Carlo Levi nel 1948
Nel libro “Cristo si è fermato a Eboli” gli uomini di
Aliano si autodefinivano così: “Noi non siamo cristiani ma bestie da soma… il
mondo è al di là dell’orizzonte” – Dicevano: “Chi mi dà pane lo chiamo padre”.
Oggi il lavoro c’è, molte cose sono cambiate – Ma “lo Stato resta tiranno” –
“Non vogliamo assistenzialismo”. Aliano (Matera) – Qui, nel paese dove
Carlo Levi soggiornò, al confino politico, cinquanta anni fa, Cristo non è
ancora arrivato, o meglio, come dice il sindaco Centola, “sta per arrivare”. E’
ancora fermo ad Eboli e i contadini della Lucania continuano a ripetere, sulla
scia delle generazioni: “Noi non siamo cristiani, non siamo uomini, ma bestie,
bestie da soma, anzi noi dobbiamo subire il mondo dei cristiani, che sono al di
là dell’orizzonte”.
Cristo si è fermato ai confini della Campania con le terre
aride della Lucania, non è andato più avanti, come non proseguirono nei loro
viaggi i romani e i greci. Eboli era l’ultima stazione ferroviaria e di lì si
scendeva nelle valli del Basento e dell’Agri a dorso di mulo.
E’ proprio vero che ad Aliano le seicento famiglie che vi
abitano sono ancora nel medioevo cupo dell’abbandono, dell’indifferenza del
potere pubblico?
Siamo saliti sui calanchi in cima ad un paesaggio lunare,
dove “buchi, coni, case fatiscenti, strade dissestate” come lo definì Levi,
sono tutt’uno di una secolare geometria della precarietà: “è questo un viaggio
al principio del Tempo, la scoperta della civiltà contadina, fuori della Storia
e della Ragione progressiva. Da ogni parte precipizi di argilla bianca, le case
sono librate come nell’aria”.
In che modo possiamo rivisitare il “Cristo si è fermato ad
Eboli”? Aliano pare proprio immutata, ferma nel Tempo e quel qualcosa che si
muove avviene con una lentezza esasperata. Eppure c’è, esiste questo “qualcosa”
e sono i giovani che hanno costituito le cooperative, l’amministrazione che ha
redatto un piano regolatore, una nuova volontà di partecipare alla spartizione
dei grandi beni di consumo che i mass media promettono giorno e notte. Sempre
in lotta, però, con i potenti di Matera e Potenza.
Ai tempi di Levi c’era il podestà, il maestro Luigi
Magalone, il più giovane e il più fascista fra i podestà della provincia, un
giovanotto alto, grosso e grasso, con un ciuffo di capelli neri e unti. Ora c’è
Giuseppe Centola, un medico democristiano, che parla di programmazione e
progettazione, di irrigazione d’avanguardia, di contatti più frequenti con il
potere. “Prima arrivava la manna e andava divisa, ora siamo noi a proporre ciò
che si deve fare”. Magalone – come lo ricordano i vecchi – portava gli
stivaloni, un paio di brache a quadretti da cavallerizzo, giocherellava con il
frustino. Centola, invece, viaggia in macchina, si sposta tra Potenza e Aliano
con rapidità, bussa alle porte di deputati e burocrati, ha messo il citofono
sulla porta di casa.
Dice ancora: “Qui non c’è mai stata una borghesia, la
classe dirigente di oggi è formata dai figli dei contadini del tempo di Levi,
ci sono persino due giovani ingegneri che ci aiutano ad uscire dalle secche di
un passato che vogliamo dimenticare”.
Levi è diventato, a poco a poco, una figura ingombrante,
che incombe su Aliano, dove arrivano i turisti richiamati dal suo nome e
vogliono vedere la sua casa, cadente, alla periferia del paese, le stalle in
cui vivevano i contadini, toccare con mano le tradizioni che si perpetuano, con
cocciutaggine, chiedono di fotografare il famoso “osso del Sud”, una immagine
storica di una miseria endemica, ma d’altri tempi.
E’ cambiato pure il prete, quel don Giuseppe Trajella che
inseguiva i bambini, con lo sguardo corrucciato e brandendo il bastone.
Gridava: “Maledetti, eretici, scomunicati, è questo un paese senza grazia di
Dio. Vengono in chiesa per giocare. E se non vengono, la messa la dico ai
banchi”.
Don Giuseppe” – scrive Levi – “non era amato da nessuno e
il podestà Magagnino esprimeva su di lui un severo giudizio: “E’ una
profanazione della casa di Dio, una disgrazia per il paese”. Il prete abitava
con la madre in uno stanzone, una specie di spelonca, in un vicoletto buio, ed
al fondo del camerone c’erano due lettini gemelli, in terra un gran mucchio di
libri e sui libri le galline. L’attuale parroco, Pietro Dilenge, vive, invece,
in una casa di cinque stanze, con i confort della modernità, dalla televisione
a colori alla macchina da scrivere elettrica, pur se all’ingresso non mancano
casse di pomodori. Ma è la domenica del “Ringraziamento” e i contadini hanno
scaricato davanti alla porta pane, frutta, bottiglie di vino, nocciole.
