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Il vecchio e nuovo
potere camorrista |
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A V V E N I M E N T I I T A L I A N I A V V E N I M E N T I I T A L I A N I |
Cosimo
Di Lauro La camorra, la politica, il malaffare
a Napoli in alcuni estratti dal libro “Inferno, Profondo Sud,male oscuro” di
Giorgio Bocca del 1992 La politica, i suoi governi, sono
chiamati a mediare fra i ricchi e i poveri, fra il pubblico e il privato, fra
le èlite e le masse, insomma tenere insieme questo
mondo scombinato. Qualcosa del genere avviene a Napoli ma in forme
istituzionali, non da contratto sociale. Semplicemente ,
una cordata di politici, di affaristi,
di camorristi si è impadronita della città, della regione distribuisce una
parte del maltolto per tenere la plebe sotto il livello esplosivo.. Si dirà
che questo è una schematismo rozzo. Il ministro Paolo Cirino Pomicino a chi fa un tale discorso ribatte: << Ma
che dite? Questo sistema si basa sul consenso di un elettorato che vota
all’ottantacinque per cento. Voi date l’impressione di aver delle tendenze
egemoniche. Tutto quello che è politica sarebbe affarismo? Affermarlo è
immorale. E per denunciare singoli casi occorrono le prove>> Perfetto! Un voto che notoriamente è di opinione, di
libera scelta per non più del venticinque per cento, il resto essendo
comprato con il denaro o i posti o la violenza, come sacra testimonianza del
consenso popolare e della legittimità dei suoi delegati. Autoritario è chi si
oppone alla cordata del potere e per colpire qualcuno dei potenti le prove ci
vogliono. Forse il giudice Guido Alemi pecca di
pessimismo quando afferma:<< Quando le prove si trovano è perché il
partito li ha già scaricati>>. No, le prove ogni
tanto si trovano, ma passa una settimana senza che qualche consigliere o
assessore finisca in galera, solo che non ci resterà per molto. Due scuole politiche si contendono i pascoli napoletani,
l’una guidata da Antonio Gava, della famiglia
politica dei Gava, l’altra da Paolo Cirino Pomicino, della famiglia metallurgica e tombinara. La scuola Gava si
fonda sul non fare, perché è una città così, senza capo né coda, qualsiasi
cosa si faccia risulta mal fatta o madre di cose mal
fatte; la seconda consiste nel fare pur di fare. La somma e le varie
combinazioni delle scuole è la bancarotta della città e della Regione. Un commentatore politico di qui ha scritto che<<la
genialità politica di Antonio Gava
è stata di capire che a Napoli la politica andava intesa al negativo>>,
vale a dire una convivenza
pessimistica con il peggio e l’irreparabile, il saper navigare nella
catastrofe permanente dove ogni dove ogni correzione, ogni riparo può
tradursi in un disastro peggiore. O la politica di Cirino Pomicino,
il << pomicinare >> come dicono, nel
caso un attivismo spumeggiante dagli esiti imprevedibili ma sicuramente
dissipatori, nella peggiore una pappagallesca imitazione del decisionismo,
del faccio tutto io, dentro la valorizzazione commerciale delle scelte,
dentro un ambiente pubblico e privato si salesmanship , di
mercanteggiamenti. Entrambe le scuole si praticano a due livelli: al piano
nobile i convegni, le riviste culturali pagate dagli
amici impresari, la maschera retorica e recitante, la retorica che più è
impudica e meglio va; al piano basso il mercato delle tessere, gli affari con
