Buscetta a Falcone: "Ti distruggeranno professionalmente e poi..."

 

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Buscetta e Falcone

 

Il boss, prima di essere interrogato e rivelare i segreti di Cosa Nostra lo aveva avvertito: "Ti distruggeranno professionalmente e poi..."
Se c'era una parola, un'accusa che lo feriva era quella parola e quell'accusa che ha dovuto leggere sui giornali, che è risuonata nei convegni, che gli rotolava alle spalle - alle spalle, mai sulla faccia - di essere ormai "andato", di essersi "piegato", di essere ormai - né più né meno - un "reggicoda" del potere politico che voleva - né più né meno - strozzare l'autonomia e l'indipendenza della magistratura, che voleva - né più né meno - impedire allo Stato di recidere il legame doppio tra mafia e politica.

 

Erano parole, era un'accusa che aveva dovuto leggere e sentire - alle spalle, mai sulla faccia - dal 13 marzo 1991 quando aveva accettato di diventare direttore degli Affari Penali del ministero di Grazia e Giustizia. Gli avevano impedito di essere consigliere istruttore (gli avevano preferito per "anzianità" Antonino Meli), avevano distrutto il pool (era diventato un "centro di potere", avevano detto), avevano smembrato l'inchiesta-collettore su Cosa Nostra ("è un'organizzazione che non ha struttura priramidale", avevano sentenziato). Lo avevano costretto in un ruolo subalterno alla Procura della Repubblica. Aggiunto procuratore, appunto.

Aveva detto di sì a Roma, allora. Lo aveva detto con la disperazione impotente che hanno i meridionali che sono costretti a partire, a emigrare, a lasciare ciò che si ama, i luoghi della memoria, le "radici antropologiche" diceva lui, per ricominciare altrove il discorso che era stato interrotto e che andava completato.

 

Giovanni Falcone quando parlava della sua Sicilia, della sua Palermo sceglieva un verso: "Nec tecum nec sine te vivere possum". E spiegava quella frase con le parole di Leonardo Sciascia, un altro grande siciliano che non sempre gli fu amico: "Amare una terra e una gente al tempo stesso che si detesta, sentirsi somiglianti e diversi, volere e disvolere, bisogna riconoscere che è un bel guaio. In questo guaio viviamo tutti noi siciliani e un guaio non è mai bello. E' certo più difficile essere siciliani che milanesi. E' forse per questo faccio il lavoro che faccio. Perchè la mafia non è la Sicilia e il siciliano non è un mafioso". Era questa fiducia in se stesso e nella sua terra e nei siciliani che quelle parole, quell'accusa schiacciava. Giovanni Falcone ne era offeso, umiliato, ma non era uomo (era un siciliano, no?) da darlo a vedere più di tanto. Buttava giù il boccone amaro, prendeva tempo (si versava da bere, si guardava intorno), strizzava gli occhi, sorrideva a labbra strette, alzava le spalle con un gesto nervoso e significativo, più eloquente di qualsiasi parola. Se lo conoscevi bene, potevi notare che c'era una piega amara all'angolo della bocca e una luce triste in quegli occhi che, al contrario, erano sempre vivi e luccicanti di ironia, di passione, di eccitazione "perché c'è tanto da fare e bisogna farlo presto e bene".

 

Giovanni Falcone, 54 anni, padre funzionario della provincia, madre molto religiosa (della fede sentirà sempre "una nostalgia rispettosa") si era assegnato un compito. Se l'era assegnato molto tempo fa quando, tra le possibili frasi che sceglie ogni ragazzo per orientare (impregnare) la sua vita, lui aveva scelto una - "un po'retorica" ammetteva - di Giuseppe Mazzini. Era questa. Più o meno. Falcone la ricordava così: "La vita è missione e il suo dovere è la legge suprema". La missione che s'era scelto era sconfiggere la mafia, annientare Cosa Nostra. "Fin da bambino - ha raccontato a Marcelle Padovani in un libro (Cose di Cosa Nostra) che è ora, tragicamente, il suo testamento spirituale - avevo respirato giorno dopo giorno aria di mafia, violenza, estorsioni, assassini. C'erano stati poi i grandi processi che si erano conclusi regolarmente con un nulla di fatto. La mia cultura progressista mi faceva inorridire di fronte alla brutalità, agli attentati, alle aggressioni: guardavo a Cosa Nostra, come all'idra dalle sette teste: qualcosa di magmatico, di onnipresente e invincibile, responsabile di tutti i mali del mondo. Nell'atmosfera di quel tempo respiravo anche una cultura 'istituzionale'che negava l'esistenza della mafia e respingeva quanto vi faceva riferimento. Cercare di dare un nome al malessere sociale siciliano equivaleva ad arrendersi agli 'attacchi del Nord'!".

