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Piazza delle cinque lune |
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A V V E N I M E N T I I T A L I A N I A V V E N I M E N T I I T A L I A N I A V V E N I M E N T I I T A L I A N I A V V E N I M E N T I I T A L I A N I A V V E N I M E N T I I T A L I A N I |
Una catena di morti
ammazzati, misteri e veleni, all’ombra del delitto Moro Giorgio Ambrosoli il liquidatore che si oppone a tutti
i piani di salvataggio di Sindona, e Antonio Varisco, il comandante del Nucleo Traduzioni di
piazzale Clodio, amico di Pecorelli, furono ammazzati a meno di ventiquattro ore di
distanza l’uno dall’altro: il primo a Milano, il 12 luglio 1979, l’altro a
Roma, il 13 luglio. Del primo omicidio sappiamo com’è andata: Sindona è stato condannato all’ergastolo ed è poi morto
con una tazzina di caffè al cianuro nel carcere di
Voghera; anche Aricò, il presunto killer, è morto precipitando dal nono piano. Del secondo
omicidio non si sa granchè: l’attentato fu
rivendicato dalle Brigate rosse, ma aveva modalità strane, inconsuete per le
Brigate rosse. Sul luogo dell’attentato,il
lungotevere alle spalle di piazza del Popolo dove ora svetta una bella stele
in memoria del colonnello, furono lanciate bombe fumogene del tipo Energa che servirono a coprire la fuga dei killer Il
brigatista Antonio Savasta, che pure era il capo
della colonna romana, fu molto evasivo sulle modalità dell’attentato. Ma non è tutto. Una settimana dopo, il 21 luglio, fu
assassinato a Palermo il capo della mobile Boris
Giuliano. Tre delitti catalogati in modo diverso, ma che in realtà potevano
avere un comune denominatore: il Grande ricatto. A indagare
sull’omicidio Varisco, convinto per primo che
avesse tutt’altra matrice, fu il capitano della Digos Antonio Strallo, che si occupava della destra eversiva. Prima di essere a sua volta
ammazzato, firmò tutti i rapporti investigativi su uno strano borsello
trovato su un taxi e consegnato al maggiore Antonio Cornacchia (affiliato
alla p2) del reparto investigativo dei carabinieri. Il borsello”fu fatto
trovare” il 13 aprile del 1979, ed è forse il più esplicito tentativo di
ricatto, da parte dei servizi segreti e della banda della Magliana,
sui misteri che collegano il caso Moro all’omicidio Pecorelli.
L’uomo che”aveva dimenticato” il borsello sul taxi, come si scoprì in seguito
alla sua morte( non naturale), era Toni Chichiarelli,
il falsario. Pittore di notevole abilità in grado di duplicare un De Chirico
nel giro di poche ore., Chichiarelli
era un personaggio a mezzo guado tra la mala romana e i servizi segreti: fu
lui,a fabbricare il falso comunicato BR sul lago della Duchessa ed era stato
ancora lui a fabbricare le cinque schede ritrovate nel borsello, sulla
falsariga delle schede recuperate nel covo di via Montenevoso
dove i brigatisti appuntavano informazioni su possibili obiettivi. Una di queste schede
riguardava il giornalista ucciso tre settimane prima:<
Pecorelli Mino (da eliminare), agire
necessariamente non oltre il 24 marzo, sarebbe problematico concedergli
tempo, non bisogna rivendicare l’azione anzi occorre depistare>. La scheda
concludeva così: < martedì 20 ore ventuno e
quaranta giunta notizia operazione conclusa positivamente : recuperato
materiale purtroppo non completamente, sprovvisto di paragrafi 162, 168, 174,
177>. Questo sibillino passaggio confermerebbe il
fatto che la copia del Memoriale avuta da Pecorelli
non era integrale. C’era poi, oltre
all’indirizzo di via Tacito e al numero di targa
della macchina, un altro messaggio oscuro:< Martedì 6 marzo 1979, causa
intrattenimento prolungato presso l’alto ufficiale dei carabinieri piazza
delle Cinque lune, l’operazione è stata rinviata>. Più sotto in basso, scritto a mano, l’anonimo estensore aveva
aggiunto:> Sereno Freato!>. Non c’è bisogno
di ricordare che questo stretto collaboratore di Aldo
Moro, pochi giorni prima, nell’aula del Parlamento, aveva lanciato quell’oscuro messaggio: < indagate sull’omicidio Pecorelli e troverete i mandanti del delitto Moro>. In
piazza delle Cinque Lune c’era l’ufficio del colonnello Varisco.