i camorristi e il commercio di tutto, anche dei loculi del cimitero, più
l’economia dell’emergenza e la clientela, come quella dei trenta sindaci
democristiani impiegati della ferrovia Circumvesuviana dove, ovviamente, non
si fanno mai vedere. A quello alto gli atteggiamenti da uomo di governo, da
<<grande elemosiniere >>, da uomo che può aprire o chiudere
<< lo sportello dello sviluppo>>; a quello basso la confusa,
vibrante sopravvivenza napoletana, la compravendita di voti di coloro che
altro non posseggono. Un oscuro sindacalista dell’Enel
di Caserta, certo Vito, cresciuto alla scuola Gava,
prende alle ultime elezioni (92) più di centocinquantamila preferenze, più
del maestro Pomicino e con la logica propria di questo mercato dei voti rivendica
immediatamente un posto di ministro. Ministro di che? Non importa, un posto
da eccellenza, da auto blu ministeriale, da signore di qualche sportello. I voti
della camorra non puzzano e di voti camorristi ne hanno avuti tutti i
potenti, dai socialisti Di Donato, e Conte al liberale De Lorenzo ministro della Sanità, un << grande borghese>>
di famiglia eccellente. Ma quando i cronisti gli hanno chiesto come mai un suo
uomo, un avvocato di camorra, avesse goduto di una
crescita elettorale dall’uno al ventisei per cento a Castel
di Principe ha risposto che non vedeva niente di male se chi era stato
aiutato dall’avvocato lo aveva votato. E a me ha scritto una lunga lettera,
per spiegare questo singolare garantismo per cui
nella fedina penale del votante è meglio non guardare. Le prove ci vogliono, le prove,
come dice Cirino Pomicino. E così Giovanni Alterio,
sindaco democristiano sorpreso dai carabinieri a gaio convivio nella casa di
un boss, dice ai cronisti: << Non drammatizziamo. L’ho conosciuto in
occasione di un funerale. Dalle nostre parti si va a tutte le esequie per
solidarietà>>. E l’assessore socialista Masciari,
processato e condannato per aver assunto dei camorristi:<<
Forse ho sbagliato, forse dovrei essere meno democratico, forse non dovrei
frequentare ambienti napoletani non proprio di primo livello>>. Per la cordata del potere del malgoverno e della
corruzione sono<< forsennata campagna denigratoria>> come dice l’avellinese onorevole Gargani,
presidente per anni della commissione Giustizia della Camera o<<
cultura del sospetto>> secondo il ministro Riccardo Misasi.
La commissione
parlamentare d’inchiesta, di cui era presidente Oscar Luigi Scalfaro, oggi presidente della Repubblica, può scrivere
fin che vuole: << Ciò che si è visto all’opera con la ricostruzione
delle zone terremotate è un sistema che se non viene bloccato finirà per
liquidare l’intero apparato dello Stato e quindi la democrazia>>. I
potenti della Campania non fanno una piega e ottengono che le conclusioni
della commissione si perdano nel solito << cane mangia cane>>. Per la cordata del potere l’opinione altrui
è irrilevante, le buone maniere della vecchia borghesia delle professioni le considera anticaglie. La sua esibizione di ricchezza è sfacciata, il ministro
che sposa la figlia trova naturale che lo stato metta a sua disposizione
motoscafi ed elicotteri per trasportare gli invitati nella villa di Ischia. Per le elezioni dell’87 il
miliardario Kuwwatiano Salmeh
Kafiscia Al Ayoubi Bassan ha dato una festa in onore di Cirino Pomicino con
