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Luigi Calabresi |
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A V V E N I N T I I T A L I A N I |
Luigi Calabresi La sera in cui Calabresi andò ad arrestare Pinelli e gli disse di seguirlo in questura, si decise
il destino suo e di quell’uomo: due figure unite tragicamente, due vittime
della stessa strage. Chi era
veramente il commissario Calabresi? L’assassinio di Luigi Calabresi proietta
un’ombra minacciosa sulla ripresa del paese appena uscito dal duro scontro
elettorale. Il timore che la sua esecuzione contribuisca a spingere l’Italia
nel vicolo cieco dell’autoritarismo c ci fa guardare con un metro di giudizio
più profondo a questo a questo personaggio schiacciato dai sospetti e dalle
accuse, dall’impopolarità. Calabresi sentiva l’odio che lo
circondava, lo toccava con mano, lo leggeva sui muri di tutta Italia
“Calabresi ha ucciso Pinelli” o “Calabresi assassino” e “Calabresi sarai suicidato
anche tu”. Di questo era angosciato, diceva ai propri colleghi e familiari:
<< cosa ho fatto per meritare tutto questo odio? Io ho la coscienza
pulita>>.Quelle scritte apparvero davanti la
sua abitazione, per questo decise di cambiare casa, ma ripeteva negli ultimi
tempi:<< sono sicuro, mi spareranno>>. A torto o a ragione il suo nome era
ormai il sinonimo dell’universo poliziesco a senso unico, dove ormai un volto
al sistema che reagisce agli estremismi politici facendo troppa politica e
poca giustizia. Vediamo le accuse mosse a
Calabresi: 1) aver indirizzato senza esitazioni contro l’estrema sinistra le
indagini dei primi grossi attentati a Milano (Fiera e Stazione) senza
estenderle all’estrema destra; 2) aver continuato su tale strada anche dopo
la strage di piazza Fontana; 3) aver fatto morire Pinelli
in questura; 4) aver ideato la squallida messa in scena del suicidio di Pinelli; 5) aver offerto alla magistratura un colpevole o
un responsabile della strage , Pietro Valpreda, che in realtà sarebbe innocente. Accuse
tremende. Ma ci domandiamo: esiste una proporzione fra statura del
personaggio Calabresi e le conseguenze che le indagini a senso unico, e la persecuzione,
se le indagini dovessero dimostrarsi sbagliate, hanno avuto nel paese? Un
commissario aggiunto, promosso in seguito commissario capo, può influire sino
a questo punto sul destino di un paese evoluto, organizzato e con i poteri
controllati come il nostro? Calabresi può essere davvero un protagonista
determinante , oltre che un personaggio della”strage
di Stato” di cui egli medesimo è rimasto vittima? Il dubbio ci assale. Nei
giorni seguenti abbiamo ascoltato anche epitaffi in lode di Calabresi, il Procuratore
capo De Peppo ha dichiarato: << In Calabresi avevo trovato un
funzionario preparato, sempre prudente, mai accusatorio, Era un inquirente
esemplare,mai passionale, sempre obiettivo>>.Il
sostituto procuratore Viola ha detto: << Calabresi era una degnissima
persona, per me anche un amico, ha dovuto sempre sopportare con dignità e
tacere. Era profondamente religioso. Calabresi è stato colpito da un vero e
proprio linciaggio morale, che è la cosa peggiore che possa capitare a un
uomo, perché non ci si può difendere>>. Queste parole fanno ancor più
dubitare del peso avuto da Calabresi nelle vicende del 12 dicembre 1969 di
piazza Fontana hanno lacerato l’Italia. Ed è nel tentativo di inquadrare meno
a caldo e con più equilibrio la figura di Calabresi che tentiamo di
ricostruire la carriera in un’angolazione nuova. Come nasce Luigi Calabrese? Dalla
borghesia artigiana. Roma 1937. Il padre commercia in olio e vini, lo manda a
scuola, studi classici, liceo Leone Magno, poi all’Università,
Giurisprudenza. Calabresi non ha fretta,divide le
