L’assassinio di Carlo Casalegno

 

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Carlo Casalegno

 

Carlo Casalegno viene ferito gravemente da un nucleo delle BR con quattro colpi di pistola il 16 novembre 1977,  muore il  29 novembre dopo 13 giorni di agonia

Stavolta hanno colpito per uccidere. Dalle 14 di oggi Carlo Casalegno ,vice direttore del “La stampa” di Torino lotta contro la morte in un letto d’ospedale alle Molinette.  Alle 13,35 un commando di terroristi delle bierre  gli ha sparato alla testa, rivendicando quasi immediatamente con una telefonata all’Ansa la paternità dell’attentato.

Solo otto giorni fa un altro attentato contro il dirigente Fiat  Piero Osella e già Torino  è chiamata a misurarsi nuovamente con il terrorismo. Un terrorismo che sembra non dar tregua a questa città, che continua a tessere gelidamente la sua sanguinosa tela, calibrando i colpi e andando quasi sempre a segno.Ieri alle gambe dei politici e dirigenti e giornalisti , oggi al volto di persone note , giornalisti di primo piano.

Le sequenze dell’avventura terroristica, che vede Torino teatro preferito , si susseguono con frequenza sempre più impressionante: una cadenza quasi settimanale. Gli attentati si ripetono , imprevedibilmente. Alcuni si assomigliano nella dinamica: questa di Casalegno richiama alla memoria l’eswecuzione del presidente dell’ordine degli  avvocati di Torino, Fulvio Croce. Quest’ultimo morì all’istante. Casalegno resiste ma si dispera di salvarlo, le sue condizioni sono gravissime.

La cronaca. Carlo Casalegno esce di casa in corso Re Umberto 54 , nella tarda mattinata: deve andare dal dentista. Poi si reca come ogni giorno, alla riunione dei capiservizio  del suo giornale a conclusione della quale il suo direttore, Arrigo Levi gli chiede se ha bisogno di essere scortato ( il nome di Casalegno è stato trovato nello schedario di un covo delle bierre e dal quel giorno viene quasi costantemente scortato). Il vice direttore della “Stampa” rientra invece da solo a casa, a bordo della sua Fiat125”.

Parcheggia l’auto sul controviale di  corso Re Umberto, nel centro di Torino, e si  avvia lentamente verso l’ingresso del palazzo umbertino dove l’attende il nucleo delle bierre. Racconta Marianna Brun, 26 anni, custode del palazzo: < verso le 13,35 ero in cucina, quando ho sentito dei rumori nell’androne; ho pensato fossero i bambini di ritorno dalla scuola. Poi ho sentito tre spari, seguiti da un quarto. Sono uscita e ho visto il professore per terra,con il volto sfigurato.>

< Nella caduta- prosegue il racconto – forse ha tentato di reggersi a un trespolo di ferro battuto che regge l’insegna di una compagnia immobiliare i cui uffici sono al primo piano, ma gli è rovinato addosso. L’ho chiamato, mi ha guardato senza rispondere> La signora Brun chiede aiuto, poi corre al terzo piano ad avvertire la sig Dedy, moglie di Casalegno, che si precipita giù nell’androne con la cameriera . Lo spettacolo è terrificante. Dedy Casalegno si getta sul marito e lo chiama con voce rotta dai singhiozzi. Passano dieci interminabili e terribili minuti quando arriva l’autoambulanza che porta il ferito alle Molinette.

 

La dinamica dell’attentato questa volta affiora confusa dalle testimonianze. La custode dello stabile dice di aver visto soltanto un uomo in pantaloni scuri, allontanarsi e una 5OO grigia partire di gran carriera, altri testimoni presenti a quellora nell’edificio dicono soltanto di aver udito tre o quattro colpi di pistola , o almeno sembravano esserlo.

Le Brigate rosse invece si fanno vive quasi subito, la consueta telefonata alla sede Ansa di Torino , alle 14 in punto. Una voce giovanile, forse un ragazzo, senza nessuna inflessione dialettale, dice: <Qui Brigate Rosse, abbiamo giustiziato Carlo Casalegno, servo dello stato > Un crak del telefono e il redattore dell’ Ansa  chiede che sia ripetuta l’ultima parte del breve messaggio, ma la risposta è secca: < Ha capito benissimo>.. Poi la comunicazione viene interrotta bruscamente.

 

Sul commando si sa poco: è certo che questa volta hanno sparato non per ferire ma per uccidere. Il commando sembra essere composto solo da due elementi, hanno sparato con un 38 special e di un’automatica 7,65, è stato usato anche un silenziatore, forse un terzo complice attendeva in un auto che si pensa essere un’alfetta vista partire a forte velocità.

Carlo Casalegno è stato colpito da quattro proiettili , due alla mascella, uno alla gola, il quarto alla tempia , uno solo è fuoriuscito.

