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Ammaturo, Cutolo, e Ciro
Cirillo |
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A V V E N I N T I I T A L I A N I |
Raffaele
Cutolo I
tanti misteri di un rapimento Raffaele Cutolo pur essendo in carcere ha il comando pressoché totale
e capillare di Napoli e dintorni, è a Cutolo che durante i giorni del
sequestro Cirillo,
che un avvocato, o almeno dice di esserlo incontra Cutolo nel carcere di
Ascoli Piceno. Il boss non ci casca, lui lo conosce l’avvocato Acampora e non è quell’uomo. L’uomo torna dopo pochi
giorni e si qualifica in Giorgio Criscuolo, non è
avvocato ma è un funzionario del SISDE, il servizio segreto civile. Lo stato
vuole l’aiuto di Cutolo e della Camorra per liberare Cirillo rapito dai
Brigatisti Rossi. L’on Pomicino, napoletano doc dichiarò: non ci fu assolutamente una
mediazione della camorra. Certo quando accadono queste cose i servizi segreti
finiscono per avere agganci con ambienti malavitosi nel tentativo di salvare
la vita all’ostaggio. Non devo ripeter che quando gli americani sbarcarono in
Sicilia si avvalsero della mafia per scacciare i nazifascisti .Dire però che la camorra sia stata mediatrice tra la
famiglia Cirillo e le BR mi sembra alquanto azzardato. Le
cose si complicano qualche settimana dopo , il Sisde
deve interrompere le trattative con Cutolo e al suo posto subentra
stranamente il SISMI, il servizio segreto militare che non avrebbe compente
in materia. E del Sismi se ne occupa l’ufficio di controllo e sicurezza
interna, che c’entra ancora di meno. I massimi livelli del Sismi si occupano
della faccenda da : Santovito al Gen Musumeci e il coll Belmonte, tutti e tre iscritti alla loggia P2 di Gelli.
In particolare Musumeci e Belmonte
qualche tempo dopo verrano condannati con sentenza
definitiva per il depistaggio della strage alla stazione di Bologna. Lo scopo
è chiaro: convincere Cutolo a parlare con le BR, a mettersi in contatto con
la cellula di Senzani capo delle Brigate rosse napoletane che hanno
sequestrato Cirillo. E’ un dato certo, in quelle settimane il carcere di
Ascoli sembra la stazione di Milano all’ora di punta. Da Cutolo vanno
politici, militari del Sismi, camorristi condannati e addirittura latitanti
come Casillo. Camorristi vanno in giro per le
carceri per contattare i brigatisti Successivamente
alcuni pentiti di camorra diranno che i politici abbiano condotto
direttamente le trattative con la camorra,tra questi
Silvio Gava padre di Antonio Flaminio Piccoli, Vincenzo Scotti,
naturalmente negano tutti e nei loro confronti non verrà presa nessun
provvedimento. Evidentemente le trattative tra Antonio Ammaturo La lista degli” sbirri” sgraditi alla camorra Il
sostituto procuratore antimafia Roberti: A
Cutolo furono promessi trattamenti di favore nelle carceri, perizie
psichiatriche compiacenti, tangenti sugli appalti pubblici della
ricostruzione del dopo terremoto per le aziende collegate al gruppo di
Cutolo. Non
basta, sicuramente non basta e allora l’agghiacciante ipotesi , ci sarebbe una lista, stilata dai luogotenenti di
