Avvenimenti Italiani

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Mafia..censura in Tv

 

 

 

 

La destra si scatena per un'inchiesta di "Report". E Cuffaro ottiene una trasmissione riparatrice
Una bella inchiesta di Report su Raitre ha interrotto per una sera gli anni di omertà televisiva sulla mafia, con l'eccezione di qualche buona ma innocua fiction. Puntuale è scattata la censura della maggioranza. Tutti in prima fila, gli esponenti siciliani di Forza Italia, il presidente della Regione Cuffaro, il sindaco di Catania Scapagnini, non per combattere la mafia ma il giornalismo anti-mafia. Per difendere la "loro" Sicilia "diffamata e offesa" con "vecchie storie", frutto di pregiudizio politico. Senza neppure rendersi conto di usare gli argomenti, il linguaggio, le frasi fatte di un Totò Riina o di tanti mafiosi da film.

In verità i legami fra Cosa Nostra e politica erano stati appena sfiorati dal programma di Raitre, forse nell'illusione di scampare alla mannaia. Ma ormai nella maggioranza dei "61 collegi su 61" basta la sola parola "mafia" per scatenare reazioni isteriche, violente e a volte ridicole. Come la richiesta di ottenere una "trasmissione riparatrice" su Raidue per "mostrare l'altro volto della Sicilia", avanzata da Cuffaro e prontamente accolta dallo spaventapasseri di destra piazzato alla direzione generale della tv pubblica, Flavio Cattaneo. Che ci faranno vedere, carretti e balli folcloristici? Sono anni che in tv, Rai o Mediaset, ci fanno vedere l'altro volto della Sicilia, quello falso, dove la mafia non esiste.

Il torto di Milena Gabanelli e degli inviati di Report è di aver ricordato che la mafia invece esiste ed è tornata a controllare il territorio. Non si sono visti scoop o rivelazioni clamorose nella puntata dell'altra sera.

 

Soltanto l'ostinato, intelligente racconto di che cos'è la nuova criminalità organizzata, attraverso episodi piccoli e grandi. I tre incendi al locale gestito dal capo dei commercianti anti racket del siracusano, scanditi ogni nove mesi esatti, nell'incredibile impotenza delle forze dell'ordine. Le strane fughe a un passo dall'arresto di Bernardo Provenzano, che dev'essere da trent'anni l'uomo più fortunato del pianeta oppure uno che ha buoni informatori nelle istituzioni. Un'inchiesta seria, documentata, equilibrata, che ha dato voce per una volta alla Sicilia del coraggio e dell'onestà, l'ha fatta sentire meno sola. Un ottimo esempio di quel servizio pubblico che tutti, a parole, invocano dalla Rai. La censura a Report è l'ultimo episodio di una lunga storia di televisione di regime, cominciata nel 2001 con la vittoria di Berlusconi e il proclama di Sofia contro Biagi e Santoro, proseguita con l'epurazione della satira e dell'informazione indipendente, fino alla grottesca sospensione del Molière di Paolo Rossi domenica scorsa. Ma è anche l'episodio più grave e triste, nella sua cinica prevedibilità.

 

E' prevedibile ma deprimente che un personaggio come Totò Cuffaro, che deve rispondere alla giustizia dell'accusa di favoreggiamento alla mafia, scateni pubblicamente l'ennesima campagna contro l'antimafia. E' altrettanto scontato ma triste che Forza Italia, il cui fondatore Marcello Dell'Utri è stato condannato in primo grado a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa, metta alla gogna chi indaga sulla mafia. Possibile che nessuno, nel centrodestra, provi imbarazzo per questo processo alla rovescia? Non ci aspettiamo grandi prove di senso dello Stato dalla maggioranza. Ma se è vero che "la Sicilia non è soltanto mafia" neppuro lo è tutta l'Udc o Forza Italia.

E dunque perché lasciar parlare su questi temi soltanto una compagnia di indagati o condannati?