sue cure tra gli affari paterni e i codici, si laurea nel 1964, con una tesi
coraggiosa, sulla mafia siciliana. Ha davanti a se due professioni, quella del
magistrato o dell’avvocato. La famiglia è in grado di aiutarlo
economicamente, ma Calabresi ne sceglie una terza: quello del funzionario di
polizia. E’ intelligente colto, segue la letteratura e il cinema, il teatro,
scrive con garbo,collabora con “Giustizia” il
quotidiano socialdemocratico Agli amici che disapprovano le sue scelte
risponde che ha preferito intraprendere una carriera meno ardua, che non è
più giovane, che non sente la vocazione del magistrato né dell’avvocato. Lui
è un gregario e intende servire lo Stato con umiltà. Nella polizia può
portare un valido contributo. La polizia italiana sta cambiando mentalità. È
ormai uscita dal borbonismo e si trasforma in una
polizia moderna, adottando gli schemi delle migliori
polizia del mondo civile. In una polizia così, Calabresi si sente di
far bene. Nel 1965 supera il concorso per
vice commissario di pubblica sicurezza è frequenta il corso di
specializzazione della scuola di polizia, è un ottimo elemento, ha spiccate
caratteristiche per occuparsi di delinquenza politica. In
questura Calabresi si rivela un poliziotto all’americana, spregiudicato,
svelto di mente, senza goffaggini, è elegante, sa quel che dice, fa sentire
con descrizione la sua cultura. Gli viene affidato il settore della sinistra
extraparlamentare e
instaura un rapporto nuovo con i gruppi dei maoisti e soprattutto con gli
anarchici di vigile cordialità.Nel 1967 gli
anarchici milanesi lo pregano di intercedere presso la questura di Como
perché autorizzi un campeggio anarchico a Colico, e Calabresi gli fa ottenere
l’autorizzazione, nel Natale 1968 insieme ad Antonio
Allegra, capo dell’ufficio politico, dona un libro di Emanuelli
,”Mille milioni di uomini” a Pinelli .Infine
nell’agosto successivo, rientrato dalle ferie, Calabresi, trova sul suo
tavolo “l’Antologia di Spoon River” nell’edizione di Enaudi:
è un dono di Pinelli, il suo libro preferito. Chi è dunque Luigi Calabresi ? Un commissario temperato dalla poesia? O l’uomo di una
polizia nuova chiamata ad assolvere compiti diversi da quelli del passato,
più ardui, più raffinati, legati a quelle di altre polizie? Una polizia
inserita in un ordine politico sopranazionale. Le alleanze, i blocchi, le
scelte politiche non si esauriscono a livello diplomatico. Hanno sviluppi
pratici. Un esempio sono gli attentati che sconvolgono Calabresi può essere l’uomo nuovo
di questa tragedia nuova, ha testa e senso organizzativo, soprattutto ha
misura e controllo. Perde queste prerogative quando è obbligato a scendere in
piazza per fare il poliziotto tradizionale, quando deve fronteggiare le
dimostrazioni, in quel momento la sua cultura non l’aiuta più, è un
poliziotto all’antica, con rabbia e magari con impeto forse eccessivo,
proprio perché quello non è il suo mestiere, e in qualche caso si becca anche
delle denunce per attentato ai diritti dei cittadini. Improvvisamente Calabresi viene
alla ribalta della cronaca quando il 25 aprile 1969 scoppiano le bombe nel
padiglione Fiat della Fiera di Milano e alla stazione centrale. Non sono
ancora tre anni che è nella squadra politica ed eccolo piombare nel caos. Gli
attentati dinamitardi stanno moltiplicandosi in ogni zona d’Italia, il clima
politico si arroventa, i partiti più consapevoli ammoniscono che un grave
pericolo incombe sul paese. Gli attentati sono dell’estrema
destra che dell’estrema sinistra. Gli estremismi sconfinano nella violenza,
l’Italia diventa un campo d’azione di tutti i groppuscoli
europei e dei servizi segreti di spionaggio che li alimentano o fanno finta