Padre, cosa è cambiato ad Aliano in questi anni? “Un
cambiamento c’è stato, la miseria non c’è più, contrariamente a quanto si
pensa. Non siamo per nulla, come qualcuno ha fatto credere, una comunità
assistita dallo Stato, dalle sue leggi, tutti hanno un reddito soddisfacente,
molta gente lavora e non riposa, è cambiata anche la campagna, finalmente
irrigata, i ragazzi vanno in pullman a studiare nei paesi dove ci sono le
superiori. Certo, i vecchi contadini non hanno sepolto il loro passato di
privazioni, la loro cultura è immutata e risparmiano come cinquanta anni fa”.
Quando usciamo dalla casa del prete incontriamo un
carabiniere che, per prima cosa, ci dice: “Che ci fate da queste parti?”
Niente, vorrei vedere se l’Aliano di oggi è ancora quella di Carlo Levi. “Ma
no, non vede quante macchine ci sono?”. Come è diverso questo carabiniere da
quello descritto da Levi: “… un bel giovane bruno, dai capelli impomatati,
frettoloso e sprezzante, egli mi guarda in distanza come un delinquente da
tenere a bada. Va dalla sua amica, una bella mafiosa, la confinata siciliana,
una splendida creatura nera e rosa che nessuno vede mai perché tiene celato in
casa il misero della sua bellezza”.
Comincia a piovere e dalla valle dell’Agri salgono gli
ultimi somari. Aliano ne contava più di duecento, ora ne sono rimasti quindici.
Anche questo è un segno di cambiamento. Il vecchio contadino, Felice, ha nella
mano sinistra le redini e nella destra una cordicella che trattiene una capra,
tutta nera, che sgambetta sull’asfalto.
“Voi siete forestiero, si sta meglio in città”. Forse,ma
potrebbe essere anche il contrario. Ha conosciuto Levi? “Si, da bambino, ma non
c’è rimasto più nessuno che gli è stato compagno”. Ci sono ancora le
fattucchiere che lui ha descritto? “Solo una strega, c’è anche uno che si fa
chiamare ‘dottore’, che fa le controfatture”. Felice ride, sferza il mulo e si
allontana, avvolto nella foschia.
Aliano, paese affollato di fantasmi. Al bar Roma
sopravvivono i ricordi. Si può bere il caffè? Certo. Ed è una donna a farlo.
Levi ricordava sempre un ammonimento, fattogli dal podestà: “Lei è un
giovanotto, non accetti nulla da una donna, né vino, né caffè, nulla da una donna.
Tutte le faranno dei filtri, che sono pericolosi, li fanno con il sangue,
sangue cata-meniale, disgustoso, ci mettono anche delle erbe, la magia popolare
cura tutte le malattie, i vermi dei bambini si incantano per sola virtù di
parole”. Ma il cronista sfida i filtri e beve un ottimo caffè, questa volta
amaro. Non si sa mai.
Aliano è sempre stato paese di briganti, non feroci, e le
loro ossa sono sul fondo dei calanchi. Un giovane, appoggiato ad un muro, parla
di briganti, così come glieli hanno descritti vecchi del paese.
Prima sorride, poi diventa quanto mai serio: “Ci sono altre
forme di brigantaggio, quelle moderne, che ci privano delle possibilità di
lavoro. Siamo lontani dai centri di potere e qui gli onorevoli salgono soltanto
per chiedere voti, ogni cinque anni”.
Riecheggiano le parole dello scrittore: “In questa terra
oscura, senza peccato e senza redenzione, dove il male non è morale, ma è un
dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose, Cristo non è disceso”. Men che
meno sotto forma di un lavoro per i ragazzi diplomati.
Vecchie e nuove generazioni si confrontano. I bambini di
ieri, “con qualcosa dell’animale e qualcosa dell’uomo adulto, chiusi, con
l’impenetrabilità del contadino, sdegnosa di impossibili confronti”, sono
uguali a quelli di oggi? Pare proprio di no, anche se sono rimasti i soli ad
affollare la chiesa. Sono tutti bombardati dai messaggi del consumismo, leggono
le enciclopedie. Sanno tutto e di tutti. Anche questo è un segno che Cristo ha
lasciato Eboli e cammina verso Aliano. Ma quando arriverà? “Quando lo Stato,
ripetono i contadini, non sarà più tiranno ed assistenziale”. Una volta si
diceva: “Chi mi dà pane lo chiamo papà”. Oggi il pane come un lavoro è un
diritto. Ma, ad Aliano, forse bisogna ancora aspettare.
Adriano Baglivo , “Corriere della Sera” 28 Novembre 1985
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