 

Quanto al danno che queste inchieste e perfino alcuni sceneggiati produrrebbe all'immagine della Sicilia e dell'Italia, vecchia accusa di Berlusconi, bisogna mettersi d'accordo. Un episodio come questo è destinato a fare il giro del pianeta, portando l'immagine più desolante di un'Italia omertosa, governata da amici degli amici.

Qualche mese fa le Monde ha rappresentato una vignetta con Berlusconi che presentava la sua squadra. Da una parte un gruppo di ciechi col bastone e i cani: "I miei elettori". Dall'altra un pugno di ceffi con coppola e occhiali da sole: "I mie collaboratori". La battuta è stata ripresa da tutte le televisioni del mondo, tranne una. Davvero un bel colpo d'immagine, altro che "La Piovra".

Curzio Maltese – 18 gennaio 2005

 

 

Marcello, con Silvio Berlusconi dalla Statale al Tribunale

Marcello Dell'Utri, nato a Palermo l'11 settembre 1941, senatore della Repubblica eletto nel collegio di Milano-Centro nel 2001, già deputato nazionale (eletto nel 1996) e parlamentare europeo (nel 1999); dirigente d'azienda, stando alla biografia consegnata agli archivi del Senato (www.senato.it).

Dell'Utri ha un fratello gemello con cui è stato allievo del liceo Don Bosco dei Salesiani, dove studiavano anche Carlo Vizzini e Francesco Musotto (e qualche anno dopo Gianfranco Micciché). Assieme al Gonzaga dei Gesuiti, frequentato invece da Leoluca Orlando e Vito Riggio, Sergio D'Antoni e Luigi Cocilovo (e prima dai fratelli Sergio e Piersanti Mattarella), i due istituti religiosi rappresentano le istituzioni "in" della città.

Fare le scuole in uno dei due collegi più in voga del capoluogo siciliano significava (e significa tuttora) entrare senza barriere nel "gotha" dei rampolli rampanti. E difatti da quelle due scuole sono uscite intere generazioni della classe dirigente palermitana e siciliana: politici, uomini d'affari, magistrati e avvocati; alti burocrati e professionisti di vaglia; dirigenti bancari e alti gradi militari; notai e più o meno l'intero corpo accademico dell'università.

Le passioni del giovane Marcello sono andate rafforzandosi negli anni: per il pallone, per i libri meglio se antichi e rari, per la pubblicità e - ça va sans dire - per il Cavaliere, conosciuto negli anni Sessanta alla Statale di Milano, dove Dell'Utri ha frequentato la Facoltà di giurisprudenza.

La liaison con Silvio Berlusconi è andata stringendosi da allora, e poi si è concretizzata con i primi incarichi fiduciari nell'Edilnord, la società edilizia messa in piedi dal giovane Silvio, da cui tutto è cominciato: costruzioni, televisioni, pubblicità, successi economici e mediatici, nascita e ascesa politica. E Dell'Utri sempre lì, sodale e amico e fiduciario e consigliere e uomo di punta: da allenatore della squadretta dell'Edilnord (dopo aver fatto esperienza nella palermitana Bacigalupo) ad assistente nella stessa società di costruzioni, e poi su su fino alla piena e totale condivisione dell'avventura di Publitalia, la società di raccolta pubblicitaria delle reti del Biscione italiane ed estere, di cui Dell'Utri è stato dirigente, presidente, amministratore delegato. Fino al 1995, fino all'elezione in Parlamento, muovendosi in simbiosi e in parallelo con la discesa in campo del Cavaliere, di cui è stato promotore, sostenitore, fondatore di Forza Italia. Adesso autore della scelta di puntare su quei mille giovani "azzurrini" che andranno a sostituire su tutto il territorio nazionale la "vecchia guardia" logora e rintronata. Per questo è stato promosso sul campo, assieme al redivivo Tremonti, nel gruppo ristretto che governa i vertici del partito.

