clan mafiosi della provincia. No
ci hanno invitati ma sanno che ci siamo” “Siamo in un Far West senza sceriffi dove i sorvegliati
sono i giudici” Già da allora, del resto lo accusavano di reati inesistenti
ma da non perdonare. Dicevano che nelle indagini da
lui svolte sui socialisti calabresi c’era il fumus persecutionis, e lui gia da allora rispondeva: “Dicono
che sono incompatibile con l’ambiente. Forse vogliono dire
che persegui i malviventi? Già da allora molti si chiedevano: “Ma che vuole
questo Cordova? Poi l’ho raggiunto alla procura di Napoli dove la sinistra
lo aveva accolto con favore pensando che fosse uno di loro, ma era uno che
non era di nessuno |
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