Ammaturo, Cutolo, e Ciro Cirillo

 

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Raffaele Cutolo

 

I tanti misteri di un rapimento

Raffaele Cutolo pur essendo in carcere ha il comando pressoché totale e capillare di Napoli e dintorni, è a Cutolo che durante i giorni del sequestro  Cirillo, che un avvocato, o almeno dice di esserlo incontra Cutolo nel carcere di Ascoli Piceno. Il boss non ci casca, lui lo conosce l’avvocato Acampora e non è quell’uomo. L’uomo torna dopo pochi giorni e si qualifica in Giorgio Criscuolo, non è avvocato ma è un funzionario del SISDE, il servizio segreto civile. Lo stato vuole l’aiuto di Cutolo e della Camorra per liberare Cirillo rapito dai Brigatisti Rossi.

L’on Pomicino, napoletano doc dichiarò: non ci fu assolutamente una mediazione della camorra. Certo quando accadono queste cose i servizi segreti finiscono per avere agganci con ambienti malavitosi nel tentativo di salvare la vita all’ostaggio. Non devo ripeter che quando gli americani sbarcarono in Sicilia si avvalsero della mafia per scacciare i nazifascisti .Dire però che la camorra sia stata mediatrice tra la famiglia Cirillo e le BR mi sembra alquanto azzardato.

 

Le cose si complicano qualche settimana dopo , il Sisde deve interrompere le trattative con Cutolo e al suo posto subentra stranamente il SISMI, il servizio segreto militare che non avrebbe compente in materia. E del Sismi se ne occupa l’ufficio di controllo e sicurezza interna, che c’entra ancora di meno. I massimi livelli del Sismi si occupano della faccenda da : Santovito  al Gen Musumeci e il coll Belmonte, tutti e tre iscritti alla loggia P2 di Gelli. In particolare Musumeci e Belmonte qualche tempo dopo verrano condannati con sentenza definitiva per il depistaggio della strage alla stazione di Bologna. Lo scopo è chiaro: convincere Cutolo a parlare con le BR, a mettersi in contatto con la cellula di Senzani capo delle Brigate rosse napoletane che hanno sequestrato Cirillo. E’ un dato certo, in quelle settimane il carcere di Ascoli sembra la stazione di Milano all’ora di punta. Da Cutolo vanno politici, militari del Sismi, camorristi condannati e addirittura latitanti come Casillo. Camorristi vanno in giro per le carceri per contattare i brigatisti

 

Successivamente alcuni pentiti di camorra diranno che i politici abbiano condotto direttamente le trattative con la camorra,tra questi Silvio Gava padre di Antonio  Flaminio Piccoli, Vincenzo Scotti, naturalmente negano tutti e nei loro confronti non verrà presa nessun provvedimento.

Evidentemente le trattative tra la Camorra e le BR riescono, e come abbiamo visto Ciro Cirillo viene liberato, Cutolo, dirà poi di “aver salvato una vita umana”. Ma cosa ha voluto  il boss più potente della camorra in cambio dei servigi dati allo”stato”?

 

Antonio Ammaturo

 

La lista degli” sbirri” sgraditi alla camorra

Il sostituto procuratore antimafia Roberti:

A Cutolo furono promessi trattamenti di favore nelle carceri, perizie psichiatriche compiacenti, tangenti sugli appalti pubblici della ricostruzione del dopo terremoto per le aziende collegate al gruppo di Cutolo.

 Non basta, sicuramente non basta e allora l’agghiacciante ipotesi , ci sarebbe una lista, stilata dai luogotenenti di Cutolo. di agenti, magistrati, e anche qualche giornalista “sgraditi” alla nuova camorra di Cutolo, uomini da far “fuori” magari con l’aiuto delle bierre ?