Quel pomeriggio del 6 marzo, in quella sede riservata ,
Pecorelli incontrò un pezzo grosso dei carabinieri.
Un certo Dalla Chiesa. Vediamo.
Secondo la ricostruzione fatta dal maresciallo In candela all’incirca un mese
prima, tra la fine di gennaio e i primi di febbraio, aveva mandato a Dalla Chiesa il plico imballato trovato nel ”fossetto” del carcere di Cuneo. Che contenesse un
centinaio di pagine del Memoriale di Aldo Moro era
implicito, perché questa era stata l’indicazione di Pecorelli.
Nell’incontro di Piazza delle Cinque Lune, il generale e il giornalista si
rivedono per la prima volta dopo il viaggio a Cuneo. E’ stato in quel momento
che è avvenuto il passaggio di carte>sprovviste dei paragrafi
162,168,174,177> di cui parla il falsario della Magliana.
Paragrafi , questa l’ipotesi, che contenevano
segreti militari sullo Stay Behind (gladio) , che Dalla Chiesa non avrebbe
consegnato al giornalista. Forse in quell’occasione
fu preso soltanto un accordo, per questo motivo Pecorelli
non fu ucciso la sera del 6 marzo e l’omicidio fu rinviato. Cosa sia accaduto, tuttavia, è davvero un mistero che nessuno
dei protagonisti potrà più raccontare. Ma la
catena di sangue è ancora lunga. Il 21 luglio morì a Palermo Boris Giuliano.
Un mese prima si era incontrato con Ambrosoli: lo
rilevò Giuseppe Melzi, legale dei piccoli azionisti
delle banche di Sindona. Ambrosoli stava ricostruendo i giri di denaro delle
banche sindoniane, mentre il commissario stava
indagando sul percorso di centinaia di miliardi di lire mafiosi:< tutti e due si sono trovati di fronte al problema
del riciclaggio di “denaro sporco” e ai circuiti finanziari nazionali ed
internazionali di carattere
occulto>, scrive Massimo Deodori in P2:
la controstoria. Questa del borsello è una brutta storia di morti ammazzati e di sporchi ricatti.
Il capitano Strallo fu ucciso dai NAR, l’organizzazione di Giuseppe Valerio
Fioravanti, il 21 ottobre 1981. Prima di morire confidò a
un amico che< ne sapeva abbastanza da far saltare il palazzo>.
L’uccisione del colonnello Varisco apre una
misteriosa catena di sangue, apparentemente legata a persone che in qualche
modo potevano conoscere i segreti legati all’uccisione di Mino Pecorili. Dopo la morte di Mino, il
colonnello si era dimesso dall’arma e nel momento in cui fu
ucciso stava per andare a lavorare alla Farmitalia
con Ugo Niutta,grand commis di Stato, ex collaboratore di Enrico Mattei,amico del deputato DC Toni Bisaglia
a sua volta amico di Pecorelli. Lo scenario si sposta nel
1984, un anno particolarissimo, quello che termina con Cosa Nostra
all’attacco e con la strage sul treno del 23 dicembre. Nel
84 Niutta si uccise a Londra; pochi mesi
prima Bisaglia era misteriosamente caduto da una
barca. Una strana morte, resa ancora più oscura da quella,avvenuta
anni dopo, dal fratello sacerdote che minacciate grandi rivelazioni, fu
inghiottito dalle acque di un fiume. Nel 1984 morì in un agguato anche Toni Chichiarelli, l’uomo del borsello. Fu allora che Franca Mangiavacca si disse convinta che era stato lui a
pedinare, nei pressi della redazione di “OP”, qualche giorno prima del delitto Da: il libro nero della
prima Repubblica Il
Generale Dalla Chiesa Qual è stato il vero ruolo di Dalla
Chiesa nella vicenda Moro?Il suo comportamento in quel periodo è un vero
rebus. Il rapporto con il quale archiviò l’indagine su via
Montalcini era datato alla fine di agosto, in
coincidenza con la nomina che lo reintegrava a capo dell’Antirerrorismo.
