L’<esecuzione> del giudice Francesco Coco

 

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Il pomeriggio di un giorno come tanti, il caldo è torrido, Genova sembra addormentata. Molti hanno lasciato l’ufficio,per strada rari passanti, negozi chiusi, La vita a Genova riprenderà il ritmo normale fra tre quattro ore. Da via Balbi, tra il caffè dell’università e la farmacia Contardi, parte in salita Santa Brigida: un ripido carruggio largo circa quattro passi, gradoni in selciato, grossi ciottoli rotondi ai lati e la mattonata al centro. Sono le 13,38 di martedì 8 giugno 1976. Una 132 blu del servizio  di Stato, si arresta alla base della gradinata. Sopra rimane l’autista, lentamente per il carruggio salgono il procuratore generale Francesco Coco e la guardia del corpo: sta per finire un breve viaggio verso la morte. Otto minuti prima l’auto si era fermata davanti alla scalinata in marmo del palazzo di giustizia, in via Pammatone, a due passi da Piccapietra. Poi il solito percorso, sempre lo stesso per arrivare a via Balbi, la 132 è stata scortata da una giulia con tre agenti a bordo che riparte non appena il giudice e sceso.

Francesco Coco ha sessantacinque anni, una figura minuta, l’aspetto timido, la voce flebile per un’operazione alla gola, sul naso porta spesse lenti; è sposato, ha tre figli. Da anni è al centro di roventi polemiche, prima come procuratore della Repubblica, poi come massimo rappresentante della pubblica accusa, Più volte è stato indicato come sostenitore troppo fedele del potere; in realtà quando istruttorie  già scottanti hanno dato l’impressione di diventare incandescenti, è stato pronto all’ avocazione , come per le indagini sugli inquinamenti, sviluppate dai < pretori d’assalto>. Nella primavera del 1974, quando le Brigate Rosse catturarono il sostituto procuratore Mario Sossi e pretendono per la sua liberazione di otto appartenenti al gruppo XXIII ottobre, blocca la concessione della libertà provvisoria decisa dalla corte d’appello. Da anni sui muri della città si rinnovano le scritte in rosso che lo attaccano. La più recente, tracciata con vernice spray pochi giorni prima sul palazzo di giustizia, dice: <Uccidendo Cocco uccideremo gran parte dello stato borghese>.

Neppure quaranta passi separano Coco dal portone di casa, il giudice e la guardia del corpo hanno già superato ventiquattro gradoni, lo slargo di Vico Tana, dove ha sede la Camera del lavoro, l’archivolto con la statua di Santa Brigida. Soltanto uno scalpicio interrompe il silenzio nel corrugo: più in basso camminano tre uomini. Il magistrato e l’agente forse parlano, non prestano loro attenzione. Gli sconosciuti , all’improvviso, impugnano pistole con il silenziatore. Un uragano di piombo si abbatte sul procuratore e sull’agente di scorta, Giovanni Saponara, 42 anni e tre figli. Non c’è nessuna reazione, il Saponara non riesce neanche a mettere mano alla sua pistola, Cadono l’uno vicino all’altro, il brigadiere con le braccia allargate, il volto verso il cielo ; Coco prono, le mani vicino ai fianchi, la testa verso il basso, Li hanno centrati al capo e alla schiena, si conteranno decine di bossoli, quasi tutti al bersaglio, solo uno si conficca nel muro . Sembra un’esecuzione di killer professionisti ,fatta di gente evidentemente abituata a spare con freddezza e ferocia.

La tragedia non è finita, l’autista del magistrato, Antioco Decana, di 42 anni, appuntato dei carabinieri, ha parcheggiato la 132 più avanti neppure cento metri dalla salita, sullo spiazzo di fronte ad un negozio di moda, al 139 di via Balbi. A terra una scritta:< per scarico merci> . E’ la prima volta che l’appuntato dei carabinieri svolge quel servizio, di solito l’incaricato è una guardia carceraria, Stefano Agnesetta, che proprio il giorno avanti aveva chiesto un permesso. L’appuntato attende sull’auto, ignaro , sereno: in fondo il lavoro appena iniziato gli sembra un colpo di fortuna, via dalla routine quotidiana, un servizio non pesante, tutto sommato tranquillo. Viene ucciso senza dargli tempo di capire quello che sta accadendo, Due figure che da qualche tempo sostano davanti all’hotel Milano –Terminus scattano verso lo spiazzo, si affiancano alla vettura e sparano al carabiniere, moltissimi colpi, anche loro con il silenziatore.

Una esecuzione, rapida ,non più di 5/6 minuti, Coco e il brigadiere in cima alla scalinata,e l’agente nell’auto, quello che più impressionerà gli inquirenti è la tecnica adottata, una perfetta esecuzione di professionisti altamente specializzati.

Neppure sei ore dopo il massacro, un’rganizzazione presunta di ultrasinistra rivendica il fatto con una telefonata alla redazione di Savona del <Secolo XIX >; <Nella cabina telefonica , c’è un messaggio nascosto nell’elenco degli abbonati>. E’ un foglio scritto a pennarello nero, con una grossa stella sbilenca contenente la sigla NP, cioè Nuovi Partigiani: il gruppo, appena due giorni ha rivendicato l’incendio al cinema Barberini, a Roma. Dice:

Un nemico del popolo ha pagato. Ora tocca ai politici. Attenti Canaglie

 

Ma pochi minuti più tardi uno sconosciuto chiama la redazione genovese del <Secolo XIX>: <Siamo le Brigate Rosse. L’attentato aCoco è stato fatto da noi. Vi manderemo un  comunicato >.E’ l’incertezza e il caos. Da Roma, il ministro degli interni Francesco Cossiga, dichiara : < E’ questo un altro doloroso e tragico anello di una catena di violenza che insanguina il nostro paese in un momento che dovrebbe essere tutto riservato alla civile competizione elettorale. Questo orrendo delitto che possiamo considerare un massacro, si presenta con caratteri suoi propri: le forze dell’ordine e, ne sono certo, anche la magistratura,faranno tutto il possibile per scoprire gli autori del barbaro delitto e rendere giustizia non soltanto alle vittime, ma la popolo  italiano,anch’esso offeso da questo omicidio>.

 

Il comunicato delle Brigate Rosse:…..Martedì 8 giugno un nucleo armato delle Brigate Rosse ha giustiziato il procuratore generale della Repubblica di Genova Francesco Coco. La scorta armata che lo proteggeva è stata annientata. Vale la pena ricordare alcune tape che hanno costellato la lunga carriera di questo feroce nemico del proletariato e della avanguardia armata……..Il lungo comunicato prosegue elencando le”malefatte” del giudice… termina ricordando ad un anno della morte la compagna Mara” caduta in combattimento nella battaglia di Arzello.: Il suo sacrificio non è stato vano. Altri hanno raccolto il suo esempio di militanza comunista e lo porteranno avanti fino alla vittoria.

Genova 8 giugno 1976

 

 

 

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