In quella lista è probabile ci fosse anche il nome di Antonio Ammaturo,nel Giugno del 1986 , nell’ambito del processo alle bierre napoletane la corte d’Assise condanna il gruppo di fuoco che in Piazza Nicola Amore ha ucciso il vicequestore Ammaturo e l’agente Pasquale Paola

I brigatisti: Vincenzo Stoccoro, Vittorio Bolognese, Stefano Scartabello ed Emilio Manna prendono l’ergastolo, altri si dissociano e molti confessano. Nessuno dei brigatisti comunque confermano le trattative della camorra, molti diranno di non ricordare , di aver “ rimosso “ quel periodo dalla loro mente.

Ammaturo, è assodato, fu ucciso dalle Brigate rosse, ma perché? Ammaturo era impegnato quasi completamente nella lotta alla camorra e marginalmente al terrorismo, è stato Cutolo che ha chiesto in cambio della mediazione la testa del vicequestore?

L’ipotesi che Ammaturo stesse facendo indagini parallele al Sismi, è confermata dal fratello di Ammaturo , Grazio che dirà:

mio fratello mi confidò che le indagini da lui condotte lo avevano portato forse troppo oltre il “confine” , se non mi fanno fuori prima vedrai molte teste cadere, teste molto altisonanti. Grazio conferma anche che il fratello disse di aver spedito un plico al Ministero, ma al Ministero o è arrivato e “ seppellito” chissà dove, o non c’è mai arrivato. Vengono svolte anche indagini segrete sui colleghi di Ammaturo, documenti scomparsi o che semplicemente non si trovano più. Ammaturo stava indagando su Cirillo? Perché Cutolo dovrebbe aver chiesto la testa di Ammaturo proprio alle Brigate rosse? Non poteva Cutolo ordinare a suoi uomini l’uccisione del vicequestore?

 

Oltre ai documenti scompaiono anche le persone

Vincenzo Casillo ,il luogotenente di Cutolo, salta in aria con la sua auto proprio accanto al Sismi di Forte Boccea a Roma, dopo pochi giorni la sua convivente viene ritrovata murata in un pilone di calcestruzzo, Salvatore Imperatrice, suo guardaspalle viene rinvenuto morto in carcere, impiccato ad una trave, Luigi Bosso ambasciatore di Cutolo nelle carceri per contattare le Brigate rosse muore d’infarto a 42 anni, e non è l’unico , anche Adalberto Titta ex ufficiale dell’aereonautica collaboratore dei servizi segreti muore d’infarto, Grazio , il fratello di Ammaturo, anche lui è morto in uno strano incidente in Tunisia. E Ammaturo? Faceva parte di questa lista?

 

Cosa è davvero accaduto?

Ma che cosa era davvero accaduto dal 24 aprile  al 27 luglio del 1981, dal momento dell’agguato fino al ritorno in libertà di Ciro Cirillo? Subito dopo il rapimento, il primo a cercare contatti con la camorra era stato il SISDE, nella persona di Vincenzo Parisi, numero due del servizio. Poi soppiantato dal SISMI, dato che il numero due del servizio militare, il generale Abelardo Mei, L’uomo che rappresentava la lobby dei grandi costruttori, disse di aver trovato un canale assolutamente sicuro. Gli operativi del SISMI in questa vicenda erano stati il generale Pietro Musumeci e il colonnello Belmonte. I contatti con la camorra venivano tenuti utilizzando due punti di riferimento : Raffaele Cutolo e il suo luogotenente Vincenzo Casillo, “O Nirone” Tutolo però si trovava detenuto nel carcere di massima sicurezza di Marino del Tronto, ad Ascoli Piceno.

Per questo era cominciato un intenso viavai all’interno del penitenziario e fuori di politici, poliziotti, comparse di vario genere che andavano a omaggiare don Raffaele chiedendogli di intercedere con i suoi “buoni servigi”. La verità è questa e venne messa in piena luce dall’inchiesta di Carlo Alemi. Quando il generale Mei  si vide scoperto, iniziò a mentire spudoratamente attribuendo tutte le colpe al generale Musumeci, come abbiamo visto, vennero sbugiardati Antonio Gava, Ciriaco De Mita e Flaminio Piccoli e che venne solo”regarduito” per aver intrapreso un’iniziativa all’oscuro della magistratura.