Ma uomini dell’Antiterrorismo continuarono ad
interrogare gli inquilini anche nei successivi giorni di settembre. Scriveva Pecorelli che Dalla Chiesa applicava il principio
<< meglio la gallina domani, che l’uovo oggi>>: preferiva non
intervenire subito, per fare poi un colpo più grosso. Ma in via Montalcini << la
gallina domani>> non funzionò e la eteriat fu
libera di traslocare, nonostante le telefonate dei suoi sospettosi condomini.
L’unica spiegazione è che Dalla Chiesa sia intervenuto non per scoprire il
covo, ma per mettere tutto a tacere. Lui sapeva
benissimo che la vera prigine di Moro era un’altra,
e non sarebbe mai stata trovata.. Quella base alla Magliana poteva anche essere “congelata” a futura
memoria! Nel
luglio ‘ 78 la eteriat non ci viveva
più: ma davvero si può immaginare che nessuno dei tanti spioni dei vari
apparati, italiani e stranieri, che si sono affollati intorno a quell’appartamento, abbia sentito la necessità e la
curiosità di fare una capatina all’interno? La verità è che non c’era niente di interessante: anzi, se avessero fatto irruzione sarebbe
sfumata la possibilità di offrire una soluzione postuma al problema della
prigione, visto che era “impossibile” scoprire quella vera . Che Anna Laura facesse pure il suo trasloco. E torna alla mente l’appunto trovato sul bolck – notes di Pecorelli.
<< Dalla Chiesa.
Senato. Decreto nomine firmato dal 31/8….Cose grosse
si muovono nel campo delle Brigate Rosse>>. Il 31 agosto, la stessa
data del rapporto su via Montalcini….
Anche il giornalista non riusciva ad raccapezzarsi.
In quella situazione caotica. Dalla Chiesa, diavolo di un uomo, era tornato a
capo dell’Antiterrorismo. Come aveva fatto? L’ombra del ricatto Le indagini attorno alla presunta
prigione di via
Montalcini si svilupparono dunque nell’arco di tre
mesi, tra l’inizio di luglio e la fine di settembre del ‘ 78, la scoperta del
covo di via Montenevoso a Milano avvenne invece
nella prima settimana di ottobre. Ed è lì che Dalla Chiesa trovò le “ carte
segrete” Se ci addentriamo nei meandri di questa ricostruzione, alla quale
mostrano di credere i giudici di Perugina, ci rendiamo conto che il
ritrovamento del memoriale di Moro era l’ultimo anello di una lunga serie di intrighi di cui il generale era ormai depositario. Forse per questo molte delle sue
azioni appaiono incomprensibili all’esterno. Dalla Chiesa si era reso conto
che era in gioco il suo onore, forse anche la sua
pelle, mentre la sicurezza dello Stato doveva apparigli sull’orlo
dell’abisso. Anche se dopo vi Montalcini si era
illuso di poter vincere il nemico scendendo a patti con esso,
un’illusione che lo accompagnò fino alla morte. Una morte annunciata da Pecorelli, che aveva previsto il “suicidio” del generale
senza sapere che lo avrebbe preceduto nella sua tragica sorte. Dalla Chiesa aveva chiuso i suoi
segreti in una cassaforte mentre il giornalista
andava spifferandoli ai quattro venti: il gioco si era fatto insostenibile. Nell’ultima fase del sequestro,
dopo il 18 aprile, s’intravede la scesa in campo dei servizi segreti. E negli
ultimi tre giorni circolò anche insistentemente la voce che le BR, sotto
assedio, non fossero più in grado di gestire
l’ostaggio e l’avessero ceduto alla malavita organizzata e che la trattativa
fosse passata dal piano politico a quello economico. E’ stato proprio Andreotti a confermare di recente, nel venticinquesimo
anniversario di via Fani, che il Vaticano era pronto
a pagare il riscatto. Non è una storia nuova: all’epoca si parlò dio cinque
miliardi, ma il senatore invece ha precisato che si trattavano di cinquanta
miliardi, e a
quel che si è riusciti a capire avrebbe dovuto consegnarli il padre Enrico
Zucca, uno dei nomi che compaiono nella misteriosa struttura
Anello, di Gladio. La vedova di Moro disse di aver parlato personalmente con il pontefice, da tempo amico del marito- si conoscevano fin dal 1955 - : << Mi disse che avrebbe fatto l’impossibile, e so che lo fece, ma trovò notevoli opposizioni ( interne ed esterne). All’inizio sembrò che si potesse fare qualcosa, poi improvvisamente…non so chi intervenne e ogni iniziativa si bloccò>>. L’ombra del ricatto della
