Morire a diciassette anni. Morire di mafia.

 

 

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Graziella Campagna

 

Questa è una storia di mafia. E’ una storia misteriosa, assurda, anche vergognosa,è brutta perché ha come vittima una ragazza di diciassette anni, una ragazza semplice, tranquilla, normale ragazza di paese, di cui il destino un giorno, per caso, imbocca la strada sbagliata e finisce dove non dovrebbe.

Diciassette anni fa un barbaro omicidio di mafia sconvolgeva la vita di una piccola cittadina nella provincia di Messina. Graziella Campagna, giovane diciassettenne, veniva sequestrata e poi assassinata a colpi di lupara. Per diversi anni il movente, gli autori e i mandanti di questo delitto sono rimasti nell’ombra. La tenacia dei familiari, il coraggio dell’avvocato di parte civile, il desiderio di giustizia di due associazioni antimafia, hanno fatto sì che la Procura riaprisse le indagini e inchiodasse alle proprie responsabilità una potente organizzazione criminale che ha operato sino ai giorni nostra tra Messina, Villafranca Tirrena, Barcellona e Portorosa. Nel 1998 si apriva il processo contro i presunti responsabili della morte di Graziella Campagna: un omicidio ‘preventivo’, per impedire che la giovane si rendesse conto della reale identità di uno dei maggiori narcotrafficanti di Cosa Nostra e della rete di complicità e protezioni che istituzioni dello Stato, imprenditori e politici avevano tessuto. Quattro anni di udienze non sono state sufficienti a rendere giustizia a Graziella e ai suoi familiari. Oggi, per la seconda volta, il processo è sospeso in attesa di una pronuncia della Corte costituzionale. C’è il forte rischio che si perda altro tempo prezioso, che la nebbia offuschi il contesto in cui è maturato l’assassinio, che nuovi inquinamenti e depistaggi rendano più difficoltoso l’accertamento della verità. Per contribuire a mantenere la memoria del sacrificio della giovane Graziella, per testimoniare concretamente la nostra solidarietà ai genitori e a coloro che hanno lottato per darle giustizia, Terrelibere dedica all’omicidio Campagna questo speciale, mettendo in rete il volume di denuncia curato dall’Associazione Rita Atria di Milazzo e dal Comitato messinese per la pace e il disarmo unilaterale e due recenti interrogazioni parlamentari di Nichi Vendola che ricostruiscono attraverso la lettura degli atti processuali, la trama occulta di mafiosi, magistrati, imprenditori e carabinieri che ha soffocato col piombo i sogni e le speranze di un’adolescente siciliana.

 

Graziella Campagna, una ragazza semplice di Saponara, una famiglia numerosa la sua, dove i genitori insegnano ai figli i principi della vita civile, i valori dell’onestà. “Era una ragazza buona” dicono i familiari e tutti coloro che l’hanno conosciuta. “Una ragazza posata, riservata in società, una ragazza sincera, che parlava di tutto con la sua famiglia”.

Il 12 dicembre 1985 è stata rapita e uccisa. Undici anni trascorsi senza che lo Stato le abbia riconosciuto il diritto alla verità e alla giustizia. Undici anni in cui le è stato negato il diritto alla memoria, ad essere riconosciuta vittima di un potere criminale troppo spesso sottovalutato nel messinese.

Il 7 dicembre ‘96, il Tribunale di Messina ha deciso di riaprire il caso Graziella Campagna. Un riconoscimento dell’impegno di coloro che non hanno voluto e non vogliono dimenticare.

Luglio 1985. Graziella, passando davanti alla lavanderia “La Regina” di Villafranca Tirrena (ME), vede un’offerta di lavoro come aiutante. Per Graziella, che aveva deciso di non continuare gli studi dopo la licenza di scuola media inferiore, è un’ottima occasione per iniziare a guadagnare qualche soldo e contribuire così al sostentamento della famiglia.

