Il rigore annullato

 

 

Come si uccide il «metodo Falcone»

 

I magistrati della Procura di Palermo che hanno provato, dopo le stragi del 1992, a raccogliere la scomoda eredità di Falcone e Borsellino avrebbero perso tempo e sprecato denaro. Sbagliato, in particolare, sarebbe stato il metodo investigativo-giudiziario da essi praticato, ben diverso da quello in uso ai tempi del pool di Falcone e Borsellino. Si tratta di «bufale» evidenti, che però una «cavalleria» di giornali, radio e tv, ripetendole ossessivamente da anni, ha trasformato in luoghi comuni.

In verità, i risultati ottenuti dopo le stragi del ’92 sono sotto gli occhi di chiunque voglia vederli. La mafia ha dovuto subire un’efficace reazione dello Stato (interminabile l’elenco dei latitanti arrestati; di decine di miliardi il valore dei beni mafiosi sequestrati; imponenti gli arsenali di armi requisiti). Dunque, parlare di metodo sbagliato è un insulto all’intelligenza. La mafia ha anche subìto la stagione dei processi, che per i suoi affiliati si sono quasi sempre conclusi con pesantissime condanne. Un dato significativo (che tocca ripetere ancora una volta, perché «cancellato» dai professionisti della denigrazione) è rappresentato dalle 251 condanne alla pena dell’ergastolo confermate o inflitte in appello nel distretto della Corte d’appello di Palermo nel biennio 2000-2001. Con che metodo sono state condotte le indagini? Accusare la Procura di Palermo di aver sbagliato metodo equivale a dire che sono sbagliati i 251 ergastoli. Un bel regalo per la mafia! Certo, a fronte dei 251 ergastoli stanno le zero (o quasi) condanne nei processi contro imputati «eccellenti». È giusto chiedere conto e ragione degli errori eventualmente commessi. Prima di tutto, però, è necessario spiegare lo scarto abissale di 251 a zero! Studiando le sentenze si potrebbe rilevare l’anomalia di provvedimenti che assolvono – con lo schema tipico dell’insufficienza di prove – pur in presenza di realtà sconvolgenti nelle quali l’intreccio fra politici, imprenditori e mafiosi è costante (e ritenuto sussistente nelle stesse sentenze assolutorie). Anomalie che, se conosciute, da un lato impedirebbero di criminalizzare i pm accusandoli di uso politico della giustizia; dall’altro non consentirebbero la beatificazione (funzionale a un più ampio disegno di impunità degli interessi «forti») di soggetti sommersi da pesanti responsabilità politiche e morali, ancorché ritenute non sufficienti per una condanna penale. Conoscendole, le sentenze, ci si potrebbe anche chiedere – con il massimo rispetto a tutti dovuto – se i criteri di valutazione della prova siano sempre gli stessi. O non riaffiori quell’oscillazione degli indirizzi interpretativi che ciclicamente appare nella storia dei processi di mafia, a seconda degli orientamenti politico-culturali dominanti in un dato momento. Oscillazione che potrebbe ricollegarsi a un limite culturale, che porta a percepire la pericolosità della mafia soltanto in situazioni di emergenza dovute a strategie sanguinarie, trascurando invece i rischi di sottovalutazione della mafia quando essa adotta strategie attendiste. Oscillazione che rende comunque evidente un fatto: anche se il metodo rimane sempre il medesimo, gli esiti possono sensibilmente mutare di fase in fase.