criminalità organizzata compare in questa fase e influirà pesantemente negli
anni successivi sulla vita politica italiana. Come peserà la mancata salvezza
di Moro all’interno della DC. Nulla in Italia sarà più come prima. Il brigatista
<< Francesco>> Il misterioso riferimento di Coppetti-Gelli sul “carabiniere infiltrato” ( leggi “ il generale”) sembra alludere ad un altro grande segreto del generale Dalla Chiesa, che ci riporta
ai misteri del sequestro Moro. Secondo alcune “gole profonde”, il generale si
sarebbe avvalso della collaborazione di Patrizio Peci ( il primo pentito
delle Brigate Rosse) per alcuni mesi prima di arrestarlo. Peci
arrestato “ ufficialmente” nel febbraio ’80 e fu mandato nel carcere di Cuneo, dove il
maresciallo In candela lo avrebbe
convinto a collaborare. Ma questa sarebbe soltanto
una parte della verità. L’ipotesi che il brigatista abbia
agito da infiltrato dei carabinieri, fin dall’estate del ’78, assunse
forma di rivelazione in un articolo a
firma del giornalista Massimo Caparra, ex segretario di Togliatti,
su un periodico di sinistra,
<<Pagina>>, nel quale si
affermava che in realtà Peci
era stato arrestato << due volte>>. E il <<Corriere della
Sera>>, dopo l’arresto ufficiale, attribuì al brigatista pentito la
seguente frase:<< Anch’io ero in via Fani, ma
non ho sparato>>. L’affermazione fu smentita, ma,
nella ricostruzione dei misteri di Moro , quello che
sorprende che la stessa frase attribuita a Peci fosse la stessa attribuita
del brigatista Francesco , il misterioso protagonista del caso Viglione. E questo nome, Francesco ,
compare anche nella “soffiata” ricevuta dal generale Musumeci
la mattina del 16 marzo, pochi minuti prima della strage di via Fani, quando
il capo dell’Ufficio Sicurezza del SISMI spedì il colonnello Guglielmi sul luogo della strage: Musumeci
asserì che la segnalazione proveniva dall’infiltrato “Francesco”. Forse è
soltanto una coincidenza, tuttavia è singolare che tutti gli infiltrati nelle
BR si chiamassero Francesco e avessero la comune
caratteristica di essere presenti in via Fani senza aver sparato. Si sa che “Francesco” era entrato in contatto con un giornalista di Radio Montecarlo la prima volta durante il sequestro Moro, la
seconda un mese o due dopo la sua tragica conclusione. Un sospetto:dietro Viglione c’era forse
Dalla Chiesa? Sappiamo che il generale difese strenuamente il giornalista
dall’accusa di truffa, anzi si scoprì che in seguito lo avrebbe mandato in
Calabria, non si conosce il motivo, ma sembra volesse
verificare in modo riservato alcune circostanze emerse dalle indagini sul
rapimento del leader DC. Non dobbiamo dimenticare che nell’autunno del ‘ 78, nel periodo che Dalla Chiesa e Pecorelli
avevano preso a frequentarsi, Mino scrisse su <<OP >> uno strano
trafiletto dal titolo: << I capi delle BR risiedono in
Calabria>>. Segno che il generale stava battendo una pista purtroppo
rimasta inesplorata, Una pista che aveva preso avvio dalle “anomale” presenze
in via Fani, segnalate al DC Canora dall’uomo della
’ndrangheta Rocco Marrone. Una di queste presenze, ricordiamo, era quella di
un “legionario De” di cui Pecorelli aveva parlato
nella sua ultima invettiva “Vergogna buffoni” e cioè
Giustino De Vauro, poliedrico soggetto criminale
che aveva al suo attivo un periodo nella Legione Straniera, l’appartenenza ad
una cosca calabrese e la successiva politicizzazione in carcere dov’era
divenuto un simpatizzante delle Brigate Rosse. De Vauro
era stato anche riconosciuto da alcuni testimoni, nelle sembianze di uno
spazzino notato in via Fani nei giorni precedenti il
rapimento. E, per concludere, la sua cosca di
appartenenza impose alla famiglia di un rapito di pagare un contributo di
venti milioni, cifra abbastanza rilevante per quell’epoca,
alla misteriosa Hyperion. ( leggi Hyperion e Moretti) Mario Moretti Chi era la spia? La caccia <<