 

Carmine Alfieri e Pasquale Galasso

A poco a poco, anche se molto lentamente, l’intera verità si fece strada. Negli anni ‘ 90 lo scoppio di tangentopoli e l’entrata in funzione della DIA consentirono a un altro magistrato controcorrente di  Roma, Otello Lupacchini, di seppellire definitivamente la versione iniziale del  caso Cirillo e di arrivare a un definitivo accertamento dei fatti. Vediamoli. Dopo che Cirillo fu liberato sano e salvo, i poltici campani decisero che “O Nirone”, Raffaele Cutolo e la Nuova Camorra Organizzata ormai erano diventati un autentico guaio, una mina vagante.

E allora li <<scaricarono>> puntando su due nuovi boss: Carmine Alfieri e Pasquale Galasso, il suo aiutante di campo. Era stato proprio alfieri e non i servizi, a far saltare in aria ‘O Nirone  e ad annientare tutti i seguaci di Cutolo. In quel periodo c’era stata una vera e propria epidemia di piombo calibro 9 che aveva portato a poco a poco alla scomparsa di tutti coloro che avevano avuto a che fare con la vicenda Cirillo ( oltre 15 i morti). Ivi compreso quel Nicola Nuzzo ristoratore di Acerra, che fu da tramite per i primi contatti con la camorra di don Raffaele, fu barbaramente ucciso a sprangate in una clinica romana dove era stato ricoverato. Tolti di mezzo quelli che avevano avuto a che fare con il caso Cirillo, Alfieri e la camorra ebbero campo libero nel gigantesco business della ricostruzione del dopo terremoto, o meglio dire allo sperpero di decine di migliaia di miliardi che lo Stato aveva stanziato. Al patto scellerato con la camorra per liberare Cirillo, un altro patto si andava concludendo con i nuovi boss, l’affare della ricostruzione…

 

Cinque miliardi……

La libertà di Cirillo costò cinque miliardi di lire (non il miliardo e mezzo di cui s’era parlato) . Un riscatto record , una pioggia di centinaia di milioni che furono versati alle Brigate Rosse, alla camorra e a personaggi legati ad una corrente democristiana. Cinque miliardi, lira più lira meno, in cambio del piccolo potente assessore democristiano alla Regione Campania. Quei soldi, evidentemente Ciro Cirillo li valeva tutti. Così in tanti si diedero subito da fare come abbiamo visto, si mise in moto una gigantesca operazione, servizi segreti, faccendieri, politici di livello, camorra, escogitarono un machiavellico meccanismo per reperire quei soldi, e li consegnarono  a chi dovevano essere consegnati. Il 24 luglio al fine il buon Ciro Cirillo veniva liberato, a casa , dopo quasi tre mesi di prigionia, Ciò che non era stato fatto per uno statista di livello come Aldo Moro, fu fatto invece per un “semplice” assessore di una Regione,

 

I rapporti con la Banda della Magliana

Per quanto riguarda i rapporti tra i “bravi ragazzi” della Banda della Magliana e i napoletani, questi, a partire dal 1978, vanno verso due direzioni. Da una parte, la banda della Magliana si presta a svolgere lavori per conto di Raffaele Cutolo, prestando il supporto ai cutoliani in trasferta a Roma per passare tranquilli e redditizi periodi di latitanza, curando la logistica di alcuni omicidi orditi dai napoletani o anche partecipando in prima persona a colpi organizzati insieme.

Poi c’era la droga,gnoma” oppure “ faloppa”, eroina e cocaina che i ragazzi della Magliana cedevano ai napoletani di Cutolo sempre grazie alle loro multiformi esperienze carcerarie.

Proprio  nei diversi penitenziari italiani i ragazzi della Magliana avevano avuto modo di fare conoscenza con personaggi che, per quanto riguarda il traffico internazionale di stufacenti, potevano vantare contatti a dir poco spettacolari.

 

Cutolo: voglio tornare a casa.