 Per raggiungere Villafranca, Graziella prende l’autobus al mattino e ritorna la sera. In famiglia vivono questa sua prima esperienza fuori casa con un po’ di apprensione, ma convinti della serietà e della serenità con cui Graziella affronta questa opportunità di lavoro.

 La lavanderia è frequentata abitualmente dall’ingegnere Eugenio Cannata e dal suo amico Giovanni Lombardo, due persone in apparenza cordiali e dai modi amichevoli e confidenziali

Un giorno, fine novembre - primi di dicembre 1985 (la data non è mai stata stabilita perchè nessuno ha mai pensato di sequestrare i registri della lavanderia, n.d.r.), l’ingegnere Cannata porta in lavanderia degli indumenti sporchi tra i quali una camicia. Graziella, mentre espleta le normali procedure di controllo della biancheria, trova nel taschino della camicia un portadocumenti di plastica con dentro la foto del Papa e un’agendina contenente dati personali dell’ingegnere. Così, chiama la collega Agata Cannistrà (cognata della titolare), la quale le strappa dalle mani il portadocumenti.

 

L’8 dicembre 1985 il Cannata e il Lombardo, a bordo di una Fiat Ritmo rubata a Milano, vengono fermati da una pattuglia dei Carabinieri, in località Orto Liuzzo (a pochi chilometri da Villafranca). Il Cannata consegna i documenti (falsi) mentre il Lombardo dice di non aver documenti e consegna ai carabinieri il libretto di circolazione intestato ad un certo Fricano Rosario, dichiarando:

<<Non si preoccupi sulla nostra identità può rassicurarla anche il maresciallo (dei carabinieri, ndr.) di Villafranca, Giardina, con cui siamo amici>>

Mentre i carabinieri fanno il controllo di routine sull’identità dei fermati, vengono distratti dal sopraggiungere ad alta velocità di un’automobile; il Lombardo e il Cannata approfittano dell’evento e riescono a dileguarsi.

I carabinieri successivamente scopriranno che l’ingegnere Cannata, in realtà, è il pericoloso latitante della mafia palermitana Gerlando Alberti Junior, mentre il Lombardo è in realtà il latitante Giovanni Sutera.

A Villafranca molte persone conoscono l’ingegnere Cannata (Alberti) e il Lombardo (Sutera); infatti, è loro abitudine intrattenere rapporti cordiali con professionisti, uomini delle istituzioni, imprenditori, ....un’integrazione a tutti gli effetti nel tessuto sociale di Villafranca.

 

Il 9 dicembre 1985, Graziella torna a casa e racconta alla madre che Agata Cannistrà, qualche giorno prima, le aveva strappato dalle mani l’agendina trovata nel taschino della camicia dell’ingegnere Cannata. Graziella lo racconta come un fatto strano: evidentemente quel pomeriggio è successo “qualcosa”.... Graziella sicuramente ignora la gravità del suo ritrovamento. La madre lascia scivolare la notizia considerando il fatto come uno dei tanti episodi, assolutamente normali, che possono accadere lavorando in una lavanderia.

In un giorno non ancora precisato Gerlando Alberti si accorge, mentre si trova dal barbiere Giuseppe Federico (fratello della titolare della lavanderia), di non avere più il porta documenti con , così realizza con immediatezza che può averlo dimenticato nella camicia portata a lavare. Manda Giovanni Sutera in lavanderia. Questi torna dopo pochi minuti dicendo di non aver trovato nulla. Gerlando Alberti si precipita in lavanderia per chiedere conto della presunta scomparsa del porta documenti. La proprietaria gli fa notare che è stato rinvenuto solo un porta documenti con dentro l’immagine del Papa. L’Alberti, a questa notizia, palesa molto nervosismo e getta con rabbia il portadocumenti sul bancone della lavanderia.