centocinquanta invitati, ma chiunque si azzardi a criticare viene querelato,
la querela diventa << la surrogatoria in bollo della politica>>. Antonio Gava tiene una rubrica
intitolata << Etica e politica>> e <<Il Mattino>>
pubblica a puntate la biografia di suo padre Silvio, un politicante di cui
non si ricorda né un opera né un pensiero. Un
portaborse di Gava ha invece una colonnina che ha
per titolo >> Nuova Cultura contro l’egoismo>>. Negli editoriali
si spiega senza tema del ridicolo che il merito storico della DC non è stato
tanto la vittoria contro il comunismo, ma la riforma del capitalismo
italiano, per merito suo, dal volto umano. Tutto può
essere detto e scritto nella certezza dell’impunità e sapendo che per viltà o
convenienza gli intellettuali fingeranno di non accorgersene , perché,
dopotutto, << Il Mattino >> è anche l’unica terza pagina a loro
disposizione. La simbiosi fra informazione e politica fa apparire naturale il
farro che molti redattori dirigano gli uffici stampa e le segreterie dei
politici e il segretario della DC Forlani, ora
dimissionario, ha voluto mettere un segno del suo
potere facendo entrare nel consiglio
d’amministrazione un suo portavoce. Oppure , si va al becero : il
pastaio miliardario Casillo pubblica <<Il
Roma>> e così arringa la redazione: << Giovanotti, non capisco un
cazzo di quello che scrivete. Questo giornale
dovrei chiuderlo, ma Casillo non ha
mai chiuso una delle sue aziende. E allora
datevi da fare o vi caccio a pedate>>. Da Gutenberg
ai fusilli. L’alto tasso demografico dei colleghi campani e
la concentrazione dei voti sui signori delle tessere non solo al Parlamento,
ma al governo. Può il partito rifiutare un ministero a chi siede su una
montagna di voti? E siccome questi voti sono in
notevole parte camorristi, ai nostri in fondo in fondo non dispiace che
circoli una loro fama di contiguità. << Non accusarli nei tuoi articoli
di essere camorristi,>>mi diceva un collega,
<< potresti fargli un piacere, la fama di camorristi qui porta voti
>>. E cos’, nell’ultimo governo Andreotti non
c’era un solo ministro dell’Emilia Romagna, una delle Regioni più ricche e
avanzate d’Italia, ma c’era una folta schiera di ministri e sottosegretari
campani: Gava, Pomicino, Scotti, Di Lorenzo, Conte,Pacchiano, Mastella, Vito, Del
Mese, Ciampaglia, Santonastaso,
senza contare il presidente della Democrazia Cristiana Ciriaco De Mita Spicca in questa compagnia Paolo Cirino Pomicino,
laureato in medicina, ma subito passano all’attività sindacale,che nella
sanità partenopea è l’anticamera della scalata politica. Intelligente, abile,
disinvolto, Pomicino ha capito che la corrente andreottiana
in minoranza a Napoli era in cerca di un condottiero
animoso e intraprendente ed è a
spaccare il monopolio di Gava per la perenne
gratitudine di Giulio Andreotti che lo ha
ricompensato con il Ministero del Bilancio, il ministero dello sportello. La visione che Pomicino ha della
politica è l’ottimismo dell’irresponsabilità, tanto i denari non sono i suoi,
ma dello stato. Pomicino ha rielaborato in termini dinamici e pirotecnici il
lagnoso populismo di De Mita di una DC << che si fa caico
dei bisogni della gente per tener fede alla sua vocazione popolare>>,
che in pratica vuol dire mantenere le clientele. Non è che Pomicino la pensi in modo differente, ma nel
brillio dei suoi occhi e della sua crapina lucente
