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Morire a diciassette anni. Morire di mafia. |
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A V V E N I N T I I T A L I A N I |
Graziella Campagna Questa è una storia di mafia. E’ una storia misteriosa, assurda,
anche vergognosa,è brutta perché ha come vittima una
ragazza di diciassette anni, una ragazza semplice, tranquilla, normale
ragazza di paese, di cui il destino un giorno, per caso, imbocca la strada
sbagliata e finisce dove non dovrebbe. Diciassette anni fa un barbaro
omicidio di mafia sconvolgeva la vita di una piccola cittadina nella
provincia di Messina. Graziella Campagna, giovane diciassettenne, veniva
sequestrata e poi assassinata a colpi di lupara. Per diversi anni il movente,
gli autori e i mandanti di questo delitto sono rimasti nell’ombra. La tenacia
dei familiari, il coraggio dell’avvocato di parte civile, il desiderio di
giustizia di due associazioni antimafia, hanno fatto sì che Graziella
Campagna, una ragazza semplice di Saponara, una famiglia numerosa la sua,
dove i genitori insegnano ai figli i principi della vita civile, i valori
dell’onestà. “Era una ragazza buona” dicono i familiari e tutti coloro che
l’hanno conosciuta. “Una ragazza posata, riservata in società, una ragazza
sincera, che parlava di tutto con la sua famiglia”. Il 12 dicembre 1985 è stata rapita
e uccisa. Undici anni trascorsi senza che lo Stato le abbia riconosciuto il
diritto alla verità e alla giustizia. Undici anni in cui le è stato negato il
diritto alla memoria, ad essere riconosciuta vittima di un potere criminale
troppo spesso sottovalutato nel messinese. Il 7 dicembre ‘96, il Tribunale di
Messina ha deciso di riaprire il caso Graziella Campagna. Un riconoscimento
dell’impegno di coloro che non hanno voluto e non vogliono dimenticare. Luglio 1985. Graziella, passando
davanti alla lavanderia “ Per raggiungere Villafranca,
Graziella prende l’autobus al mattino e ritorna la sera. In famiglia vivono
questa sua prima esperienza fuori casa con un po’ di apprensione, ma convinti
della serietà e della serenità con cui Graziella affronta questa opportunità
di lavoro. La lavanderia è frequentata
abitualmente dall’ingegnere Eugenio Cannata e dal suo amico Giovanni
Lombardo, due persone in apparenza cordiali e dai modi amichevoli e confidenziali Un giorno, fine novembre - primi di
dicembre 1985 (la data non è mai stata stabilita perchè nessuno ha mai
pensato di sequestrare i registri della lavanderia, n.d.r.),
l’ingegnere Cannata porta in lavanderia degli indumenti sporchi tra i quali
una camicia. Graziella, mentre espleta le normali procedure di controllo
della biancheria, trova nel taschino della camicia un portadocumenti di
plastica con dentro la foto del Papa e un’agendina contenente dati personali
dell’ingegnere. Così, chiama la collega Agata Cannistrà
(cognata della titolare), la quale le strappa dalle mani il portadocumenti. L’8
dicembre 1985 il Cannata e il Lombardo, a bordo di una Fiat Ritmo rubata a
Milano, vengono fermati da una pattuglia dei Carabinieri, in località Orto Liuzzo (a pochi chilometri da Villafranca). Il Cannata
consegna i documenti (falsi) mentre il Lombardo dice di non aver documenti e
consegna ai carabinieri il libretto di circolazione intestato ad un certo Fricano Rosario, dichiarando: <<Non si preoccupi sulla
nostra identità può rassicurarla anche il maresciallo (dei carabinieri, ndr.)
di Villafranca, Giardina, con cui siamo amici>> Mentre i carabinieri fanno il
controllo di routine sull’identità dei fermati, vengono distratti dal
sopraggiungere ad alta velocità di un’automobile; il Lombardo e il Cannata
approfittano dell’evento e riescono a dileguarsi. I carabinieri successivamente
scopriranno che l’ingegnere Cannata, in realtà, è il pericoloso latitante della mafia palermitana Gerlando Alberti Junior, mentre il
Lombardo è in realtà il latitante Giovanni Sutera. A Villafranca molte persone
conoscono l’ingegnere Cannata (Alberti) e il Lombardo (Sutera);
infatti, è loro abitudine intrattenere rapporti cordiali con professionisti,
uomini delle istituzioni, imprenditori, ....un’integrazione
a tutti gli effetti nel tessuto sociale di Villafranca. Il 9
dicembre 1985, Graziella torna a casa e racconta alla madre che Agata Cannistrà, qualche giorno prima, le aveva strappato dalle
mani l’agendina trovata nel taschino della camicia dell’ingegnere Cannata.
