‘Campioni d’Italia’ sì, ma di furbizia…
Gianni Barbacetto,
inviato del ‘Diario’, ha raccolto le storie degli
italiani che hanno avuto successo o sono finiti al centro delle cronache grazie
al fatto di considerare le regole come un ostacolo. Nella lista rischiano di
finire anche due boss mafiosi finiti al centro di inquietanti
vicende: Pietro Aglieri e Antonino Giuffrè.
Un vicerè spagnolo descrisse nel XVI secolo i siciliani come “un popolo più dotato di
furbizia che di intelligenza”. Il ricordo di quella definizione – e la sua
estensione agli italiani in genere, o, almeno, a quelli ‘che contano’ - mi viene in mente mentre sto intervistando
Gianni Barbacetto, il giornalista e inviato del ‘Diario’ autore del saggio ‘Campioni d’Italia, Storie di
uomini eccellenti e no’. Il libro, edito
da Marco Tropea, presenta – cito la nota di
presentazione – “un campionario di italiani noti, notissimi o sconosciuti, che
disegna il profilo di un Paese dove le regole sono derise e l’illegalità è
spesso considerata una carta da giocare nella partita per il successo”. Alcuni
dei suoi ‘Campioni’, Barbacetto li ha raccontati
nelle pagine del settimanale milanese; altri li ha
descritti ad hoc, per dare vita a un libro “che comunque – spiega l’autore –
vuole essere il racconto di storie”. Il campionario di italiani
più o meno noti comprende nomi apparentemente assai lontani: da Flavio Briatore a Gianni Versace, da
Enrico Cuccia a Giancarlo Elia Valori, da Raul Gardini a Vittorio Emanuele di Savoia; e, ancora,
personaggi ancora al centro della cronaca – come il ‘governatore’ lombardo
Roberto Formigoni – e quelli protagonisti di vecchie
ma non del tutto chiarite vicende, come l’ex generale dei Carabinieri Francesco
Delfino. Ma qual è il filo comune che lega persone e
storie tanto diverse? “Alla fine del mio lavoro – risponde Barbacetto
– ho tratto la conclusione che esiste una ‘antropologia italiana’ che considera la
furbizia e l’illegalità come una carta da giocare per arrivare al successo. Si
è creato una specie di ‘sistema’ – continua – che basa i suoi pilastri su
fenomeni che dividerei in tre voci: tangentopoli, mafiopoli
ed eversione. La scoperta è che, alla fine, molti dei personaggi raccontati nel
libro ‘partecipano’ ai tre aspetti di una realtà che controlla molto potere in
Italia”. Dunque, il libro di Barbacetto va inteso
come un ‘unicum’: tante singole vicende personali
elette come un modello di paragone per capire come e chi, in Italia, può
contare davvero. “Una delle storie più incredibili – racconta Barbacetto – riguarda uno dei componenti
della ‘banda della Magliana’, Renato De Pedis. Da un rapporto della Dia allegato agli atti del
processo per l’uccisione di Mino Pecorelli, risulta che De Pedis, dopo essere
stato ucciso, grazie a pressioni ‘eccellenti’ venne tumulato nella basilica di Sant’Apollinare in piazza delle Cinque Lune, nel centro di
Roma”. Nella lista dei ‘Campioni d’Italia’ non potevano mancare alcuni
esponenti di spicco dell’attuale governo Berlusconi,
dal presidente del Senato Marcello Pera ai ministri Claudio Scajola
e Beppe Pisanu. “Tutti politici – ricorda l’autore -
chiamati in causa in vecchie vicende giudiziarie o che si rifanno alla P2, oggi
insediati alla guida del Paese”. Nel libro non mancano però le storie
dell’Italia ‘normale’, o di quella – almeno - che in nome della difesa della
normalità ha pagato prezzi personali altissimi. Barbacetto
dedica uno dei suoi capitoli a Pina Malsano Grassi, la vedova di Libero,
l’imprenditore ucciso a Palermo nel 1991 dai sicari del racket. “E’ l’unica
storia che veda come protagonista una donna – sottolinea
– ed è l’immagine di cosa significhi in certe zone d’Italia vivere nella difesa
della legalità”. Parlando di mafia, non posso non chiedere al cronista del ‘Diario’ un giudizio su due italiani di cui si è parlato
parecchio nelle ultime settimane: Pietro Aglieri - il
boss promotore di un tentativo di ‘trattativa’ con lo Stato - e Antonino Giuffrè, il ‘fedelissimo’ di Bernardo
Provenzano catturato dopo una ‘soffiata’ mai
contemplata prima nelle cronache di Cosa nostra. “La loro è una storia ancora
da scrivere perché bisogna capire quale sia il progetto che sta
dietro queste vicende”. Barbacetto ha già
espresso una ipotesi che si rifà alla volontà di
riannodare una trattativa già tentata anni fa con lo Stato da Totò Riina: un ‘patteggiamento’ mirato ad allentare la pressione
giudiziaria e carceraria sui capimafia condannati all’ergastolo. Un nuovo capitolo, insomma, nello storico gioco di concessioni e
giri di vite che scandiscono le vicende dell’antimafia. “Avverto un
clima di scoramento e un senso di isolamento fra i
magistrati di Palermo, ma mai come in questo periodo può essere importante
quella che fino a qualche anno fa veniva indicata con il termine di ‘società civile’. C’è attenzione in una parte del Paese – conclude Barbacetto – al di là dei
partiti e dei politici che sono meno attenti. Penso alla folla del Palavobis e ai ‘girotondini’,
guardati quasi con derisione e poi finiti prepotentemente al
centro delle attenzioni della cronaca”. Riusciranno
gli italiani ‘normali’, insomma, a diventare i prossimi ‘Campioni
d’Italia’?
Ernesto Oliva
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