si presenta più allegro alla dissipazione, più ottimista alla bancarotta. Impunito e mai
pentito.<< Io faccio, se sbaglio giudicatemi.>> Ma come, se
nell’economia dell’emergenza l’illegalità è
legalizzata e non esistono responsabili? Come, se il meccanismo dello spreco
e del furto per la ricostruzione è stato coperto da leggi? Come , se la dilapidazione è stata affidata dalla legge alle
firme insindacabili dei supercommissari.? Muovendosi in questa rete di di impunità parlamentari, governative, legali, il nostro
ostenta un raggiante ottimismo: << I trentenni imprenditori napoletani sono animati da una forte
tensione etica, sono i protagonisti di questo cambiamento epocale. Per noi sono amici anche gli avversari che, a ben guardare,
non ci sono, perché stiamo raggiungendo l’unanimità su questo
progetto>>. E sta parlando del contestatissimo
<< Progetto Neonapoli>>, un’altra colata
di cemento e di investimenti megalomani. Spira un forte ottimismo fra i politici che << pomicinano>>. Non un assessore, consigliere o
sindaco che non concluda i suoi discorsi con questa
bella certezza:<< Ma i soldi arriveranno>>. Dalle intercettazioni
telefononiche dei carabinieri si direbbe
che l’occupazione assorbente di questo ceto medio sia la contrattazione delle tangenti
:<< Mi mandi 20 chili di mele>>. << Passi dal mio
segretario per quantificare.>> << Guardi
che io ho già pagato>> << Mi scusi se l’hanno già disturbata, ma adesso tocca a
me>>. << Stasera in albergo?>> << No, lasci pure nel
mio ufficio.>> Due consiglieri del comune di Napoli rilasciavano
persino le ricevute delle tangenti su dei fogliettini
blu su cui scrivevano <<trecentomila per acconto>>. Ma anche se li prendono con le mani nel sacco non si
preoccupano più di tanto, la legge elettorale gli permette di presentarsi
alle elezioni in attesa del giudizio definitivo. Un
rapporto dei carabinieri così descrive l’ingegner Vincenzo Maria Greco che è uno fra i più importanti artefici di
opere pubbliche: << Figlio di un senatore, dotato di un non comune
bagaglio intellettuale e culturale, opera all’ombra e nell’ombra di
importanti esponenti politici a livello nazionale e locale di cui decide
destino e carriera attraverso il condizionamento economico dei grandi
elettori e finanziatori. Gira attorno a lui tutta una ridda di relazioni,
interessi, appalti per migliaia di miliardi i quali confermano, anche alla
luce di illeciti penali e amministrativi e fiscali,
risultanti da intercettazioni, la pericolosità sociale
dell’individuo>>. Nelle intercettazioni telefoniche di consiglieri
regionali,sottosegretari, ministri si possono
ascoltare questi scambi: << Se mi devono mandare in galera facciano presto>>.
<< Ma Castello sta davvero inguaiato? >>
<< Inguaiato fortissimo>>.
<< M ah speriamo che qualche santo provveda>>. << E’ una cosa scocciante, scocciante parecchio>> <<
Silvio ci deve mollare cinquanta milioni, per fatto personale>>.
D’accordo, d’accordo, ma lasciamo passare la bufera..>>
Raffaele Cutolo La
camorra e la morte La camorra di oggi è più ricca
della camorra del passato, controlla un giro vorticoso di danaro. Forse è per
questo dominio economico ingigantito dal mercato della droga che s’interessa
poco del potere politico: sa che esso seguirà come le intendenze seguono un
esercito, la camorra sa che i politici si reggono sul denaro che viene dallo
stato proprio perchè la camorra c’è.