Cutolo. di agenti, magistrati, e anche qualche
giornalista “sgraditi” alla nuova camorra di Cutolo, uomini da far “fuori” magari
con l’aiuto delle bierre ? In
quella lista è probabile ci fosse anche il nome di Antonio Ammaturo,nel Giugno del 1986 ,
nell’ambito del processo alle bierre napoletane la
corte d’Assise condanna il gruppo di fuoco che in Piazza Nicola Amore ha
ucciso il vicequestore Ammaturo e l’agente Pasquale
Paola I
brigatisti: Vincenzo Stoccoro, Vittorio Bolognese,
Stefano Scartabello ed Emilio Manna prendono l’ergastolo, altri si dissociano
e molti confessano. Nessuno dei brigatisti comunque confermano le trattative
della camorra, molti diranno di non ricordare , di
aver “ rimosso “ quel periodo dalla loro mente. Ammaturo, è assodato, fu ucciso dalle Brigate rosse,
ma perché? Ammaturo era impegnato quasi
completamente nella lotta alla camorra e marginalmente al terrorismo, è stato
Cutolo che ha chiesto in cambio della mediazione la testa del vicequestore? L’ipotesi che Ammaturo stesse facendo
indagini parallele al Sismi, è confermata dal fratello di Ammaturo , Grazio che dirà: mio
fratello mi confidò che le indagini da lui condotte lo avevano portato forse
troppo oltre il “confine” , se non mi fanno fuori prima vedrai molte teste
cadere, teste molto altisonanti. Grazio conferma anche che il fratello disse
di aver spedito un plico al Ministero, ma al Ministero o è arrivato e “
seppellito” chissà dove, o non c’è mai arrivato. Vengono svolte anche
indagini segrete sui colleghi di Ammaturo,
documenti scomparsi o che semplicemente non si trovano più. Ammaturo stava indagando su Cirillo? Perché Cutolo
dovrebbe aver chiesto la testa di Ammaturo proprio
alle Brigate rosse? Non
poteva Cutolo ordinare a suoi uomini l’uccisione del vicequestore? Oltre ai documenti scompaiono anche le persone Vincenzo Casillo ,il
luogotenente di Cutolo, salta in aria con la sua auto proprio accanto al
Sismi di Forte Boccea a Roma, dopo pochi giorni la
sua convivente viene ritrovata murata in un pilone di calcestruzzo, Salvatore
Imperatrice, suo guardaspalle viene rinvenuto morto in carcere, impiccato ad
una trave, Luigi Bosso ambasciatore di Cutolo nelle carceri per contattare le
Brigate rosse muore d’infarto a 42 anni, e non è l’unico , anche Adalberto
Titta ex ufficiale dell’aereonautica collaboratore dei servizi segreti muore
d’infarto, Grazio , il fratello di Ammaturo, anche
lui è morto in uno strano incidente in Tunisia. E Ammaturo?
Faceva parte di questa lista? Cosa è davvero accaduto? Ma che cosa era davvero accaduto dal 24 aprile al 27 luglio del 1981, dal momento
dell’agguato fino al ritorno in libertà di Ciro Cirillo? Subito dopo il
rapimento, il primo a cercare contatti con la camorra era stato il SISDE,
nella persona di Vincenzo Parisi, numero due del servizio. Poi soppiantato
dal SISMI, dato che il numero due del servizio militare, il generale Abelardo
Mei, L’uomo che rappresentava la lobby dei grandi
costruttori, disse di aver trovato un canale assolutamente sicuro. Gli
operativi del SISMI in questa vicenda erano stati il generale Pietro Musumeci e il colonnello Belmonte.