Nel giro di pochi miniti all’ospedale piombano decine di persone, Arrigo Levi direttore dela “Stampa”, Emilio Carreto   direttore di Tutti libri, i dirigenti della Fiat con a capo Cesare Romiti, il sindaco di Torino Diego Novelli, il presidente della Provincia  Solvetti, e molti dirigenti del PCI di Torino , della Dc e del PSI, decine di giornalisti e colleghi di Casalegno, oltre ad una folla di cittadini. La sig Dedy è sconvolta,insieme al figlio Andrea, non riescono a parlare per la grande emozione.

 

 

Riportiamo sotto un articolo di Arrigo Levi direttore della “Stampa” nel 1977

Ritornare con la mente a quelle giornate significa riaprire ferite che non si sono mai chiuse; che, anzi, si riaprono, anche quando le credevamo per sempre rimarginate. Diceva Pietro Nenni, in un momento di sconforto: «L’esperienza non si trasmette».Questo è il dubbio che ci assilla. È servito a qualcosa, farsi ammazzare per la democrazia? O ad ogni svolta generazionale riaffiorano inevitabilmente le stesse confuse utopie e le stesse pulsioni di violenza, torna a ribollire lo stesso «magma protestatario e ribellistico» - per citare una frase di Casalegno -, un «movimento» che non ha programmi all’infuori di quello di sfogare la sua rabbia confusa, preferendo i miti ai fatti, incapace di mettersi al lavoro per costruire con pazienza e tenacia, nella libertà, un mondo più giusto? Ci rifugiamo nel ricordo di Carlo, della sua pacata ragionevolezza, della sua lucida passione di analista politico.

Carlo non avrebbe dubbi, non ebbe mai dubbi. Voleva, e lo cito di nuovo, «avere le idee più chiare, per capire e per dialogare, o per scontrarsi». Con quell’animo - era il settembre del 1977 - venne un giorno nel mio studio per dirmi: mi piacerebbe andare a Bologna per «coprire» la tre giorni degli extraparlamentari. Col garbo che gli era innato, chiedeva il mio consenso. Non toccava a lui recarsi come inviato in quella bolgia. Lui era il grande editorialista di politica interna della Stampa, il solo, oltre al direttore, che scriveva i fondi e i corsivi di commento che indicavano al lettore «la linea del giornale».Andare a Bologna non era, in teoria, compito suo; ed era pericoloso, perché Casalegno era già additato, non solo dagli estremisti, ma anche dagli intellettuali «radicali» di idee confuse quanto chiassose, come un nemico del popolo. Giampaolo Pansa mi raccontò poi che, quando lo vide arrivare al Palasport di Bologna, gli disse: «Carlo, ma sei impazzito? Ti rendi conto dei rischi che corri?». Mi par di vedere il suo sorriso pacato (quanto era torinese!), nel sentirsi rimproverare dal vecchio amico e collega che si preoccupava per lui. Carlo andò (accompagnando con tutta la sua autorevolezza l’altro inviato, Francesco Santini), perché voleva capire. Tutti noi volevamo allora capire i nostri figli, che avevamo educato nel culto dell’antifascismo e dell’amore per la democrazia, e che inseguivano, per vie diverse, la loro ricerca della verità; col rischio di ripetere antichi errori. Col tempo, li ritrovammo uguali a noi. Capire non voleva dire giustificare. Carlo scrisse da Bologna pezzi da antologia di giornalismo. Riletti oggi, rivelano scomodi echi di attualità. Erano precisi e lucidi nel resoconto dei fatti, rigorosi e misurati nel giudizio, nella distinzione tra gli intellettuali italiani o francesi che disinvoltamente incitavano alla rivolta (tralasciamo i nomi famosi per carità di patria), e i giovani plagiati che proferivano minacce feroci, o che preparavano violenze e omicidi. Casalegno sostenne la necessità del dialogo «con avversari faziosi e sfuggenti» (non si faceva illusioni), conciliando «l’apertura alle proteste d’una massa giovanile emarginata, con la ferma resistenza alle spinte eversive e anarcoidi».Non era, non eravamo soli in quella battaglia. Nello stesso giornale, del 23 settembre, in cui pubblicammo il suo primo pezzo da inviato, alla vigilia della «tre giorni del dissenso», pubblicammo anche una lettera a me diretta da Enrico Berlinguer, a chiarimento del significato di un giudizio sugli «autonomi» che lo stesso Berlinguer aveva pronunciato pochi giorni prima in un discorso a Modena. Il segretario del Pci spiegava che non aveva affatto «tacciato di fascisti tutti i movimenti alla sinistra del Pci». Aveva però detto, e lo confermava parola per parola: «Di fronte agli "autonomi", a coloro che concepiscono la lotta politica nelle forme aberranti che ho detto sopra, abbiamo il dovere di essere netti: si tratta di irrazionali ma lucidi organizzatori di un nuovo squadrismo, e non sono definibili con alcun altro termine se non quello di "nuovi fascisti"»; senza cedere alle «indulgenze e debolezze che molti democratici ebbero (verso lo squadrismo fascista), che oggi dovrebbero non essere ripetute».Se penso agli uomini-chiave che non cedettero e che sconfissero i «nuovi fascisti», non posso non mettere il nome di Casalegno accanto ai nomi di politici che provenivano tutti dall’antifascismo, come Berlinguer o Pajetta, come Zaccagnini, Andreotti e Cossiga, o come Papa Montini, figlio di un deputato popolare antifascista.