di combatterli. La polizia è in difficoltà, gli indiziati tratti in arresto
si dimostrano il più delle volte estranei alle esplosioni, la polizia non
riesce ad accumulare prove certe e concrete .E’ in
questo clima che inizia la fine di Calabresi. Gli
attentati del 25 aprile a Milano sono i più gravi di
questo periodo, Calabresi ha un settore ben definito, gli extraparlamentari
di sinistra. Indaga in quest’ambito del suo settore e fornisce una relazione
delle indagini al suo capo Allegra, e Allegra lo passa al questore insieme ai
rapporti dei funzionari che seguono l’attività di groppuscoli
di opposta tendenza. Fornirà un panorama egli stesso al questore della situazione
milanese. E’ sarà
quindi il questore a decidere i provvedimenti e non certo un commissario
aggiunto di polizia come Calabresi. A Milano vengono fermati ed arrestati una
quindicina di estremisti di sinistra, e naturalmente l’estrema sinistra
accusa Calabresi di aver mosso le indagini a senso unico, la valanga che lo
travolgerà comincia a rotolare. Si aspettano mesi per interrogare
gli anarchici arrestati, e la colpa di chi è? Di Calabresi, i presunti
mandanti vengono scarcerati dopo sette mesi per mancanza d’indizi, provocando
un caso che finirà al tribunale dell’ Aia per i
diritti dell’uomo? La colpa è di Calabresi. Il commissario aggiunto Luigi
Calabresi diventa una testa di turco,
i giornali britannici pubblicano il famoso rapporto inviato ad Atene
all’Ambasciata greca di Roma sulle possibilità di un colpo di Stato in
Italia. L’Ambasciata non smentisce, e in Italia si continua a sparare su Calabresi come fosse il
deus ex machina di tutto .La valanga che lo travolgerà è in piena corsa.
Calabresi è già un personaggio, ma un personaggio negativo, in questura
dovrebbero capirlo, sarebbe opportuno incaricarlo di un altro compito. Infatti l’attacco delle sinistre extraparlamentari ha
ottenuto un primo risultato: quello di bruciare un funzionario, molto attivo,
preparato e con grinta da vendere. Le bombe messe alla fiera e alla
stazione messe in un giorno di festa feriscono in modo leggero poche persone
ma potevano provocare una strage, che ci sarà alla Banca dell’Agricoltura il
12 dicembre 1969, e Calabresi ancora responsabile del settore si occupa
nuovamente degli anarchici, se fosse invece spostato nel settore dei
neofascisti il clima di odio nei suoi confronti con tutta probabilità si
sarebbe stemperato, ma ciò non avvenne. La valanga sta per arrivare a valle. Calabresi dichiarerà che “ non fui
io a scatenare la caccia agli anarchici, non era in mio potere” dichiarava a
chi gli domandava fin dove aveva allargato la sua azione quel tragico venerdi 12 . La sera del 12 dicembre Calabresi
va a cercare Pinelli, lo trova al circolo di via
Scaldatole e gli dice << vieni con me in questura è una
formalità>>. Pinelli non viene ammanettato,
non viene di peso messo in macchina, Pinelli lo
segue con il suo motorino, dietro la macchina di Calabresi, i due avanzano
nella nebbia e nello smog nel traffico di quel giorno maledetto e tempestoso,
è iniziata così la ”grande retata del commissario Calabresi” I due non sanno
che da quel momento ha inizio invece il loro viaggio verso la morte, il
viaggio di Pinelli sarà rapido, quello del
commissario aggiunto Calabresi lentissimo….. Pinelli muore tre giorni dopo,
nella notte fra il 15 e il 16 dicembre, gli extraparlamentari di sinistra
affermano che Pinelli è stato gettato da una
finestra del quarto piano. Gli extraparlamentari di destra e la polizia
affermano invece che Pinelli si è suicidato dopo
aver saputo che Valpreda aveva confessato, “questa
è la fine di un anarchico” mormorò prima
di gettarsi dalla finestra. Questa è la prima versione data da