Raffaele Cutolo, capo storico della camorra, 64 anni, ha chiesto la grazia al presidente della Repubblica.
«Sono stanco e malato. Vorrei finire - scrive Cutolo nella lettera inviata al capo dello Stato e pubblicata dal quotidiano Il Mattino - gli ultimi anni della mia vita a casa». «Finalmente si è deciso», commenta la moglie di Cutolo, Immacolata Iacone che annuncia di volersi recare dall'avvocato per sostenere con una documentazione legale la richiesta del marito. Dopo il primo arresto, nel 1963, per una questione di donne nel suo paese natale di Ottaviano (Napoli), iniziò l'escalation di Cutolo che lo portò a diventare il capo indiscusso della potente Nco, la Nuova Camorra Organizzata, in lotta con i clan della Nuova Famiglia. Cutolo è anche evaso una volta dal manicomio di Aversa e ha continuato ad esercitare il suo predominio anche dalla galera fin quando non è stato rinchiuso all'Asinara. E' finito al carcere duro, regime previsto dal 41 bis e non ha mai collaborato con la giustizia.
Gli italiani impararono a conoscere Raffele Cutolo durante i giorni del sequestro Cirillo, uomo politico dc vicino ad Antonio Gava che nel 1981 fu rapito e tenuto segregato per 89 giorni in un covo delle Brigate Rosse del professor Giovanni Senzani, durante i quali fu sottoposto alternativamente a “bombardamenti” in cuffia di musica rock e pressanti interrogatori. Poi, dopo averlo «condannato a morte in quanto boia della speculazione del terremoto», le Br lo liberano (imbavagliato e incappucciato) nei pressi del carcere di Poggio Reale. La spiegazione in un comunicato brigatista del 22 luglio: «Abbiamo espropriato al boia Cirillo, alla sua famiglia e al suo partito di affamatori, alla sua classe di sfruttatoriun sacco di soldi». Insomma, fu pagato un riscatto, un grosso riscatto: un miliardo e 450 milioni. Come? Probabilmente con la mediazione di Raffaele Cutolo e della Nco, anche se lo Stato non fece mai ammissione.
I fatti sono questi. Durante i giorni del sequestro Cutolo, nel carcere di Ascoli Piceno, viene avvicinato da Giorgio Criscuolo, un funzionario del SISDE che gli chiede aiuto per liberare Cirillo. Poi irrompe il SISMI, il servizio segreto militare. Cutolo riceve la visita di Santovito, del generale Musumeci e di Belmonte, tutti e tre iscritti alla loggia P2 di Gell. Anche i tre agenti cercano di convincere Cutolo a parlare con le BR. E’ un dato certo, in quelle settimane il carcere di Ascoli sembra la stazione di Milano all’ora di punta. Da Cutolo vanno politici, militari del Sismi, camorristi condannati e addirittura latitanti come Casillo. Camorristi vanno in giro per le carceri per contattare i bierre.
L’on Pomicino, napoletano doc, negò la mediazione diretta della camorra, ma qualcosa dovette ammettere. Disse che per liberare gli ostaggi i servizi segreti finiscono fatalmente per avere agganci con ambienti malavitosi. «Non devo ripeter che quando gli americani sbarcarono in Sicilia si avvalsero della mafia per scacciare i nazifascisti», continuò Pomicino. «Dire però che la camorra sia stata mediatrice tra la famiglia Cirillo e le BR - precisò - mi sembra alquanto azzardato».
Cutolo non negò la mediazione, anzi dirà poi di «aver salvato una vita umana». Ciro Cirillo disse invece a un giornalista: «Signore mio, glielo dico subito, io non le racconterò la verità del mio sequestro. Quella, la tengo per me, anche se sono passati ormai venti anni. Sa che cosa ho fatto? Ho scritto tutto. Quella verità è in una quarantina di pagine che ho consegnato al notaio. Dopo la mia morte, si vedrà. Ora non voglio farmi sparare - a ottant'anni, poi! - per le cose che dico e che so di quel che è accaduto dentro e intorno al mio sequestro, dopo la mia liberazione...». 13 luglio 2005

 

Cutolo, l'ultimo desiderio "Il mio seme per un figlio"

"Vorrei tanto regalare un figlio a mia moglie. Ma purtroppo le gravidanze, fino ad ora, non sono andate a buon fine. Ci abbiamo provato due volte. Non ci arrendiamo". Lo ha detto Raffaele Cutolo, ex boss della nuova camorra organizzata attualmente in carcere a Belluno. I giudici gli hanno già concesso un tentativo permettendo ai medici di prelevare il seme del boss.