Dico anzi che, in quegli anni, i giornalisti italiani, quasi senza eccezioni, a cominciare dai miei amatissimi cronisti della Stampa - faccio per tutti il nome di Clemente Granata - che firmavano ogni giorno cronache precise e pericolose, che non avevano scorta, e le cui mogli ricevevano a casa telefonate di minaccia, diedero una prova altissima di coraggio, di spirito democratico, di senso delle istituzioni, di etica professionale. Essere giornalista dava maggior garanzia di avere spina dorsale che essere un «intellettuale»: i tradimenti dei «chierici» non furono pochi. Carlo, che era un intellettuale e scrittore «prestato al giornalismo», aveva la forza pacata di un democratico di forti radici azioniste, che, quando aveva dato inizio a una sua rubrica settimanale, negli anni della direzione di Alberto Ronchey, l’aveva intitolata «Il nostro Stato»: lo Stato democratico che era «nostro», lo Stato creato da quella generazione che si era formata alla scuola dell’antifascismo e della Resistenza. Casalegno come ispettore del Comando piemontese di Giustizia e Libertà, Giovanni Giovannini con i suoi ripetuti tentativi di fuga dal campo di prigionia, Ronchey facendo giornali clandestini a Roma, e così di seguito. Curiosamente, quella rubrica era il solo «pezzo», in tutto il giornale (non esclusi i fondi del direttore, che facevo sempre rileggere da uno dei colleghi più autorevoli, Casalegno stesso, o Piero Martinotti, o Tino Neirotti, o Luca Bernardelli), che l’autore scriveva e «passava» in tipografia senza che nessun altro lo leggesse: era un privilegio che nessuno gli contestava. Quando i suoi assassini lo denunciarono come «un servo dello Stato» gli resero l’omaggio più alto che meritava. Altro non era, e non voleva essere, che un servitore dello Stato democratico. Decisero di sparargli alla testa, anziché alle gambe, come poi emerse durante il processo, dopo un suo articolo (un corsivo, taglio basso di prima, intitolato: «Non occorrono leggi nuove, basta applicare quelle che ci sono - Terrorismo e chiusura dei covi»), di cui ho ben chiara e sofferta memoria. L’avevo letto e ovviamente approvato, ennesimo, lucido esempio della «linea del giornale» che in tutto e per tutto condividevamo. Quando mi portarono come ogni sera a casa la prima copia della Stampa, a mezzanotte, mezz’ora dopo che avevo «chiuso» la prima pagina, lo lesse anche mia moglie, e mi aggredì: «Ma insomma, volete o no riprendere la scorta a Carlo?». L’avevamo sospesa con l’estate, quando i terroristi andavano al mare e per qualche mese smettevano di sparare per fare i bagni, e non l’avevamo ripresa. Ne parlai a Carlo la mattina dopo, mi rispose quasi schermendosi: forse è una buona idea, non per me, sai, ma Dedi si preoccupa. La scorta era la mia (da quasi quattro anni avevo la porta di casa piantonata giorno e notte, e la macchina della polizia al seguito ovunque andassi), e andando alla Stampa, da quando le Brigate rosse avevano preso a sparare alle gambe ai giornalisti, passavo a prendere ambedue i vicedirettori, Carlo e Neirotti.

 