Calabresi nel corso della conferenza stampa decisa dal questore. Perché Calabresi avrebbe dovuto
gettare Pinelli dalla finestra? Era un anarchico
che stimava come uomo, con i quali si scambiavano
libri e regali, al quale concedeva di venire in questura con il proprio
motorino e non in un giorno qualsiasi ma nel giorno di un’orrenda strage. E perché Pinelli
avrebbe dovuto suicidarsi? Tutti quelli che lo conoscevano
sapeva che disprezzava i suicidi e li condannava, diceva che erano dei
vigliacchi. Non solo: era anche un veterano degli interrogatori di polizia
(oltre20) conosceva bene i sistemi della polizia. Il trucco della confessione
di Valpreda con lui non poteva funzionare. La
storia di Pinelli gettato dalla finestra non regge
perché una spinto nel vuoto grida, Pinelli non
gridò, tenta di aggrapparsi a qualcosa, disperatamente, e Pinelli
non aveva nessun graffio alle mani, nella caduta perde sangue dalla bocca e
dal naso, e Pinelli non lo perse. La storia di Pinelli suicida non regge perché uno che si butta nel
vuoto fa un salto e non sfiora il muro, come accadde a Pinelli,
non rimbalza su due cornicioni. E’ allora come è morto Pinelli? Questo è il segreto amaro che
custodiva Calabresi. E a questo segreto sono legate le contraddizioni,
soprattutto quelle sull’ora
della morte di Pinelli, che aggravano i sospetti su
ciò che avvenne realmente durante l’interrogatorio dell’anarchico. Uno dei brigadieri della
“politica”, Panessa non ha esitato ad ammetterlo,
di recente ,<< E’ vero, ci siamo contraddetti,
abbiamo dato diverse versioni, ma non siamo dei geni. Cosa si può pretendere
da un povero sottoufficiale? Capisco un commissario..
Ma poi, siamo giusti, anche un commissario può sbagliare, confondersi,
contraddirsi>>. Ma dietro le contraddizioni di
Calabresi quale segreto si nascondeva? Calabresi ha continuato sempre a
sostenere che era in un’altra stanza quando Pinelli
si gettò, questo però non aiuta a risolvere il mistero ,,
la tesi più diffusa, che però ufficialmente viene negata, è che Pinelli sia morto per u colpo di Karate. Se questa fosse
vera, chi ha colpito Pinelli? Calabresi? Riesce
difficile crederlo, inducono ad escluderlo proprio i loro rapporti umani. Perché
proprio Calabresi ?, continuiamo a chiederci. Se Pinelli ha
ricevuto un colpo, significa che stavano torchiandolo pesantemente. O che
aveva provocato la reazione fatale di chi lo interroga. Nel primo caso
Calabresi avrebbe lasciato la sgradevole opera ad un suo sottoposto. Nel secondo caso conosceva troppo bene Pinelli per perdere il controllo e lasciarsi sorprendere
dalle sue reazioni. Un commissario che accettava libri
di poesia da un anarchico di vecchia conoscenza, vantandosi del dono in
ufficio e fuori, e poi lo ammazza di botte, è un mostro. E Calabresi non ha
dato mai prove di essere un mostro. Ma se non è stato Calabresi a dare il
colpo mortale chi è stato? Ecco il segreto, che evidentemente non scopriremo
mai. La questura ha scelto la tesi del
suicidio e la conferma, non torna indietro. E quando la estrema
sinistra finisce per rovesciare la valanga dell’odio su Calabresi
additandolo come l’assassino
dell’anarchico, Calabresi cosa deve fare? Deve dire che non è stato lui ma un
altro? Certamente no. Può solo, tacere,
ecco l’amarezza del suo segreto. Ammesso che la verità non sia un’altra
ancora. Dunque Calabresi per tutto questo tempo ha coperto qualcuno? Forse un
giorno qualcuno parlerà. Calabresi stesso può aver parlato, con la moglie o
con il confessore, lui era molto religioso. Alla conferenza stampa il
questore dice: l’interrogatorio di Pinelli era una
conversazione informale, ma il colloquio era arrivato a un punto cruciale.