La camorra non ha bisogno d’imporre assessori, i suoi costruttori, i suoi funzionari. Quelli che ci sono, sono in qualche modo disponibili, tacitabili. La camorra non è
un’organizzazione coesa e verticistica come la
mafia, ma un arcipelago d’illegalità che vive a suo
agio nel mare dell’illegalità napoletana. Per anni i capi della camorra hanno
voluto essere, e sono stati e probabilmente lo sono ancora, anche personaggi
popolari cui”Il Mattino” pubblicava gli annunci di
nozze o di compleanno, di cui i napoletani più famosi, i cantanti e i
giocatori di calcio come Maratona, erano la corte, legati da rapporti
d’amicizia e ospitalità. Immaginare che ci sia una
resistenza popolare alla camorra in una città dove tutti, se possono, campano
sul pubblico denaro è una visione irreale di una città dove i pensionati
dell’Inps, finti invalidi o grandi invalidi, sono
la norma, dove nessuno dei grandi leader politici rei confessi di pubbliche
rapine è stato condannato. A Napoli la delinquenza camorrista non fa
scandalo, così come nessuno
dei politici è in galera, allo stesso modo i grandi camorristi possono
pentirsi o scegliere il paese dove espatriare, possibilmente l’Argentina il
cui codice non contempla il reato di camorra. L’illegalità come normalità è
entrata nel sangue di buona parte della gente. Tutto è incerto, fluido. Le persone senza nome e senza protettori che scompaiono
non le cerca nessuno. Non la polizia, il cui principio è che se si ammazzano fra loro tanto meglio. Desapararecìdos che nessuno cerca e che non
tornano dai cimiteri della camorra D’Aiello
sul monte Sant’Angelo. Ma
cosa conta la morte nel mondo della camorra? La
camorra a Napoli è una macchina da guerra che ha fatto in due
anni qualcosa come centocinquanta morti ammazzati, cifre da guerra civile o
da terrorismo. Napoli, come dice il suo sindaco non
è tutta camorra, ma la camorra vi è padrona e l società napoletana è
un’inestricabile commistione di camorristi
effettivi, di complemento, per necessita, per convenienza, per
rassegnazione. La
metastasi della camorra Per pagare un dirigente militare ventimila euro al mese, un killer duemilacinquecento euro a omicidio, un
collaboratore fisso settecentocinquanta euro mensili, per potersi, come
Cosimo Di Lauro, comprare una casa a Scampia disegnata da un architetto per due milioni, per
finanziare la clientela camorrista, forte di
di decine di migliaia di persone, per tenere
in piedi una rete criminale in Italia, in Europa, in America, in Russia ci
vogliono montagne di soldi e i clan camorristi se li procurano allargando la
loro economia che risolve la concorrenza con i Kalashnikow
e la finanza con le estorsioni. Due studiosi del fenomeno, Maurizio Braucci
e Giovanni Zoppoli, hanno raccolto notizie che le
forze dell’ordine definiscono” preoccupanti”, per non dire
che siamo alla metastasi criminale. L’attività imprenditoriale è passata dalla Campania
all’Italia del Nord, al Veneto dell’ultimo “miracolo”. Castelnuovo
del Garda è il luogo dei maggiori investimenti
tessili dei clan di Secondigliano. Fabbriche e
magazzini di merci”taroccate”, falsificate, sono sparse nel mondo intero e nessuno protesta o denuncia perché ormai la metastasi non
è più contenibile, centinaia di negozi, centri commerciali, ditte di
trasporto sono legati al mondo camorristico di
intraprendere, violenze e denaro sporco da riciclare. Se improvvisamente stazioni invernali, lacustri,marine sono tutte un fiorire di investimenti magari
sballati,magari megalomani, a tenerli in piedi con un mare di denaro sono le
mafie che gestiscono il commercio della droga, il crescente consumo di
stupefacenti in una società stressata, impaurita, tesa allo spasimo alla
ricerca del profitto e dei consumi. L’economia camorristica
che impedisce lo sviluppo reale, la crescita vera di lavorare e di ricchezza
trova due sfoghi altrettanto sterili. Quello della malavita che ti brucia, ti consuma finchè sei giovane, e la guerra: il 90 percento dei
volontari dell’esercito di professione sono
meridionali di province mafiose. Idem per la polizia che la camorra corrompe
in vari modi, le varie gradazioni. “ Lo sanno tutti” dice un giovane di Scampia,
“ che quando “ Ciruzzo” Di Lauro fa scaricare una partita di droga
vuol dire che prima ha sentito i poliziotti amici suoi, soltanto dopo che
quelli gli hanno dato il via libera fa arrivare e scaricare a Secondigliano” . Sette poliziotti sono stati arrestati nel 1998 per
corruzione flagrante, ma il loro proceso è
continuamente rinviato. Bisogna accontentarsi di guardarla, la corruzione.
Come la guarda quel padre di famiglia che rivela al cronista Roberto Soriano:” Dico solo che mio figlio vuol fare il poliziotto da
quando ha visto uno al commissariato con |
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