Lo proposi anche a Neiro, ma rispose di no, lui allora scriveva di rado, non si considerava in pericolo. Passarono pochi giorni, in cui, per un motivo o per l’altro, come poi avemmo modo di ricostruire, non accadde mai che lo riaccompagnassi a casa per ora di colazione. Abitava (e ancor oggi la coincidenza mi fa tremare) nello stesso appartamento di corso Umberto, che ben conoscevo, che era stato l’alloggio di mia zia Ida Donati, vedova dello zio Pio, deputato socialista bastonato dagli squadristi e morto in esilio, brava pittrice della scuola di Castrati  Così venne quella maledetta giornata in cui non volle essere accompagnato, perché aveva altri impegni per cui gli occorreva la sua macchina. Proposi di seguirlo in corteo, ci scherzammo sopra, e poi ce ne andammo ognuno per la sua strada, io con la mia scorta sicuro a casa, lui all’incontro davanti all’ascensore con quei disgraziati che gli spararono alla testa. Sopravvisse per diversi giorni, sembrava un miracolo, si alternavano speranza e disperazione. Poi la fine. Lo strazio degli amici, del giornale, della città fu grande. Intitolai il fondo che gli dedicai: «Un uomo senza odio». Scrissi, e ripeto quelle parole, perché non ne trovo altre, con l’animo angosciato di allora: «Carlo Casalegno è morto, questa battaglia è stata perduta; nel nostro terribile sconforto, sentendoci tanto più soli, privi di quel forte e sicuro orientamento che veniva dalla lucidità della sua mente, dalla robustezza dei suoi principi, dalla sicurezza del suo giudizio critico, l’istinto ci dice di rifugiarci in una riflessione su quelli che erano i suoi valori. Perché non è stato soltanto ucciso un uomo, un giornalista; è stato spento un lume di ragione, e tutto intorno ci sembra molto più oscuro». È passato un quarto di secolo. Quante volte ci è mancato. Quanto ci manca ancora oggi.

Resoconto dai giornali del 17-18-19 novembre 1977

 

La biografia

Laureato in legge all'università di Torino, è dapprima pubblicista e insegnate (liceo Palli, a Casale Monferrato nel 1942-1943). Partecipa poi alla lotta partigiana aderendo al Pd'A, dove militano molti degli intellettuali torinesi che con lui hanno studiato al liceo d'Azeglio, e collabora al giornale clandestino Italia Libera. Svolge poi un'intensa attività giornalistica ed entra nella redazione de La Stampa nel 1947. Dal 1968 è vicedirettore del quotidiano torinese. Unendo a interessi di storico uno spirito garbatamente polemico, si occupa di questioni di costume, culturali e politiche. Autore di un saggio su La Regina Margherita (Einaudi, 1956), è anche un profondo conoscitore dei problemi di organizzazione giornalistica (Il Giornale, 1957). Sul finire degli anni Sessanta, all'esplodere della 'strategia della tensione', Casalegno intensifica i suoi scritti d'impegno politico e assume una posizione sempre più definita in favore della legalità, dei diritti dei cittadini, dell'ordinamento dello Stato e contro la violenza e il terrorismo, un impegno civile che lo pone nel mirino dei terroristi. Escono postume le raccolte di suoi scritti, 'Il nostro Stato' (1978) e 'Israele, giustizia e libertà' (1980), testimonianze di impegno culturale e rigore morale.

 

Giornalista di gran valore e vero liberal

Servo dello Stato>: così lo avevano bollato i suoi assassini, nella rivendicazione fatta all'Ansa quel 16 novembre del 1977. Lui l'avrebbe preso come un complimento. Perché <servo dello Stato> Carlo Casalegno era davvero, nel senso più vero e nobile del termine. <Servo> come Vittorio Bachelet, come Guido Rossa. O, per venire a giorni più vicini a noi, come Massimo D'Antona e Marco Biagi. Nel 1977 Torino era stata l'epicentro dell'attacco terroristico. Oltre sessanta attentati in dodici mesi, gambizzazioni quasi quotidiane, cinque omicidi. Tutto in nome di un'ideologia cupa e sanguinaria, che voleva trasformare l'Italia nella Cambogia di Pol Pot. Contro questo nemico senza volto Casalegno aveva ingaggiato, dalle colonne della <Stampa>, una battaglia ostinata, quasi una crociata personale. Senza mai invocare la pena di morte o la legge marziale, ma difendendo con pacatezza le ragioni della legalità democratica. I suoi editoriali erano scritti in uno stile sobrio, antiretorico, com'era nella sua indole di torinese schivo. Ma andavano dritti al bersaglio, facendo di chi li firmava un bersaglio predestinato e cosciente.

Casalegno era un liberale autentico, quando ancora definirsi tale non andava di moda. Oggi le sue idee sono diventate, almeno a parole, patrimonio comune: non c'è quasi più nessuno, a destra e a sinistra, che non si proclami liberale. É il suo stile, purtroppo, a trovare pochi imitatori. Nei media come in politica la nota dominante è l'eccesso. Si direbbe che il coraggio, che in Casalegno era tutt'uno con il riserbo e la moderazione, oggi si misuri in decibel e indici di ascolto. Che soltanto chi urla più forte, chi insulta e inveisce, sia da additare a modello di impegno civile.
Forse è proprio lo stile di Casalegno, il suo modo di essere giornalista, che hanno in mente Enzo Biagi e Giorgio Bocca quando rimpiangono una perduta età d'oro della professione, in contrapposizione all'attuale degrado.

Riccardo Chiaberge 29 novemnbre 2006

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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