 

Invece Cosa Nostra si poteva sconfiggere. Giovanni Falcone lo ripeteva da anni. Ogni volta che era possibile e anche, in anni e in luoghi, dove non era possibile. "Chi ha voglia di capire e ha voglia di lavorare - diceva - può farcela. Ho sempre saputo che per dare battaglia bisogna lavorare a più non posso...". Mise da parte l'intenzione di iscriversi a medicina, accantonò l'idea di diventare ufficiale di Marina e, laureato in giurisprudenza, a venticinque anni fece il concorso in magistratura. Giovanni Falcone cominciò a farsi le ossa, come diceva, a Trapani.

"La mafia entrò subito nel raggio dei miei interessi professionali - raccontava - Dieci assassini e la mafia di Marsala dietro le sbarre. Mi indicarono un armadio pieno di pratiche, dicendomi: 'Leggile tutte'. Era il novembre del 1967 e puntuali come un orologio svizzero cominciarono ad arrivarmi cartoline con disegni di bare e di croci. E' una cosa che tocca gli esordienti e non ne rimasi colpito più di tanto".

 

Non era facile da Trapani o da Marsala "avere una visione unitaria del fenomeno mafioso". Nel 1978 torna a Palermo. Chiese di essere assegnato all'Ufficio istruzione. Lo spediscono al Tribunale fallimentare. Ci resta un anno. Impara a leggere un bilancio, a inseguire i sentieri di un assegno, la discreta presenza di un conto bancario. Impara a orientarsi nei canali finanziari utilizzati da Cosa Nostra per riciclare le ricchezze del narcotraffico. Quando arriva nel pool del consigliere istruttore di Palermo Rocco Chinnici, Falcone sa quel che c'è da fare, sa come farlo. E' in buona compagnia. "Quando Tommaso Buscetta, nel luglio del 1984, ci capita davanti - ricordava - avevamo già quattro anni di lavoro duro alle spalle. Conoscevamo Cosa Nostra nelle sue grandi linee. Ero in grado di capire Buscetta e, quindi, pronto ad interrogarlo". Prima di Masino Buscetta, lo Stato italiano aveva una conoscenza superficiale del fenomeno mafioso. "Con Buscetta abbiamo avuto finalmente una visione globale del fenomeno, delle sue strutture, delle sue tecniche di reclutamento, delle sue funzioni, del suo linguaggio, del suo codice".

 

Fu Buscetta a dirglielo: "L'avverto, signor giudice. Dopo quest'interrogatorio lei diventerà forse una celebrità, ma la sua vita sarà segnata. Cercheranno di distruggerla fisicamente e professionalmente. Non dimentichi che il conto con Cosa Nostra non si chiuderà mai. E' sempre del parere di interrogarmi?". Quando Falcone raccontava le lunghe ore dell'interrogatorio con Buscetta i suoi occhi si illuminavano come devono essersi illuminati in quel benedetto, maledetto giorno in cui finalmente "si avvicinò sull'orlo del precipizio", quando gettò uno sguardo oltre l'omertà, oltre quel muro insuperabile che sempre ha protetto Cosa Nostra. Quasi ridevano quegli occhi. Tornavano ad essere entusiasti. Quasi dicevano (e qualche volta arrivava anche a dirlo): "Ormai ho la chiave per capire, sì ho capito, devo avere ora soltanto gli strumenti per avvicinarmi a quella porta, senza fare passi falsi". Il "passo falso" era la sua ossessione. "Occuparsi di indagini di mafia - diceva - significa procedere su un terreno minato: mai fare un passo prima di essere sicuri di non andare a posare il piede su una mina antiuomo".

 

Lo diceva ma non si era accorto che già si era incamminato lungo quel sentiero. Come gli aveva anticipato Buscetta, avevano cominciato ad attaccarlo professionalmente. Doveva essere il successore di Rocco Chinnici (ucciso dal tritolo), il Csm gli preferisce burocraticamente Antonino Meli. Negano il suo intero lavoro istruttorio con disprezzo definito il "teorema Buscetta", meglio il "teorema Falcone". Un Corvo lo accusa di aver consegnato licenza d'uccidere al "pentito" Salvatore Contorno. La mafia sistema 50 chili di tritolo sotto la sua casa all'Addaura e nessuno crede all'attentato. C'è chi dice (a Palermo, a Roma): se l'è preparato da solo. Lo accusano di aver "insabbiato" le indagini sui delitti politici. "Corre" per il Csm, lo impallinano i suoi stessi compagni di corrente. Ripiega a Roma, al ministero. Gli dicono che si è inginocchiato al Palazzo. E' candidato alla Superprocura. Il Csm lo boccia. Sono gli anni amari di Giovanni Falcone. Aveva gli occhi tristi quando ne parlava. Con orgoglio concludeva: "Alla fine, vedrete, la ragione prevarrà". Il terreno, invece, era pronto per l'ultimo atto. La mafia doveva solo presentare il conto. Lo ha presentato ieri. Come aveva previsto Buscetta. Come molti, troppi non hanno voluto prevedere.

Giuseppe D’avanzo – 24 maggio 1992

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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