Tommaso Buscetta – La mafia futura

 

 

 Tommaso Buscetta in una foto degli anni 50

 

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Un buscetta inedito nell’intervista rilasciata a Saverio Lodato negli Stati Uniti nel 1999 – seconda parte

 

Ci troviamo, in una località che deve restare segreta. Le prime volte ci incontriamo in un motel da trenta dollari per notte, ma poi cambieremo  spesso la località dei nostri appuntamenti. Sarà sempre lui a sceglierle, all’ultimo momento.Qualcuno sa in Italia dei nostri colloqui, forse anche qui in America qualcuno ne è al corrente. Corre voce che quelli della DEA o dell’FBI non sfugga mai niente. Ma solo lui, per settimane, conoscerà in anticipo il luogo preciso dei nostri incontri.

Quanto a me , sin dall’inizio ho accettato di lasciarmi condurre, chiedendo solo  che mi fossero garantiti un tavolo, acqua minerale a volontà, un ambiente sufficientemente fresco. Sono stato spesso in macchina con lui, che si destreggia bene tanto in autostrada a cinque corsi quanto nelle vecchie statali che corrono in linea retta per centinaia di chilometri. E alla fine credo  di aver capito qualcosa di Tommaso Buscetta.

Avendolo visto  alle prese con situazioni differenti, so che non perde mai la calma. Non ha mai disertato uno dei nostri appuntamenti, non si è mai alterato: è un uomo abituato a non sprecare parole. Fatti, notizie, opinioni, ma sempre rigorosamente  distinti. Da quindici anni tiene testa a decine e decine di  giudici, investigatori che gli  avranno rivolto un milione di domande. E nei quarant’anni della sua prima esistenza da mafioso, di prove deve averne superata altrettanto.

Tommaso Buscetta parla a fatica. Ha il volto segnato dalle rughe, una carnagione olivastra – che tanto fece sbizzarrire i giornali a proposito di<< quel mafioso con la faccia da indios>> -, i tratti gentili di un uomo che non si sentì mai a suo agio in un’organizzazione segreta e criminale. Comunica con un eloquio lento, in un italiano depurato quasi perfettamente da mille deposizioni processuali; con qualche sprazzo di un dialetto siciliano che sembra provenire da secoli lontani. Ogni tanto si aiuta con termini inglesi e americani, spagnoli, portoghesi, che gli affiorano alle labbra come piccole spie luminose di altre identità, altri passaporti, altre storie , altre tragedie. E’ vecchio, Tommaso Buscetta. La sua corporatura è rimasta robusta. Le sue mani sono grandi e devono essersi ritrovate spesso a stringere sabbia. Al collo porta una catena d’oro, come tutti i palermitani<< di rispetto>>. Il tono della sua voce, con il tempo , si è fatto più basso. Colpi di tosse rivelano un passato di fumatore incallito. Ha amato le donne, e molto. Non ha mai bevuto un bicchiere di vino. Ha avuto molto e ha dato molto. Ha speso patrimoni e ha accumulato patrimoni; a volte leciti, a volte no.

Gli occhi sono nocciola chiaro, dolci ma allo stesso tempo vigili. Hanno visto il sangue e hanno visto la paura, quegli occhi. Hanno visto la Palermo della guerra e del primo dopoguerra, sventrata dai bombardamenti. La povertà ataviche del Messico e del Brasile di fine anni ottanta, ma anche il sogno americano e canadese che calamitava milioni di italiani. Italiani perbene e lavoratori, italiani sbandati e disperati, criminali che andavano per compiere e inquinare il grande sogno americano. Quante cose devono aver visto gli occhi di Tommaso Buscetta, che ora davanti a me. Quante decisioni ha dovuto prendere, quante volte lo hanno braccato; è dovuto fuggire, ha subito indicibili torture, è rinato a se stesso. Stava con i mafiosi del suo rango, e si vedeva assassinare i suoi amici mafiosi. Stava con i giudici e i poliziotti che combattevano la mafia, e vedeva morire anche quelli. Parla spesso di un angelo, quest’uomo convinto che ogni uomo nasce anche con un pizzico di fortuna. Parla dell’angelo che gli starebbe alle spalle senza mai perderlo di vista.

Una prima moglie, Melchiorra Cavallaio. Una nuova compagna do vita, Vera Girotti. Una seconda moglie, Cristina Guimaires, quella che ha scelto di condividere il suo destino. E lo condivide da ventotto anni, da quando lo conobbe per la prima volta in Brasile. Straordinario in tutti i sensi , il destino di Buscetta.

 

Fu il diciassettesimo di diciassette figli. Tranne lui, sono morti tutti In America da tempo sua patria adottiva, il diciassette porta fortuna; è il tredici  che porta scalogna. Gli sterminarono una dozzina tra figli e nipoti per impedirgli di scendere in campo nella guerra di mafia che in quegli anni insanguinava Palermo. E, prima di lui, nessuno del suo livello in Cosa Nostra si era pentito. Il suo destino è straordinario anche perché, a quel pentimento<<storico>>, fecero seguito  altre centinaia di pentimenti. Straordinario il numero dei suoi figli e nipoti: otto e diciotto, rispettivamente. Alcuni sono ancora vivi, altri no. E al ricordo di chi lo ha lasciato su questa terra, gli occhi di Tommaso Buscetta si velano di lacrime.

Lo confortano i vvi. Sei figli con rispettivi nipoti. Ecco i loro nomi: Domenico, che ha tre figli; Felicia, Alessandra, e Lisa, ciascuna con quattro figli; Tommaso – Tommaso Secondo, come lo chiama lui scherzando e Stefano, il più giovane, che è ancora un ragazzo. Sono dispersi tra un capo e l’altro degli Stati Uniti. Ma il 13 luglio 1999, in occasione del suo settantunesimo compleanno, gli hanno fatto la sorpresa di raggiungerlo per festeggiarlo come si conviene ad un vecchi patriarca. Che tornino figli e nipoti, va bene. Ma perché un giornalista dovrebbe tornare da lui, che forse desidera solo di poter avere il tempo di dimenticare?

 

Lo trovo sereno, in pace con la sua coscienza. Lotta contro la malattia, che intende tenere – come dice subito – s debita distanza. Sa di essersi lasciato alle spalle il cammino più lungo, ma sente l’esigenza, prima di andarsene, di tornare a parlare. Di far sentire la sua voce in tempi in cui molti sembrano aver dimenticato. Desidera forse andarsene alla sua maniera, da uomo che davvero non intende portarsi dietro né segreti né rimpianti. E lentamente, poi sempre meno lentamente, il timbro della sua voce si fa più deciso, i ricordi affiorano, ma affiorando i ricordi prende il sopravvento il presente, quel presente che non gli piace e che certo aveva immaginato diverso. Si è convinto che la mafia, la Cosa Nostra nella quale militò con convinzione prima di <tradirla>> clamorosamente, riuscirà ad approdare verso il terzo millennio, con buona pace di tutti gli ottimisti, le finzioni retoriche,gli opportunismi politici. Si è convinto – e lo sentiremo – che il traguardo che anni fa sembrava raggiunto si è vertiginosamente allontanato.

Credo di aver fatto bene ad andare in America a cercare Buscetta. Adesso posso dire di aver conosciuto un sopravvissuto che è riuscito- e vedremo che non c’è esagerazione in queste parole- a tenere alta la propria dignità- E non bisogna dimenticare che c’è riuscito avendo iniziato da uomo d’onore e grande <<re dell’eroina>>, come lo raffigurano i suoi denigratori.

Fine seconda parte

 

 

 

 

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