Perché cruciale, se Pinelli non aveva confessato? Calabresi muore un poco per giorno
sotto le polemiche. La sinistra lo sceglie come bersaglio del suo attacco
alla polizia. Soprattutto Lotta
Continua gli muove una gigantesca
campagna d’accuse, scritte murali, manifesti, articoli, ballate ,
rappresentazioni. Un linciaggio vero e proprio. Calabresi sognava di diventare un commissario
moderno, lontano dal cliché del poliziotto con le manette, e scopre di essere
raffigurato come un aguzzino. << vorrei che almeno mia
moglie non le vedesse quelle scritte>> diceva. Dario Fo scrive Morte accidentale di un anarchico , c’è dentro anche
Calabresi , si chiama commissario Cavalcioni. Il linciaggio continua. Il 20
aprile 1970 Calabresi querela per diffamazione il prof Pio Balzelli,
direttore di Lotta Continua . E’ un
errore. Chi ha convinto Calabresi a fare il processo? L’iniziativa non può
essere sua. Dietro Calabresi chi c’è? Il processo per difendere l’onorabilità di Calabresi
diventa il processo contro Calabresi. Nello
stesso periodo si apre un altro processo , quello
per gli attentati alla fiera e alla stazione, e la superteste , su cui si
fondano le accuse , rileva di essere una mitomane afflitta da manie
persecutorie. Ne viene chiesta l’incriminazione. Saltano fuori particolari
umilianti per la polizia, verbali spariti, verbali falsificati,biglietti messi in tasca ad un imputato. Le accuse
crollano e Calabresi viene fischiato in aula. E’ il momento più difficile per
un uomo che si è visto accollare tutte le responsabilità. In quei giorni la
stampa rinfocola le accuse a Calabresi, anche giornali notoriamente non di
sinistra accusano Calabresi. I meccanismi che si sono messi in
movimento sono troppo grandi per un commissario. Calabresi ne appare come
stritolato. Costretto a sopportare un ruolo smisurato al proprio incarico.
Non gli consentono nemmeno di retrocedere fra le comparse. Lo promuovono
commissario capo, come a dire : bravo hai fatto un
buon lavoro..ti promoviamo. Ala
promozione è scattata automaticamente, per anzianità ,
ma la notizia fa scalpore e le polemiche montano ancora più accese. Perché
non si è sospesa la procedura d’avanzamento in attesa di tempi meno cruenti.? L’insediamento di un magistrato
come Bianchi D’Espinosa alla procura generale fa
riaccendere le luci sulla morte di Pinelli e
convince la vedova a denunciare per omicidio volontario Calabresi e altri
funzionari che parteciparono al dramma. Per Calabresi si riaprono le porte
dell’inferno. La salma di Pinelli viene riesumata.
Si fanno esperimenti di caduta di manichini. Le lettere minatorie tornano a
decine, come le telefonate e le ingiurie. Un giornaletto di estrema sinistra
pubblica che Calabresi è stato condannato a
morte insieme ad altri poliziotti e magistrati,per
fare “finalmente “ giustizia. Ma quale giustizia?.Il
primo a respingerla inorridito sarebbe proprio Pinelli.