A raccontare la vicenda è lo stesso Cutolo in un'intervista a "La Repubblica" dal supercarcere di Belluno. Il boss pluriomicida sta scontando una condanna ad 8 ergastoli. Quanto alla sua attuale condizione Cutolo afferma di sentirsi "come un uomo che si prepara a morire in carcere. In pratica - dice - vivo dietro le sbarre dal 27 febbario 1963. Ho 64 anni. Quasi tutta la mia vita l'ho passata in galera. Pago e continuerò a pagare gli errori che ho fatto, il mio passato scellerato. Però senza mai perdere la dignità. So che mi faranno morire in carcere. E a una fine così, preferisco la pena di morte".

"Prima di sposare mia moglie la avvertii: pensaci bene, perché con me è come se fossi vedova a vita. Vorrei tanto regalarle un figlio". Questa la motivazione che ha spinto Cutolo a chiedere ed ottenere di poter provare con l'inseminazione artificiale.

Ma nelle parole rilasciate a Repubblica c'è spazio anche per altri argomenti. Il mancato pentimento del boss: "Non mi sono mai pentito anche se avrei potuto ma sono orgoglioso". E poi "il carcere duro toglie dignità e uccide l'intelligenza". Cutolo parla anche del suo periodo di massimo potere quando era alla testa di un esercito di seimila uomini e controllava tutti i traffici illeciti di Napoli. "I camorristi di oggi sono guappi senza onore e senza regole", dice il boss che parla anche della liberazione dell'assessore Cirillo che avvenne "grazie a me". Spazio anche il suo rapporto coi politici: "Ne ho conosciuti alcuni. Sono come i camorristi, pensano solo al potere e ai soldi e della gente se ne fottono". Infine un appello ai giovani della sua città: "Lavorate e studiate, il crimine non paga".

24 febbraio 2006

 

La Storia di Raffaele Cutolo

Raffaele Cutolo nasce nell’ottobre del 1941 ad Ottaviano, una cittadina dedita ufficialmente all’agricoltura e posta alle pendici del Vesuvio, dove il 15% della popolazione gira con in tasca la pistola, che viene regalata ai ragazzi al momento della cresima e dove esiste anche il più alto indice di motorizzazione individuale. Il padre è un contadino, buona persona detto dai compaesani «o monaco» perché molto religioso; la mamma è una tranquilla casalinga. Raffaele frequenta con scarso profitto la scuola conseguendo la licenza elementare. Da bambino con la sua faccia da prete sognava di diventare papa. Quindi dopo aver bighellonato per alcuni anni senza arte né parte, come tanti giovani del suo paese, debutta a 22 anni con il suo primo omicidio, uccidendo in una rissa scoppiata per futili motivi un compaesano Mario Viscido, che aveva osato prendere le difese di una ragazza, redarguita da Cutolo perché aveva osato ridere al suo passaggio.