I contatti con la camorra venivano tenuti utilizzando due punti di
riferimento : Raffaele Cutolo e il suo luogotenente
Vincenzo Casillo, “O Nirone”
Tutolo però si trovava detenuto nel carcere di massima sicurezza di Marino
del Tronto, ad Ascoli Piceno. Per questo era cominciato un intenso viavai all’interno del
penitenziario e fuori di politici, poliziotti, comparse di vario genere che
andavano a omaggiare don Raffaele chiedendogli di intercedere con i suoi
“buoni servigi”. La verità è questa e venne messa in piena luce
dall’inchiesta di Carlo Alemi. Quando il generale Mei
si vide scoperto, iniziò a mentire spudoratamente attribuendo
tutte le colpe al generale Musumeci, come abbiamo
visto, vennero sbugiardati Antonio Gava, Ciriaco De
Mita e Flaminio Piccoli e che venne solo”regarduito”
per aver intrapreso un’iniziativa all’oscuro della magistratura. Carmine Alfieri e Pasquale Galasso A poco a poco, anche se molto lentamente, l’intera verità si fece
strada. Negli anni ‘ 90 lo scoppio di tangentopoli e l’entrata in funzione
della DIA consentirono a un altro magistrato controcorrente di Roma, Otello Lupacchini, di seppellire definitivamente la versione
iniziale del caso Cirillo e di
arrivare a un definitivo accertamento dei fatti. Vediamoli. Dopo che Cirillo
fu liberato sano e salvo, i poltici campani
decisero che “O Nirone”, Raffaele Cutolo e E allora li <<scaricarono>>
puntando su due nuovi boss: Carmine Alfieri e Pasquale Galasso,
il suo aiutante di campo. Era stato proprio alfieri e non i servizi, a far
saltare in aria ‘O Nirone e ad annientare tutti i seguaci di
Cutolo. In quel periodo c’era stata una vera e propria epidemia di piombo
calibro 9 che aveva portato a poco a poco alla scomparsa di tutti coloro che
avevano avuto a che fare con la vicenda Cirillo ( oltre 15 i morti). Ivi
compreso quel Nicola Nuzzo ristoratore di Acerra,
che fu da tramite per i primi contatti con la camorra di don Raffaele, fu
barbaramente ucciso a sprangate in una clinica
romana dove era stato ricoverato. Tolti di mezzo quelli che avevano avuto a
che fare con il caso Cirillo, Alfieri e la camorra ebbero campo libero nel
gigantesco business della ricostruzione del dopo terremoto, o meglio dire
allo sperpero di decine di migliaia di miliardi che lo Stato aveva stanziato.
Al patto scellerato con la camorra per liberare Cirillo, un altro patto si
andava concludendo con i nuovi boss, l’affare della ricostruzione… Cinque miliardi…… La libertà di Cirillo costò cinque miliardi di lire (non il miliardo
e mezzo di cui s’era parlato) . Un riscatto record , una pioggia di centinaia di milioni che furono versati
alle Brigate Rosse, alla camorra e a personaggi legati ad una corrente
democristiana. Cinque miliardi, lira più lira meno, in cambio del piccolo
potente assessore democristiano alla Regione Campania. Quei soldi,
evidentemente Ciro Cirillo li valeva tutti. Così in tanti si diedero subito
da fare come abbiamo visto, si mise in moto una gigantesca operazione,
servizi segreti, faccendieri, politici di livello, camorra, escogitarono un
machiavellico meccanismo per reperire quei soldi, e li consegnarono a chi dovevano
essere consegnati. Il 24 luglio al fine il buon Ciro Cirillo veniva liberato,
a casa , dopo quasi tre mesi di prigionia, Ciò che
non era stato fatto per uno statista di livello come Aldo Moro, fu fatto
invece per un “semplice” assessore di una Regione, I rapporti con Per quanto riguarda i rapporti tra i “bravi ragazzi” della Banda
della Magliana e i napoletani, questi, a partire dal
1978, vanno verso due direzioni. Da una parte, la banda della Magliana si
presta a svolgere lavori per conto di Raffaele Cutolo, prestando il supporto
ai cutoliani in trasferta a Roma per passare
tranquilli e redditizi periodi di latitanza, curando la logistica di alcuni
omicidi orditi dai napoletani o anche partecipando in prima persona a colpi
organizzati insieme. Poi c’era la droga,”gnoma”
oppure “ faloppa”, eroina e cocaina che i ragazzi della Magliana cedevano ai
napoletani di Cutolo sempre grazie alle loro multiformi esperienze
carcerarie. Proprio nei
diversi penitenziari italiani i ragazzi della Magliana avevano avuto modo di
fare conoscenza con personaggi che, per quanto riguarda il traffico
internazionale di stupefacenti, potevano vantare contatti a dir poco
spettacolari. Cutolo: voglio
tornare a casa. Raffaele Cutolo, capo storico della camorra, 64 anni, ha chiesto la grazia al
presidente della Repubblica. Cutolo, l'ultimo
desiderio "Il mio seme per un figlio" "Vorrei tanto regalare un
figlio a mia moglie. Ma purtroppo le gravidanze, fino ad ora, non sono andate
a buon fine. Ci abbiamo provato due volte. Non ci arrendiamo". Lo ha
detto Raffaele Cutolo, ex boss della nuova camorra organizzata attualmente in
carcere a Belluno. I giudici gli hanno già concesso un tentativo
permettendo ai medici di prelevare il seme del boss. A raccontare la vicenda è lo stesso
Cutolo in un'intervista a "La Repubblica" dal supercarcere di
Belluno. Il boss pluriomicida sta scontando una condanna ad 8
ergastoli. Quanto alla sua attuale condizione Cutolo
afferma di sentirsi "come un uomo che si prepara a morire in carcere.