Il 12 dicembre 1985, Graziella, come al solito, esce dalla lavanderia alle ore 19.45 per andare a prendere l’autobus. Mentre attende alla fermata passa un conoscente, Francesco Giacobbe, che le offre un passaggio. Graziella, persona estremamente riservata e schiva, non lo accetta. Il giovane percorre pochi metri con la macchina, poi si ferma al distributore che dista pochi metri dalla fermata dell’autobus. Pochi istanti dopo passa l’autobus e il giovane Giacobbe non vedendo più Graziella pensa che sia salita sulla corriera. Graziella non farà più ritorno a casa.

Il corpo di Graziella verrà trovato presso Forte Campane (località Musolino - comune di Villafranca), barbaramente sfigurato da 5 colpi di fucile a canna mozza.

 

Caso Graziella Campagna, Mastella invia gli ispettori a Messina

Il ministro della Giustizia Clemente Mastella ha dato incarico agli ispettori del suo Dicastero, guidati da Arcibaldo Miller, di procedere ad un’ispezione al Tribunale di Messina per verificare eventuali ritardi o inadempienze nel procedimento a carico di Gerlando Alberti junior, nipote dell’omonimo boss palermitano "U paccaré", scarcerato due giorni addietro in relazione alla condanna all’ergastolo per l’omicidio Campagna, questo per decorrenza dei termini di custodia cautelare. È quanto si apprende da una nota dell’ufficio stampa di via Arenula. Alberti era stato condannato in primo grado all’ergastolo per l’omicidio della diciassettenne stiratrice di Saponara Graziella Campagna, uccisa 21 anni fa sui Colli Sarrizzo a Messina. Un anno e nove mesi, ovvero un anno e mezzo più tre mesi di eventuale proroga: è questo il tempo massimo che il codice di procedura penale fissa come limite invalicabile tra la fine del processo di primo grado e la fissazione del secondo grado di giudizio, trascorso il quale l’imputato torna in libertà per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva. È in base a questo principio che lo scorso 10 settembre la corte d’assise di Messina ha "scarcerato" il boss palermitano Gerlando Alberti junior, condannato l’11 dicembre 2004 all’ergastolo per aver ucciso quasi 21 anni fa la 17enne stiratrice di Saponara, Graziella Campagna. La ragazza, che lavorava in quel periodo in una lavanderia, venuta in possesso di un’agendina del boss aveva quindi compromesso la latitanza dorata nella costa tirrenica messinese di quello che per amministratori locali, magistrati e forze dell’ordine era il rispettabile ingegnere Antonio Cannata. L’estensore della sentenza designato è il giudice a latere della Corte d’assise peloritana, il magistrato Giuseppe Lombardo, il quale, applicato giornalmente anche al settore civile per un’atavica carenza di organico del Tribunale messinese, non è riuscito, con un carico di lavoro giornaliero di centinaia di cause, dopo un anno e nove mesi, a depositare le motivazione di quella condanna al carcere a vita. Il processo d’appello quindi non può essere fissato perchè i difensori sono impediti dal proporre i motivi d’appello. Alberti resta per ora detenuto a Parma, dove sta scontando una condanna per "cumulo pene" a 30 anni di reclusione (un residuo del primo maxiprocesso di Palermo per traffico di droga) ma, grazie all’indulto che gli abbuona altri tre anni, tornerà libero il prossimo 3 novembre. Erano stati gli stessi giudici dell’assise, su richiesta del sostituto della Distrettuale antimafia Rosa Raffa, contestualmente alla sentenza di primo grado, a firmare un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per lui e per il coimputato palermitano Giovanni Sutera, anch’egli condannato al carcere a vita; questo per «evitare il pericolo di fuga». Sutera era tornato già in libertà il 18 gennaio 2005 su decisione del Tribunale del riesame che invece aveva rigettato la richiesta per Gerlando Alberti junior. Gazzetta del Sud, 26 settembre 2006

1 ottobre 2006 -  Gazzetta del Sud

 

 

 

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