Fino alla recentissima sentenza con la quale la Corte di cassazione – stando alle interpretazioni giornalistiche del dispositivo – ha cancellato il «teorema Buscetta» e il «metodo Falcone», annullando 13 dei 29 ergastoli inflitti dalla Corte d’appello di Caltanissetta a boss mafiosi accusati di concorso nella strage di Capaci.
Secondo un diffuso luogo comune, la Procura di Palermo del «dopo stragi» avrebbe smarrito il «rigore della prova», tipico invece del pool di Falcone, abusando dei pentiti. Ma anche qui: leggere i provvedimenti relativi ai vari maxiprocessi equivale a rendersi conto che gli elementi probatori raccolti appaiono, a un’analisi tecnica sgombra da pregiudizi, consistenti tanto quanto quelli che – in questi ultimi tempi – sono spesso risultati insufficienti per considerare responsabili vari imputati «eccellenti». Un esempio concreto si può fare ricordando il mandato di cattura emesso nel 1984 dal pool di Falcone nei confronti di Nino e Ignazio Salvo in seguito alle dichiarazioni del pentito Buscetta. Questi aveva rivelato che i Salvo erano «uomini d’onore» e che egli era stato nella loro villa di Santa Flavia. Buscetta ne aveva descritto gli ambienti e i riscontri consistettero nella verifica della corrispondenza di tale descrizione con lo stato dei luoghi. Ora, chiunque abbia seguito, anche distrattamente, le cronache giudiziarie palermitane di questi ultimi anni non può non concludere che perfettamente identico è stato il metodo seguito per riscontrare le dichiarazioni di vari pentiti relative a incontri fra mafiosi e imputati «eccellenti». Per cui, se a metodo identico corrispondono – in casi identici – esiti diversi, si può essere sicuri che è qualcos’altro – certo non il metodo investigativo – che è cambiato.

Due giustizie? Un’altra polemica scagliata contro la Procura di Palermo del «dopo stragi» si nutre di frasi fatte tipo «quando si tratta di mafia e politica non si rinvia a giudizio se le prove non sono blindate; così faceva Falcone». Ragionamento stupido, che scopre l’acqua calda. Impossibile non essere d’accordo. Il magistrato che operasse diversamente sarebbe un suicida e dovrebbe cambiar mestiere. Ma la frase fatta è anche pericolosa. E si risolve in un’offesa a Falcone. Nel senso che finisce per accettare la logica dei due pesi e delle due misure. Quasi che il problema delle prove sicure si ponesse solo per certi processi (in particolare quelli di mafia e politica) e non per tutti. Offende la giustizia (oltre alla memoria di Falcone) chi anche solo sottintende la possibilità di una differenziazione a seconda del tipo di imputato o di processo. Spesso si sostiene che Falcone certi processi non li avrebbe mai avviati. Ma si dimentica, per esempio, che Buscetta non aveva voluto parlare a Falcone di mafia e politica perché temeva che Falcone, dovendo sviluppare certi temi, sarebbe stato preso per pazzo o ammazzato (quel che non disse a Falcone, però, Buscetta l’aveva detto – ben prima delle stragi – a un magistrato americano, che ha testimoniato in tal senso a Palermo). Soltanto dopo la morte di Falcone, costretto dalla violenza dell’attacco mafioso e dalla necessità di onorare la memoria del giudice scomparso, Buscetta si indurrà a rivelare anche ai magistrati italiani quel che sapeva di mafia e politica. Di qui elementi nuovi, che il pool di Falcone non conosceva. E Falcone non avrebbe fatto nulla di diverso da quel che si è fatto dopo la sua morte e anzi – per certi versi – proprio a seguito della sua morte. Grazie all’abilità di Falcone le cose sarebbero forse andate meglio, per l’accusa. Certo lui era più bravo, ma il metodo non c’entra. E in ogni caso occorre chiedersi se a discostarsi dal metodo Falcone non sia (invece della vituperata Procura) chi finisce per frantumare i singoli elementi di prova, invece di darne quella lettura unitaria, mirata sulla specifica realtà dell’organizzazione, che il pool di Falcone ha posto costantemente a base del suo metodo di lavoro.
In conclusione, a ben vedere, il vero obiettivo di questa speciosa e inconsistente contrapposizione tra «metodo Falcone» e metodo del periodo «dopo stragi» sostanzialmente è proprio il metodo Falcone. Un metodo di lavoro che le stragi del 1992 volevano cancellare per sempre con il sangue e che invece è stato ripreso anche dopo (sia pure con la consapevolezza che la professionalità e l’intelligenza di Falcone sono ineguagliabili), suscitando aggressioni che si infittiscono proprio quando l’azione dei giudici fa finalmente sperare in un’effettiva volontà dello Stato di spezzare i legami fra politica e malaffare. Strano Paese, allora, quello in cui si esaltano i magistrati morti, soprattutto per poter parlar male dei magistrati vivi, considerati scomodi. Certo non è per un Paese come questo che è morto Falcone.

Gian Carlo Caselli

 

 

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