I cento giorni del generale

 

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Emanuela Setti Carraio con il generale Dalla Chiesa

 

I cento giorni di Dalla Chiesa a Palermo, dal 20 maggio al 2 settembre del 1982, sono stati oggetto di film, libri,inchieste. Sappiamo praticamente tutto delle speranze e delle inquietudini vissute in quei mesi dal generale che, a sessantatre anni era sceso in Sicilia, con ardore da seconda giovinezza.

 

Aveva meno di trent’anni quando , capitano in Sicilia, aveva ispirato  una dei migliori romanzi di Leonardo Sciascia , Il giorno della civetta.

Dopo gli anni bui del terrorismo e della solitudine  (era rimasto vedovo dell’adorata compagna ), Dalla Chiesa stava per cominciare una nuova vita : si era risposato con una bellissima ragazza, Emanuela Setti Carraio, che aveva soltanto trentatre anni, e quasi nello stesso periodo si erano create le condizioni per quell’incarico prestigioso cui aveva sempre aspirato.

La nomina a Prefetto di Palermo era un’investitura che gli consentiva di riprendere l’esperienza della lotta alla mafia dove l’aveva lasciata venticinque anni prima forte dell’esperienza dei corpi speciali dell’antiterrorismo.

Ma secondo il generale essere prefetto a Palermo doveva significare assumere pieni poteri nel coordinamento delle indagini e in ogni altra iniziativa di contrasto a Cosa Nostra.. Fu subito chiaro che la legge non lo consentiva e questo rischiava di vanificare i suoi sforzi, trasformando quell’esperienza in un boomerang : lo stavano trattando come un pensionato che voleva chiudere la carriera con l’ultima medaglia sul petto.

Di quei cento giorni sappiamo tutto. Sappiamo che a palazzo Whitacker  ( sede della Prefettura di Palermo) il generale aveva fatto allontanare la sua scrivania dalla finestra, da dove temeva potesse entrare un proiettile che, in tanti anni di prima linea, aveva sempre schivato.

Sappiamo che impediva alla giovane moglie di stringere relazioni, di accettare inviti in società: forse era geloso, ma si giustificava così:

< in una città come Palermo non si sa mai a chi stringere la mano>. All’inizio era entusiasta : ma fu uno stato d’animo che durò per poche settimane, o addirittura per pochi giorni, via, via subentrò il sospetto di essere caduto in una trappola, forse la peggiore delle trappole. Ogni tanto voltava lo sguardo verso la cassaforte,erano lì i suoi segreti…

Ma l’inquietudine era tornata : perché lo avevano mandato a fare il Prefetto di Palermo, il prefetto Antimafia se poi non era messo nelle condizioni di operare? Nei suoi diari appariva consapevole dei suoi rischi che la sua posizione implicava: < Io che sono certamente il depositario più informato di tutte le vicende di un passato non lontano, mi trovo a essere richiesto di un compito davvero improbo e perché no pericoloso>.

 

Di quella città aveva imparato a leggere i segnali, i sorrisi allusivi, quelle frasi a doppio taglio di cui diffidava:< Che vuole fare generale, la Sicilia è sempre la stessa, questa città non cambierà mai>. < Generale, si goda la vita, se ne vada con la sua bella moglie  a Mondello, accetti gli inviti, davvero pensa proprio di sconfiggere Cosa Nostra?>

A Roma i telefoni squillavano inutilmente dopo le promesse dei primi giorni ad agosto era calato il silenzio. Il primo settembre si decise di chiamare il suo amico Giorgio Bocca e concordò un’intervista che doveva essere uno squillo di tromba: < Sono stato mandato in Sicilia, ma lo Stato mi ha lasciato solo>. Negli ultimi giorni si era occupato solo di acquedotti. La mattina del 3 settembre, quando ormai la sua sorte era segnata, gli venne un’idea, chiese e ottenne un incontro urgente con Ralph Jones, il console USA  a Palermo. Il colloquio, ricostruito nell’ordinanza  di rinvio a giudizio del Maxiprocesso, è altamente drammatico: < Soltanto il governo americano a questo punto può fare un intervento ad alto livello: io chiedo soltanto di poter lavorare seriamente.> Ma non ci sarà tempo. Alle sette di sera di quello stesso giorno, la moglie lo raggiunge in Prefettura. Salgono in auto la A 112 guidata dalla moglie

L’auto imbocca in via Isidoro Carini e qui un commando mafioso su due moto di grossa cilindrata inizia a sparare con i mitra, il generale e la moglie vengo colpiti da decine di proiettili , Emanuela muore all’istante, mentre il generale pochi istanti dopo, il poliziotto Domenico Russo non ha nemmeno il tempo di rendersi conto di cosa stia avvenendo che una raffica di mitra lo colpisce uccidendolo.

E’ finita così la storia del generale, in una Sicilia ambigua come in un romanzo di Sciascia. Era stata una trappola?. L’ultimo atto di una storia cominciata tanti anni prima con la caccia a quei documenti di Aldo Moro mai più ritrovati? Carte che stando alla leggenda popolare, Dalla Chiesa aveva portato con se a Palermo. Quella sera, quando la polizia andò a prendere un lenzuolo per coprire quei corpi orrendamente massacrati, nella residenza del generale a Villa Pajno la cassaforte fu trovata aperta e vuota. Un carabiniere, suo stretto collaboratore, disse tremando che non c’era più la chiave: fu ritrovata sette giorni dopo in un cassetto già perquisito.

Una domestica di casa Dalla Chiesa riferì di aver sentito il generale dire alla moglie: < se dovesse succedermi qualcosa, tu sai dove trovare quello che ho messo nero su bianco>.

Nella richiesta di rinvio a giudizio del Maxiprocesso, Falcone e Borsellino tre anni dopo scriveranno:

 

Di fronte a Cosa Nostra il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa impersonava solo se stesso e non già, come avrebbe dovuto essere, l’autorità dello Stato….era consapevole di essere stato  destinato in Sicilia nelle condizioni peggiori….In alcuni settori il suo arrivo a Palermo fu accolto con un sospiro di sollievo, perché l’irruento e generoso generale  era diventato troppo ingombrante per le strutture centrali dello Stato.

Da : il libro nero della Repubblica e Avvenimenti Italiani

Creato il 22 maggio 2002

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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