Fondatore anche dell'associazione culturale "Il circolo", con più di 100 sedi in tutte le provincie italiane, Dell'Utri è lo scopritore e il "creatore" dei giovani di punta e di bella presenza - alla Micciché, alla Fitto - che costituiscono l'ossatura locale e il potere reale di Forza Italia sul territorio, oltre che esserne i "collettori" di voti, premiati con incarichi di governo e sottogoverno e con governatorati regionali.

Il sodalizio è andato avanti ininterrotto, sempre più stretto, comprese le disavventure giudiziarie e le "ombre" sui collegamenti con la mafia, a cominciare dalle dicerie sui soldi di Cosa Nostra procurati da Marcello per finanziare l'avventura televisiva di Silvio, decollata davvero su tutto il territorio nazionale solo per merito di un decreto varato nottetempo dal governo di Bettino Craxi e approvato in un fiat, per finire a quella strana imbarazzante presenza in veste di "stalliere" di Vittorio Mangano, mafioso morto recentemente condannato per aver riciclato i soldi della Cupola, approdato nella residenza di Arcore proprio su raccomandazione di Dell'Utri, benché all'epoca nella villa non ci fossero quadrupedi da strigliare.

Il senatore ha firmato, nel corso del suo attuale mandato a Palazzo Madama, 24 atti e disegni di legge tra cui: il documento (371) per l'istituzione della Commissione parlamentare d'inchiesta sull'affare Mitrokin; la "ratifica ed esecuzione dell'Accordo tra Italia e Svizzera che completa la Convenzione europea di assistenza giudiziaria in materia penale... "; il documento (498) sulla "revisione dei processi penali in seguito a sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo"; il documento (645) sulle "norme sull'edilizia carceraria nei centri urbani"; il documento (2292) per l'"istituzione di una Commissione parlamentare d'inchiesta sulla gestione di coloro che collaborano con la giustizia".

Gemma Contin – 12 dicembre 2004

 

Con il 53% dei voti il Governatore uscente della Regione Salvatore Cuffaro ha sconfitto Rita Borsellino , che ha totalizzato il 42% dei voti, riconfermandosi alla guida della Sicilia.Rita Borsellino è stata sconfitta. La maggior parte dei siciliani ha votato la mafia.

Rita Borsellino è stata sconfitta. Da un candidato che è sotto processo per favoreggiamento a Cosa Nostra e tutti lo sapevano.
Rita Borsellino è stata sconfitta. Da un candidato che ha intrattenuto rapporti diretti e indiretti con presunti boss mafiosi di alto rango come l’ingegnere Michele Aiello. E tutti lo sapevano.
Rita Borsellino è stata sconfitta. Da un candidato che in gran segreto, senza scorta, si è incontrato nel retrobottega di un negozio di abbigliamento sportivo di Bagheria con Aiello, considerato dagli inquirenti un prestanome di Bernardo Provenzano, e tutti lo sapevano.
Rita Borsellino è stata sconfitta. Da un candidato che è il delfino di quel Calogero Mannino più volte processato per mafia e la cui posizione non è ancora stata chiarita. E tutti lo sapevano
Rita Borsellino è stata sconfitta. Da un candidato che era amico di un mafioso, oggi pentito, Francesco Campanella che sta raccontando nelle aule di tribunale le gesta non proprio onorevoli di Cuffaro prima e dopo la sua nomina alla presidenza della Regione.
E voi lo sapevate, voi siciliani, miei conterranei, sapevate per chi stavate votando.
Si rende necessaria a questo punto una domanda: Quale pressione esercita ancora Cosa Nostra sul territorio siciliano, ne è ancora padrona?
E i superlatitanti come Salvatore Lo Piccolo e MatteoMessina Denaro continuano ad essere i re della Sicilia?
Fino a che punto possono considerarsi successi gli arresti di grandi boss, compreso quello di Provenzano, se poi nel momento cruciale, quando si ha l’occasione di voltare pagina, questo non avviene?
Non lasceremo da sola Rita Borsellino ne quelli come lei impegnati in prima persona nella lotta alla mafia, come Don Ciotti, i magistrati e tutti quegli esponenti della società civile che non si risparmiano per affermare legalità e giustizia.
L’amara sconfitta ci deve però far riflettere: la strada è ancora molto, molto lunga.
Che ne prenda atto il governo Prodi, che capisca che la lotta alla mafia deve ritornare ad essere una priorità nell’agenda di governo, altrimenti non potrà che essere considerato peggiore del governo Berlusconi che almeno ha agito sfacciatamente non trincerandosi dietro ipocriti valori di etica e legalità. Attendiamo al varco le prossime mosse. Aiuti concreti alla giustizia, tanto in termini spicci: dalla carta per le fotocopie alla benzina per le macchine blindate, ad una legislazione severa che abolisca tutte le vergognose leggi ad personam approvate dal governo di centro destra che hanno favorito anche la mafia. Rita Borsellino è stata sconfitta e con lei siamo stati sconfitti un po’ tutti noi, però non lasceremo le mani dall’aratro. Non lasceremo sola Rita Borsellino, come quel 42% di siciliani onesti che vogliono la Sicilia pulita e libera dalla mafia.