Subito arrestato trascorre a Poggioreale, che sarà il suo feudo personale, gli anni della carcerazione preventiva che scadono nel maggio del 1970. Don Raffaele ottenuta la libertà provvisoria comincia a gettare le basi della Nuova Camorra Organizzata (NCO), principalmente aiutando economicamente le famiglie dei carcerati, a cui fornisce anche i migliori avvocati. A marzo del 1971 il processo Viscido si conclude con la condanna di Cutolo all’ergastolo. I carabinieri lo rintracciano a San Gennaro Vesuviano, un paesino alle falde del Vesuvio, ove il futuro «professore» ritiene di essere intoccabile. Nel tentativo di arresto Cutolo ferisce due carabinieri, ma il giorno dopo viene catturato e, dichiarato infermo di mente, viene condotto nel manicomio di Sant’Eframo a Napoli. Dopo alcuni mesi viene trasferito nel manicomio giudiziario di Aversa, dal quale il 7 febbraio 1979 fuggirà in maniera rocambolesca, entrando nella fantasia popolare con lo stesso carisma di Superman. L’evasione avviene di domenica, intorno alle 15, mentre tutti i ricoverati, gli infermieri ed il personale di custodia è intento a seguire la partita di calcio alla radio. Un commando di fedelissimi, capitanato dal luogotenente Antonino Cuomo, opera una breccia nel muro di cinta del manicomio con la dinamite. Don Raffaele, che nel frattempo stava tentando di estorcere ai medici fiscali la semi-infermità mentale, può evadere indisturbato, ed appagare la sua sete di libertà, affermare la vittoria del suo io, e la capacità di poter beffare, quando vuole, le istituzioni che gli si contrappongono. Saranno arrestate due guardie carcerarie per favoreggiamento, ma si scatenerà l’ira dei duecento colleghi dei due agenti incriminati, che metteranno in risalto, attraverso una manifestazione di protesta, l’impotenza dello Stato, il quale si illude che con del personale disarmato ci si possa opporre efficacemente ad un attacco eseguito da delinquenti, decisi a tutto, ed armati con tritolo e fucili mitragliatori. Una volta liberato Cutolo si dedica anima e corpo alla creazione di una aggregazione di fedelissimi, il cui scopo però non sarebbe quello di commettere delitti, bensì la lotta contro le ingiustizie. La Nuova Camorra Organizzata per il «professore» dovrebbe essere formata soltanto da uomini veri, che combattono per togliere ai ricchi e dare ai poveri. Tutti i gregari sono dominati psicologicamente dal suo grande carisma, che, come tutti i veri capi egli impone ai malavitosi con il suo sinistro fascino, che riesce ogni giorno a fare nuovi proseliti. Molti delinquenti si sentono onorati di andare in galera per don Raffaele, perché lo ritengono un amico, un padre e non un delinquente.
Molti altri, sperano, diventando suoi vassalli, di passare da «pezzenti» a «signori». La camorra pur con gli opportuni collegamenti, non deve subire alcun rapporto di sudditanza con la mafia e con la ’ndrangheta. Organizzata in modo autonomo deve permettere a Napoli di «giocare» in serie A nel panorama delle grandi famiglie criminali mondiali, perché il ruolo subalterno non si addice ai napoletani. Il «professore» promette «libera impresa in libera criminalità» e si proclama tutore di questa libertà, che, naturalmente ha un prezzo da versare puntualmente ai suoi esattori.
Le più importanti famiglie napoletane dai Giuliano di Forcella ai Bardellino di Caserta dovevano versare tangenti di centinaia di milioni a Cutolo nel suo periodo di massimo splendore.
Don Raffaele durante il periodo della sua latitanza si vanta di avere carteggi con Sottosegretari agli Interni e Ministri della Difesa ed inoltre lancia spesso clamorosi proclami, come quello in cui intima ai rapitori di un ragazzo, Gaetano Casillo, di liberare immediatamente l’ostaggio. I sequestratori obbediscono al dictat e dopo poco scompare misteriosamente un commerciante di San Gennaro Vesuviano, che forse era implicato nel rapimento.
Cutolo si dimostra tenero verso la ragazza povera che gli chiede aiuto perché non ha i soldi per il corredo o per il giovane latitante disperato, ma non ci pensa due volte a far uccidere in carcere il suo luogotenente e la sua vedova depositaria di pericolosi segreti.
Nel maggio del 1979 termina la latitanza di Cutolo. Cento carabinieri circondano la villetta di tale Giuseppe Lettieri ad Albanella vicino Paestum, ove aveva trovato rifugio il boss. Il «professore» per quanto armato fino ai denti, prudentemente si arrende senza opporre resistenza ed al colonnello Bario, comandante dei carabinieri di stanza a Napoli, esclama: «è giusto che per arrestare un capo si muove un altro capo»: inoltre senza ironia elogia i militari per l’efficacia della loro impresa. Dal carcere Cutolo continua a comandare i suoi «guaglioni» di Napoli ed il suo potere invece di diminuire tende ad aumentare, a tal punto che sarà lo stesso Stato a rivolgersi a lui nel carcere di Ascoli Piceno, attraverso i servizi segreti, per facilitare la liberazione di  Cirillo, rapito dalle brigate rosse. Tale interessamento, su richiesta della DC, è stato confermato il 15.7.1993 dalla Corte di Appello di Napoli.
Un carcere di massima sicurezza diviene per alcuni mesi un porto di mare per terroristi, camorristi latitanti, ufficiali dei servizi segreti, i quali entrano ed escono falsificando i registri e mettendosi in coda per essere ricevuti dal boss onnipotente.
Cutolo fa pubblicare dal quotidiano «Il Mattino» un minaccioso proclama con cui ordina alle brigate rosse di liberare immediatamente l’assessore Cirillo e di lasciare subito il territorio della Campania, che rappresenta un suo feudo personale. Avverte che in caso di diniego migliaia di amici onorati uccideranno subito i brigatisti rinchiusi nelle carceri ed i loro parenti che si trovano in libertà.
L’«invito» viene accolto subito e l’anziano politico con i suoi ingombranti segreti viene rilasciato.
Il professore si ritiene, senza presunzione, felice di avere salvato le istituzioni, come Vito Genovese che fu chiamato in aiuto dallo Stato o Lucki Luciano, che favorì lo sbarco degli anglo-americani in Sicilia.
L’Italia in quei mesi raggiunge il livello di guardia come credibilità istituzionale.
Napoli nel frattempo si trasforma in un immenso campo di battaglia con 160 assassini in 10 mesi, un morto ogni 36 ore; 500 morti in tre anni.
Cutolo per disposizioni di Pertini, viene trasferito nel supercarcere dell’Asinara, ove per anni ed anni viene sottoposto ad un regime di totale isolamento in una cella-stalla.
Nel frattempo le sorti della NCO tendono verso il peggio, i suoi nemici coalizzati acquistano sempre più fette di potere e Napoli ed il suo circondario cadono in preda ad un caos ancora più profondo senza un capo riconosciuto e con una continua, ferocissima lotta di bande per una nuova supremazia delinquenziale.
Cutolo sottoposto ad un regime carcerario durissimo, che non ha eguali in Italia, lentamente perde la sua grinta ed a suo dire si pente del suo passato, un pentimento profondamente sentito, non di quelli che ora vanno tanto di moda. Un pentimento da uomo d’onore, quale egli è, che ritiene giusto di dover scontare la pena dell’ergastolo, ma che pensa che se la sua vita debba finire in carcere, debba però essere vissuta con dignità. Un pentimento che lo spinge a ritenere per lui sciolta la NCO, la quale per colpa dei suoi gregari, lasciati senza capo, ha tradito gli ideali per cui era stata fondata.