In pratica - dice - vivo dietro le sbarre dal 27 febbraio 1963. Ho 64 anni.
Quasi tutta la mia vita l'ho passata in galera. Pago e continuerò a pagare
gli errori che ho fatto, il mio passato scellerato. Però senza mai perdere la
dignità. So che mi faranno morire in carcere. E a una fine
così, preferisco la pena di morte". "Prima di sposare mia moglie
la avvertii: pensaci bene, perché con me è come se fossi vedova a vita.
Vorrei tanto regalarle un figlio". Questa la motivazione che ha spinto
Cutolo a chiedere ed ottenere di poter provare con l'inseminazione artificiale. Ma nelle parole rilasciate a
Repubblica c'è spazio anche per altri argomenti. Il mancato pentimento del
boss: "Non mi sono mai pentito anche se avrei
potuto ma sono orgoglioso". E poi "il carcere duro toglie dignità e
uccide l'intelligenza". Cutolo parla anche del suo periodo di massimo
potere quando era alla testa di un esercito di seimila uomini e controllava
tutti i traffici illeciti di Napoli. "I camorristi di oggi sono guappi
senza onore e senza regole", dice il boss che parla anche della liberazione
dell'assessore Cirillo che avvenne "grazie a me". Spazio anche
il suo rapporto coi politici: "Ne ho conosciuti alcuni. Sono come i camorristi, pensano solo al potere e ai soldi e della
gente se ne fottono". Infine un appello ai giovani della sua
città: "Lavorate e studiate, il crimine non paga". 24
febbraio 2006 Raffaele Cutolo nasce nell’ottobre
del 1941 ad Ottaviano, una cittadina dedita ufficialmente all’agricoltura e
posta alle pendici del Vesuvio, dove il 15% della popolazione gira con in tasca la pistola, che viene regalata ai ragazzi al
momento della cresima e dove esiste anche il più alto indice di
motorizzazione individuale. Il padre è un contadino, buona persona detto dai
compaesani «o monaco» perché molto religioso; la mamma è una tranquilla
casalinga. Raffaele frequenta con scarso profitto la scuola conseguendo la
licenza elementare. Da bambino con la sua faccia da prete sognava di
diventare papa. Quindi dopo aver bighellonato per alcuni anni senza arte né
parte, come tanti giovani del suo paese, debutta a 22 anni con il suo primo
omicidio, uccidendo in una rissa scoppiata per futili motivi un compaesano
Mario Viscido, che aveva osato prendere le difese di una ragazza, redarguita
da Cutolo perché aveva osato ridere al suo passaggio. Subito arrestato trascorre a Poggioreale, che sarà il suo feudo personale, gli anni
della carcerazione preventiva che scadono nel maggio del 1970. Don Raffaele
ottenuta la libertà provvisoria comincia a gettare le basi della Nuova
Camorra Organizzata (NCO), principalmente aiutando economicamente le famiglie
dei carcerati, a cui fornisce anche i migliori avvocati. A marzo del 1971 il
processo Viscido si conclude con la condanna di Cutolo all’ergastolo. I
carabinieri lo rintracciano a San Gennaro Vesuviano, un paesino alle falde
del Vesuvio, ove il futuro «professore» ritiene di essere intoccabile. Nel
tentativo di arresto Cutolo ferisce due carabinieri, ma il giorno dopo viene
catturato e, dichiarato infermo di mente, viene condotto nel manicomio di
Sant’Eframo a Napoli. Dopo alcuni mesi viene
trasferito nel manicomio giudiziario di Aversa, dal quale il 7 febbraio 1979