Graziella lo racconta come un fatto strano: evidentemente quel pomeriggio è
successo “qualcosa”.... Graziella sicuramente ignora
la gravità del suo ritrovamento. La madre lascia scivolare la notizia
considerando il fatto come uno dei tanti episodi, assolutamente normali, che
possono accadere lavorando in una lavanderia. In un giorno non ancora precisato
Gerlando Alberti si accorge, mentre si trova dal barbiere Giuseppe Federico
(fratello della titolare della lavanderia), di non avere più il porta documenti con sè, così
realizza con immediatezza che può averlo dimenticato nella camicia portata a
lavare. Manda Giovanni Sutera in lavanderia. Questi
torna dopo pochi minuti dicendo di non aver trovato nulla. Gerlando Alberti
si precipita in lavanderia per chiedere conto della presunta scomparsa del porta documenti. La proprietaria gli fa notare che è
stato rinvenuto solo un porta documenti con dentro
l’immagine del Papa. L’Alberti, a questa notizia, palesa molto nervosismo e
getta con rabbia il portadocumenti sul bancone della lavanderia. Il 12 dicembre 1985, Graziella,
come al solito, esce dalla lavanderia alle ore 19.45 per andare a prendere
l’autobus. Mentre attende alla fermata passa un conoscente, Francesco
Giacobbe, che le offre un passaggio. Graziella, persona estremamente riservata
e schiva, non lo accetta. Il giovane percorre pochi metri con la macchina,
poi si ferma al distributore che dista pochi metri dalla fermata
dell’autobus. Pochi istanti dopo passa l’autobus e il giovane Giacobbe non
vedendo più Graziella pensa che sia salita sulla corriera. Graziella non farà
più ritorno a casa. Il corpo di Graziella verrà trovato
presso Forte Campane (località Musolino - comune di
Villafranca), barbaramente sfigurato da 5 colpi di fucile a canna mozza. Caso Graziella Campagna, Mastella invia gli ispettori a Messina Il ministro della Giustizia
Clemente Mastella ha dato incarico agli ispettori del suo Dicastero, guidati
da Arcibaldo Miller, di procedere ad un’ispezione al Tribunale di Messina per
verificare eventuali ritardi o inadempienze nel procedimento a carico di
Gerlando Alberti junior, nipote dell’omonimo boss palermitano "U paccaré", scarcerato due
giorni addietro in relazione alla condanna all’ergastolo per l’omicidio
Campagna, questo per decorrenza dei termini di custodia cautelare. È quanto
si apprende da una nota dell’ufficio stampa di via Arenula.
Alberti era stato condannato in primo grado all’ergastolo per l’omicidio
della diciassettenne stiratrice di Saponara Graziella Campagna, uccisa 21
anni fa sui Colli Sarrizzo a Messina. Un anno e
nove mesi, ovvero un anno e mezzo più tre mesi di
eventuale proroga: è questo il tempo massimo che il codice di procedura
penale fissa come limite invalicabile tra la fine del processo di primo grado
e la fissazione del secondo grado di giudizio, trascorso il quale l’imputato
torna in libertà per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva. È in
base a questo principio che lo scorso 10 settembre la corte d’assise di
Messina ha "scarcerato" il boss palermitano Gerlando Alberti
junior, condannato l’11 dicembre 2004 all’ergastolo per aver ucciso quasi 21
anni fa la 17enne stiratrice di Saponara, Graziella Campagna. La ragazza, che
lavorava in quel periodo in una lavanderia, venuta in possesso di un’agendina
del boss aveva quindi compromesso la latitanza dorata nella costa tirrenica
messinese di quello che per amministratori locali, magistrati e forze
dell’ordine era il rispettabile ingegnere Antonio Cannata. L’estensore della
sentenza designato è il giudice a latere della Corte d’assise peloritana, il magistrato Giuseppe Lombardo, il quale,
applicato giornalmente anche al settore civile per un’atavica carenza di
organico del Tribunale messinese, non è riuscito, con un carico di lavoro
giornaliero di centinaia di cause, dopo un anno e nove mesi, a depositare le motivazione di quella condanna al carcere a vita. Il
processo d’appello quindi non può essere fissato perchè i difensori sono
impediti dal proporre i motivi d’appello. Alberti resta per ora detenuto a
Parma, dove sta scontando una condanna per "cumulo pene" a 30 anni
di reclusione (un residuo del primo maxiprocesso di Palermo per traffico di
droga) ma, grazie all’indulto che gli abbuona altri tre anni, tornerà libero
il prossimo 3 novembre. Erano stati gli stessi giudici dell’assise,
su richiesta del sostituto della Distrettuale antimafia Rosa Raffa,
contestualmente alla sentenza di primo grado, a firmare un’ordinanza di
custodia cautelare in carcere per lui e per il coimputato palermitano
Giovanni Sutera, anch’egli condannato al carcere a
vita; questo per «evitare il pericolo di fuga». Sutera
era tornato già in libertà il 18 gennaio 2005 su decisione del Tribunale del
riesame che invece aveva rigettato la richiesta per Gerlando Alberti junior.
Gazzetta del Sud, 26 settembre 2006 1 ottobre 2006 - Gazzetta del Sud |
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