Egli lancia un accorato appello ai giovani che si preservino dal flagello della droga, attraverso una semplice e genuina poesia «La polvere bianca» che incisa su cassetta gira per tutti i vicoli ed i bassi napoletani. «Polvere bianca ti odio! Sei dolce e sei amara ... come una donna ... sei luce e sei buio. Giovani! Odiatela! La polvere bianca si! vi fa volare per poi farvi ritornare nel buio più cupo. Vola per l’aria lembi di un’anima fatta a pezzi. Si tocca il fondo, i prati diventano voragini buie ed i fiori hanno i petali neri. Poi di colpo i dolori si placano. È il cielo. È un’esplosione di luce. Poi più nulla. L’indomani solo un trafiletto sul giornale. Ennesimo giovane “morto per droga”. Polvere bianca ti odio. Cutolo. Belluno 27.7.88».
In Sardegna Cutolo trascorre sei anni durissimi in una ex stalla per maiali, senza luce, senza giornali, senza acqua corrente, in compagnia di guardie mute sempre con il mitra spianato ed il colpo in canna; costretto a dialogare con degli amici di fortuna come una mosca o delle formiche attirate nella cella con lo zucchero. Senza poter usare un fornellino con il quale scaldare l’acqua allo scopo di alleviare i suoi problemi di artrosi, sciatica e gengivite. Senza il conforto di poter assistere neanche alla santa messa, tanto da spingere il Santo Padre, a cui Cutolo si rivolge, a disporre che ne venisse celebrata ogni giorno una apposta per lui.