Inutilmente. Calabresi
cerca di rifugiarsi nella vita privata, Inutilmente nel nuovo
palazzo dove va ad abitare si fa conoscere come un qualsiasi signor
Calabresi. La morte lo colpirà alle spalle proprio davanti casa sua, quando è
soltanto il signor Calabresi e non ancora il commissario Calabresi. L’illusione di poter avere una vita
privata è la
fantasia di un disperato. Calabresi non ha scorta, non ha la pistola, non si
guarda intorno, << Sono un servitore dello Stato che tira la carretta
in silenzio>>, aveva detto un mese prima. La mattina del 17 maggio, un killer
attende Calabresi che esca da casa, è alto e biondo, atletico come lui. Lo
segue mentre attraversa la strada per andare alla 500 parcheggiata contro lo sparti traffico, alza una mano per fermare una macchina
che sta arrivando e che gli potrebbe
far perdere le distanze, e quando Calabresi accenna ad aprire l’auto
estrae una pistola calibro 38 gli spara due colpi, uno alla schiena e la
seconda alla nuca, quando Calabresi è
già caduto in ginocchio, il colpo di grazia. Il killer solleva la pistola,
gesto di uno specialista, gesto abituale dei tiratori scelti per evitare di
colpire involontariamente qualcuno.. Poi con calma si gira attraversa
nuovamente la strada fa un cenno con la mano e una 125 Fiat arriva, il killer
sale, i due si guardano e la 125 riparte senza particolare fretta sparendo
nel traffico milanese. Il killer ha ucciso senza odio, da implacabile
professionista. I killer della mafia non hanno mai toccato questo livello,
nemmeno in america. Calabresi
è morto a 35 anni, alla vigilia di una sentenza che avrebbe dovuto dirci la
verità sul segreto che egli custodiva. Lo hanno ucciso per vendetta, o per
alimentare la violenza, seguendo un preciso disegno criminale che esaspera la
tensione nella gracile democrazia italiana. Il commissario aggiunto Calabresi
è morto come il procuratore Scaglione, portando nella tomba il suo segreto.
Lo Stato lo ringrazia con un funerale in armi e compenserà la famiglia con
dieci milioni in contanti e 130milalire al mese di pensione. Non costa molto,
no, la vita di un funzionario disposto a servire lo Stato fino a diventare
così impopolare da prendersi tre pallottole a tradimento. Tratto principalmente dall’ Europeo del 1972
e da: L’Unità 18 maggio 1972 – Paese Sera 22 maggio 1972 – Corriere
della Sera 23 maggio 1972 La
grazia a Bompressi 1 giugno 2006 Militante
di Lotta Continua, condannato a 22 anni per l'omicidio Calabresi insieme a
Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani. Bompressi si è sempre proclamato
innocente. E la famiglia
Calabresi, la vedova del commissario Gemma e i quattro figli? Il loro
silenzio "pesa" sulla grazia concessa a Bompressi. E su quella che
si vorrebbe poi dare anche a Sofri. Tace la signora Gemma, un silenzio
voluto, una totale assenza di commenti. Ma un fatto è certo: la notizia della
firma di Napolitano sul decreto di grazia è arrivata alla signora solo
attraverso le agenzie di stampa. Nessuno, dal Quirinale come dal ministero
della Giustizia, né il presidente Napolitano né il Guardasigilli, hanno
ritenuto che una preventiva telefonata fosse un indispensabile gesto di
cortesia. Eppure l'ex presidente Carlo Azeglio Ciampi era stato lungimirante:
in vista della grazia, che egli pure voleva concedere, ma molto per tempo
(era il 12 maggio 2004), aveva appuntato sul petto della vedova una medaglia
d'oro alla memoria del commissario ucciso nel '72. Il silenzio dei
Calabresi non è nuovo. Mai le cronache hanno registrato commenti alle
sentenze, ben undici negli anni, e lo stesso atteggiamento di rispetto c'è
stato per le prerogative del capo dello Stato. Sulla grazia la famiglia non
ha mai espresso una contrarietà preconcetta, a patto però che quel passo
venisse interpretato correttamente come un gesto di clemenza e non come un
rifiuto delle decisioni dei magistrati. Come un colpo di spugna dopo anni di
processi conclusi con la condanna di Sofri, Bompressi e Pietrostefani. Proprio per questo Odoardo Ascari, uno degli avvocati dei Calabresi, sottolinea quanto sia stato differente l'atteggiamento di Bompressi da quello di Sofri. Il primo, dopo il processo di revisione di Venezia che dava torto ai tre imputati e ne confermava la condanna, ha preso atto della sentenza, non è ricorso in Cassazione e successivamente ha presentato la domanda di grazia. Sofri, invece, si è condotto nel modo opposto: ricorso alla Suprema corte e niente domanda di grazia. Il Guardasigilli Mastella parla adesso di un "necessario ricordo". Vedremo a cosa pensa. (l. mi.) 3 giugno
2006 Avvenimenti
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