Giorgio Bongiovanni 30 maggio 2006

 

Giuffrè: "Nel 2001 Cosa Nostra era con Cuffaro"

"Il sottoscritto non ha mai cercato appoggi elettorali in ambienti mafiosi, che invece sembrano avere assunto le loro determinazioni in ragione di squallidi e vergognosi calcoli di potere".
Questo il commento del Governatore della Sicilia Salvatore Cuffaro alle dichiarazioni rilasciate ieri nell'aula bunker di Milano dal collaboratore di giustizia Nino Giuffrè ai Magistrati della prima sezione penale del tribunale di Palermo. Il pentito ha spiegato che il boss di Cosa Nostra Bernardo Provenzano "ha fatto appoggiare Salvatore Cuffaro" nella campagna elettorale del 2001.
"Su Cuffaro c'era una certa fiducia - ha chiarito - perché aveva creato una certa politica vecchio stampo, clientelare. Questo si toccava con mano, era sostenuto notevolmente".
Insomma, secondo Giuffrè c'era chiaramente "l'accordo interno a Cosa nostra di appoggiare nel 2001 l'onorevole Cuffaro".
"Parlando durante la campagna elettorale del 2001 - ha aggiunto - Provenzano mi disse che dove si poteva, si doveva intervenire per far arrivare voti a Cuffaro".

Lo scorso luglio il collaboratore di giustizia aveva già rilasciato dichiarazioni simili, facendo andare su tutte le furie il Governatore.
"Di fronte a queste porcherie - si era difeso - posso solo ribadire che non ho mai chiesto voti alla mafia né ho mai fatto favori alla mafia".
Nel 2001 Cuffaro fu eletto presidente della Sicilia con il 59% delle preferenze.

da: Centoventi

 