all’infiltrato>> da parte delle Brigate Rosse non ha risparmiato alcun
personaggio di rilievo delle BR, ed anzi è stata focalizzata in buona parte
proprio sull’uomo che può essere considerato il loro capo nel periodo del
sequestro Moro: Mario Moretti. Il principale ispiratore di sospetti contro di
lui attualmente sembra essere Franceschini. Quest’ultimo
in Commisione Stragi ha fatto
balenare alternativamente due ipotesi ben distinte, senza prendere
chiaramente partito per l’una o per l’alta : che Moretti sia stato una spia;
che avrebbe procurato svariati arresti; la seconda, che sia stato un agente
attraverso il quale la scuola di lingue parigini <<Hyperion
>> avrebbe egemonizzato le BR, imponendo loro la propria strategia,
così come a livello europeo essa faceva con IRA, RAF ed altri gruppi ancora. Durante la sua audizione
parlamentare, peraltro, Franceschini disconobbe la
paternità delle congetture su Moretti in veste di delatore
: “” E’ stata costruita un’interpretazione anche pubblica – e Curcio in questo ha le sue responsabilità – da cui sembra
che io abbia sempre pensato che Moretti fosse una soia. No
è vero. La prima persona che mi ha detto questo è stato Renato, e sono pronto
a sottopormi ad un confronto con lui e documentarlo. Nel’ 76 eravamo alle carceri Nuove di
Torino… .durante l’ora d’aria ci dirigiamo verso il
VI braccio, al secondo piano, e prima di entrare in cella Renato mi ferma,
perché deve dirmi qualcosa di importante. Quindi
prima di entrare in cella facciamo una passeggiata ( sic) e Renato mi dice –
e lo fa con un’espressione sconvolta – di avere la certezza che Mario è una
spia, e mi racconta l’episodio poi citato da eteria
“ Il confronto diretto con Curcio non c’è mai stato, ma in compenso
si può fare riferimento alle posizioni pubblicamente assunte da quest’ultimo a commento delle tesi del suo compagno: “ Il
fatto grave,,,, è che sotto questa montagna di
chiacchiere, di evanescenti sospetti, venga seppellito un uomo, Mario
Moretti, che la giustizia di Stato, già per conto suo, ha provveduto a
sotterrare sotto montagne di ergastoli. Ora, non sta a me giudicare Franceschini. Devo però che personalmente non ho alcun
motivo per condividere l’operato e le parole di chi
getta fango, discredito o sospetti su Mario Moretti. E perciò provo molta amarezza quando altri, con cui ho condiviso una parte
importante della mia vita, lo fanno” Per Gallinari,
non fu “ il gruppo dei capi storici in carcere” a mettere in circolazione le
inquietanti voci sul conto di Moretti, bensì “ una notizia uscita su un
giornale (?) poco
dopo la strage del maggio Ancora più pesanti le critiche di altri ex-brigatisti nei confronti di Franceschini e delle illazioni da lui disseminate. Si
veda ad esempio un eloquente passaggio dell’intervista resa da Antonio
Bellavista, nel luglio 1999, al giornalista Mario Scialoja:
Scialoja – Franceschini,
sempre in Commissione Stragi, ha rilanciato anche la sua vecchia tesi secondo
la quale Mario Moretti era un infiltrato nelle BR, per conto di oscuri mandanti. Lei, che è stato inquirente
dell’organizzazione, che ne pensa? eteriata – Ritengo che di oscuro ci siano
solo i motivi per cui Franceschini dice queste
cose. Quello che ha fatto Moretti è criticabilissimo, ed io l’ho criticato
aspramente. Ma no esiste il benché minimo elemento
concreto per sostenere che sia stato un infiltrato. Anche gli altri ex terroristi
direttamente interpellati dalla Commissione – in ordine cronologico: Morucci, Faranda e
Maccari
– hanno giudicato assolutamente infondata l’ipotesi che Moretti facesse il gioco di qualcuno che stava al di fuori della
loro organizzazione. Del resto persino Franceschini,
raccontando che le BR avevano aperto un’inchiesta interna su Moretti, - a seguito
di sollecitazioni provenienti sia dai carcerati di Torino tra i quali lui
stesso, sia Giorgio eteria – dovette
riconoscere che essa “ non portò ad alcun risultato”. Creato il
22 settembre 2003 |
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