Numerose perizie psichiatriche a cui Cutolo è stato sottoposto, hanno stabilito che egli è pazzo, soprattutto quando hanno giudicato alcune affermazioni del «professore» come quella in cui egli asserisce che ciò che fece Cristo ai suoi tempi non può reggere al paragone con ciò che ha fatto lui ai nostri giorni, perché Cristo ebbe grande aiuto da parte degli apostoli che magnificarono all’esterno le sua gesta, mentre lui ha sempre avuto una stampa avversa, che ha messo in risalto soltanto i lati negativi della sua personalità.
Noi lo riteniamo un folle ordinatore, un appartenente cioè a quella categoria di uomini, che tenta di stabilire un suo ordine «particolare» nella società in cui vive e che viene giudicato pazzo dagli uomini del suo tempo.
Riteniamo inoltre che abbia diritto ad un più umano trattamento carcerario da parte di uno Stato, che ha avuto in passato da lui dei servigi e che negli ultimi anni ha messo in libertà tanti terroristi e tanti delinquenti comuni. Nessun detenuto in Italia ha trascorso tanti anni in prigione quanto Cutolo e nessuno è sottoposto ad un regime carcerario più duro.
Tutto questo ci sembra discriminatorio ed ingiustificato.

Achille Della Ragione

 

La "sposa bianca" di  don Raffaele

Raffaele si arrabbierà quando vedrà nelle fotografie che mi sono messa i pantaloni Per lui la donna deve mettere la gonna, altrimenti che donna è?».

64 anni, quaranta di carcere, condannato a quattro ergastoli come mandante di omicidi, estorsioni e traffici di ogni tipo. E quella che parla è sua moglie, Immacolata Iacone, 42 anni (22 meno di lui). Si sono conosciuti nel 1982, con Cutolo già in galera, e sposati tre anni dopo, quando era in isolamento all’Asinara. Sono marito e moglie da vent’anni ma non si sono mai visti fuori dalla prigione. E neanche hanno consumato il matrimonio.

Cutolo, che è detenuto in regime di carcere duro − il 41 bis, destinato ai condannati per criminalità organizzata − si è definito «camorrista in pensione» e in una lettera ai giudici ha condannato la camorra, «mostro che fagocita tutti e uccide i giovani». Non si è mai pentito («Mi pento davanti a Dio ma non davanti agli uomini», ha scritto al vescovo di Caserta). In luglio però, a sorpresa, ha chiesto la grazia al Presidente della Repubblica. La motivazione: è vecchio e stanco e vorrebbe passare gli ultimi giorni della sua vita a casa, accanto alla moglie.

Immacolata Iacone, la moglie dell'ex boss della camorra, prova a spiegare come si fa ad aspettare un uomo che forse non uscirà mai di prigione. E come si può volergli bene

Lei non ha dubbi, riuscirà a portarselo a casa, lo vede due tre volte al mese, incontri controllati da telecamere e mai soli nella stanza dei colloqui.. Don Raffaele, legge molto in carcere, si informa, sulla politica, sui fatti orribili di questa camorra che lui  chiama “mostro”.

Immacolata vuole un figlio come diritto di ogni donna alla quale viene consentito stringere il vincolo matrimoniale. Massimamente Immacolata chiede oggi che al marito venga consentita la possibilita' di curarsi considerate le sue gravissime condizioni di salute.

25 novembre 2003

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Lo Stato chiese aiuto alla Camorra

Il vecchio e il nuovo potere della Camorra

Il rapimento Cirillo

Camorra . Alle radici del male

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