La prima volta di Cuffaro alla sbarra

''Sono qui per portare il mio contributo e fare chiarezza in questa vicenda''. Forte del consenso che i siciliani gli hanno nuovamente confermato, il presidente della Regione Salvatore Cuffaro si è presentato ieri in aula a Palermo, per partecipare e rispondere al processo che lo vede imputato di favoreggiamento a Cosa Nostra e di violazione di segreto d'ufficio, l'ormai famoso ''processo alle talpe alla Dda di Palermo''. Un'inchiesta che, potremmo dire, viene da lontano. Cuffaro è accusato di aver mantenuto un continuo rapporto con il boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro attraverso Domenico Miceli, ex assessore comunale di Palermo, dimessosi tre anni fa per il coinvolgimento nell'inchiesta. Una ''relazione pericolosa'' confermata da numerose intercettazioni. Guttadauro, ex medico, avrebbe gestito e costruito insieme a Michele Aiello, proprietario di due importanti cliniche palermitane, un vero e proprio sistema di controllo della sanità pubblica e privata. Dai tariffari, ai concorsi, agli appalti, tutto questo non senza l'aiuto del potere politico.
Un debutto quello di Cuffaro davanti a giudici e magistrati, che ha partecipato ieri alla sua prima udienza del dibattimento, iniziato un anno e quattro mesi fa. Fino a prima delle elezioni, infatti, aveva preferito tenersi alla larga dai tribunali, facendosi rappresentare dai suoi avvocati.
''Non nascondo di avere un po' d'ansia, perché entrare in un'aula di giustizia da imputato fa sempre un certo effetto, ma risponderò a tutte le domande che mi saranno poste, o almeno a quelle cui saprò rispondere'', ha detto il governatore siciliano, incrociando i giornalisti prima di entrare in aula.
Ad accompagnare Cuffaro, i suoi difensori Nino Caleca, Claudio Gallina Montana e Nino Mormino.

Totò Cuffaro ha risposto per quasi quattro ore alle domande dei pm Michele Prestipino, Nino Di Matteo e Maurizio De Lucia. Il governatore ha parlato dei suoi rapporti con Domenico Miceli, ex assessore comunale dell'Udc sotto processo per concorso in associazione mafiosa, e quelli con il medico Salvatore Aragona, anche lui accusato di collusioni con i boss. Ma anche dei suoi rapporti con l'ex maresciallo dei carabinieri, Antonio Borzacchelli, ex deputato regionale dell'Udc ed imputato per concussione.
Ha risposto Cuffaro a tutte le domande, e a molte di queste a risposto con altrettanti ''non ricordo'', ad altre ha dato risposte evasive, in particolare su domande riguardanti alcune intercettazioni inserite nel processo.
Il governatore, sereno e a suo agio in un'aula affollatissima di teleoperatori, fotografi e giornalisti, ha detto più volte che le proprie risposte facevano riferimento a quanto era scritto sulle carte processuali. In una sola occasione il presidente del Tribunale, Vittorio Alcamo, lo ha richiamato per sottolineare che avrebbe dovuto dire quello che ricordava dei fatti che gli venivano chiesti dall'accusa.
In aula erano presenti anche gli imputati Michele Aiello, l'imprenditore bagherese soprannominato il ''Re Mida della Sanità privata'', e il maresciallo dei carabinieri Giorgio Riolo, entrambi agli arresti domiciliari.

L'apparente serenità di Cuffaro è stata turbata solo quando il governatore ha più volte lamentato il tipo di domanda posta, rivolgendosi direttamente ai magistrati: ''Lei non può chiedermi questo...'', oppure ''La domanda me l'avrebbe dovuta porre in modo diverso''. Tutta una serie di puntualizzazioni che hanno portato il pm Maurizio De Lucia  a richiedere l'intervento del presidente Alcamo. Quest'ultimo ha infatti ricordato a Cuffaro: ''Lei può non rispondere alle domande, ma non criticare le domande oppure chiedere di modificarle...''.
Poi, il pm Maurizio De Lucia, quando il governatore per l'ennesima volta si è rivolto a lui con 'dottor De Lucia' e precedentemente ai pm Michele Prestipino e Antonino Di Matteo con i loro cognomi, gli ha detto: ''Gradirei che i pm, visto che l'ufficio è impersonale, non vengano chiamati con i loro cognomi''. E Cuffaro, di rimando: ''Mi dispiace, le chiedo scusa, ma sa è la prima volta che faccio l'imputato...''.
Subito dopo, quando il pm De Lucia si è rivolto al governatore chiamandolo 'senatore', è stato Cuffaro, a dire: ''Ora anche lei mi sta chiamando con il mio titolo...''. Il 'siparietto' tra i due si è chiuso con un richiamo del presidente Vittorio Alcamo ''Fino a oggi il processo si è sempre svolto in modo sereno, spero che possa continuare così anche adesso''.