fuggirà in maniera rocambolesca, entrando nella fantasia popolare con lo
stesso carisma di Superman. L’evasione avviene di domenica, intorno alle 15,
mentre tutti i ricoverati, gli infermieri ed il personale di custodia è
intento a seguire la partita di calcio alla radio. Un commando di
fedelissimi, capitanato dal luogotenente Antonino Cuomo,
opera una breccia nel muro di cinta del manicomio con la dinamite. Don
Raffaele, che nel frattempo stava tentando di estorcere ai medici fiscali la
semi-infermità mentale, può evadere indisturbato, ed appagare la sua sete di
libertà, affermare la vittoria del suo io, e la capacità di poter beffare,
quando vuole, le istituzioni che gli si contrappongono. Saranno arrestate due
guardie carcerarie per favoreggiamento, ma si scatenerà l’ira dei duecento
colleghi dei due agenti incriminati, che metteranno in risalto, attraverso
una manifestazione di protesta, l’impotenza dello Stato, il quale si illude
che con del personale disarmato ci si possa opporre efficacemente ad un
attacco eseguito da delinquenti, decisi a tutto, ed armati con tritolo e
fucili mitragliatori. Una volta liberato Cutolo si dedica anima e corpo alla
creazione di una aggregazione di fedelissimi, il cui
scopo però non sarebbe quello di commettere delitti, bensì la lotta contro le
ingiustizie. La "sposa
bianca" di don
Raffaele Raffaele si arrabbierà
quando vedrà nelle fotografie che mi sono messa i pantaloni Per lui la donna
deve mettere la gonna, altrimenti che donna è?». 64 anni, quaranta di
carcere, condannato a quattro ergastoli come mandante di omicidi, estorsioni
e traffici di ogni tipo. E quella che parla è sua moglie, Immacolata Iacone,
42 anni (22 meno di lui). Si sono conosciuti nel 1982, con Cutolo già in
galera, e sposati tre anni dopo, quando era in isolamento all’Asinara. Sono
marito e moglie da vent’anni ma non
si sono mai visti fuori dalla prigione. E neanche hanno consumato il
matrimonio. Cutolo, che è detenuto
in regime di carcere duro − il 41 bis, destinato ai condannati per
criminalità organizzata − si è definito «camorrista in pensione» e in una lettera ai giudici ha
condannato la camorra, «mostro che fagocita tutti e uccide i giovani». Non si è mai pentito («Mi pento
davanti a Dio ma non davanti agli uomini», ha scritto al vescovo di Caserta).
In luglio però, a sorpresa, ha chiesto la grazia al Presidente della
Repubblica. La motivazione: è vecchio e stanco e vorrebbe passare gli ultimi
giorni della sua vita a casa, accanto alla moglie. Immacolata Iacone, la moglie dell'ex boss
della camorra, prova a spiegare come si fa ad aspettare un uomo che forse non
uscirà mai di prigione. E come si può volergli bene Lei non ha dubbi,
riuscirà a portarselo a casa, lo vede due tre volte al mese, incontri
controllati da telecamere e mai soli nella stanza dei colloqui.. Don Raffaele, legge molto in carcere, si informa, sulla
politica, sui fatti orribili di questa camorra che lui chiama “mostro”. Immacolata vuole un
figlio come diritto di
ogni donna alla quale viene consentito stringere il vincolo matrimoniale. Massimamente
Immacolata chiede oggi che al marito venga consentita la possibilità di
curarsi considerate le sue gravissime condizioni di salute. 25 novembre 2003 |
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