Durante il dibattimento Cuffaro ha respinto fermamente ogni accusa: ''Non ho mai rivelato notizie riservate su indagini, anche perché non avrei potevo riferire cose che non sapevo'', ha affermato. Il governatore infatti, secondo la Procura, sarebbe stato tra le fonti di Michele Aiello, che avrebbe costituito una rete riservata di informatori per carpire notizie su inchieste antimafia. Cuffaro però ha negato di aver mai fatto confidenze proibite, né ad Aiello né ai marescialli Giuseppe Ciuro della Dia e Giorgio Riolo del Ros, pure finiti sotto processo per questa vicenda.
A questo punto Cuffaro ha parlato delle 'bonifiche dalle cimici' che sono state eseguite fra il '97 e il '98 da parte del maresciallo Giorgio Riolo, nel suo ufficio all'Assessorato regionale all'Agricoltura e poi in seguito, nel 2001, nella propria abitazione e alla presidenza della Regione. ''Era stata un'idea di Antonio Borzacchelli - ha affermato Cuffaro - era convinto che tutto quello che ci dicevamo politicamente lo sapevano gli avversari politici e quindi era convinto che qualcuno ci ascoltava''.
Il pm De Lucia ha quindi chiesto cosa facesse Borzacchelli nel '98, e il governatore ha risposto: ''Era un maresciallo dei carabinieri che si occupava di pubblica amministrazione ma aveva già nella sua mente l'idea di fare politica. Ma da lui non ho mai saputo delle indagini che svolgeva''. Cuffaro ha inoltre detto di avere conosciuto il maresciallo Giuseppe Ciuro: ''Ho rischiato di incontrarlo l'ultima volta qualche giorno prima del suo arresto perché ero stato invitato a una cena, alla quale non sono stato, in cui sapevo che erano presenti anche il pm Antonio Ingroia, il manager della sanità Manenti ed Aiello''.
A Cuffaro, sono state inoltre, rivolte molte domande proprio sul rapporto che intercorreva fra lui e Aiello, e in particolare su uno degli episodi chiave per l'accusa, l'incontro tra Cuffaro e Aiello il 31 ottobre 2003 in una merceria di Bagheria, negozio di una parente di Aiello. ''Parlammo - ha raccontato Cuffaro - del tariffario regionale della sanità. C'erano problemi e si rischiava di non potere più assicurare le prestazioni specialistiche garantite dalle strutture di Aiello''.

L'udienza infine è stata interrotta alle 13, a causa degli impegni in Senato di Cuffaro, dove si è recato per una votazione sulla politica bioetica e l'utilizzo delle cellule staminali. L'esame del governatore da parte dei pm proseguirà la prossima settimana, il 20 giugno.
Il presidente della Regione lasciando l'aula ha detto ai giornalisti che il suo processo è basato su una frase che sarebbe contenuta nelle intercettazioni ambientali effettuate a casa del boss Giuseppe Guttadauro nel momento in cui vennero scoperte le microspie. ''Agli atti del processo si fa riferimento a un tale Totò - ha detto Cuffaro - ma nelle intercettazioni non vi è questa parte della registrazione''. Il governatore ha poi aggiunto: ''Ho contribuito con il pm a ricercare la verità e credo di averlo fatto fino in fondo''. A chi gli ha chiesto di dire il suo parere sulle dichiarazioni del pentito Francesco Campanella, che saranno oggetto nella prossima udienza dell'esame del pm, Cuffaro ha risposto: ''Su Campanella vedremo come andrà a finire, perché ha detto cose su di me, su Cardinale, su Lumia e su D'Alema. Credo, comunque, che per nessuna di queste persone abbia detto cose vere''.