I buchi neri delle stragi

 

 

 

Tra il ’69 e l’84 undici attentati,con 150 morti e 652 feriti. Soltanto della strage di Peteano si sa chi è stato. Le altre hanno solo vittime e nessun colpevole. Il ruolo equivoco dei servizi segreti.

 

Se non fosse stato per un signore basso e tarchiato, cinquantacinquenne, dallo sguardo triste e gli occhi in perenne movimento, oggi dei responsabili delle stragi non sapremmo proprio  nulla. Grazie a lui, che è diventato uno dei più ascoltati “consulenti” dei magistrati che ancora indagano  sul fenomeno stragistico in Italia, possiamo dire che almeno di una carneficina, quella di Peteano di Sagrato, in provincia di Gorizia, del 1972 ( in cui persero la vita tre giovani carabinieri e un altro rimase gravemente ferito) conosciamo tutto ; esecutori materiali e mandanti.

Vincenzo Vinciguerra, infatti, di quella strage si è autoaccusato. H a confessato di aver messo lui la bomba a strappo dentro il cofano della Fiat 500 abbandonata in un bosco con il parabrezza crivellato di colpi di pistola. Fu aprendo quel cofano che una pattuglia di carabinieri, attirata sul luogo con una telefonata anonima, venne falcidiata. Perché lo ha fatto?

Vinciguerra, ex ordinovista detenuto, confessa la strage nel 1984, cioè dopo 12 anni di depistagli messi in atto dagli stessi colleghi delle vittime, i carabinieri, che prima indirizzano le indagini su Lotta Continua e poi su una banda di balordi locali. Non si pente, Vinciguerra, né ripudia il suo passato,rivendicando anzi con orgoglio la propria qualità di soldato politico, ma confessa allo scopo di “fare chiarezza” : ha capito - così spiega ai magistrati -  che le azioni della destra radicale, incluse le stragi, in realtà erano manovrate da quello stesso regime che si proponeva di attaccare.

<< mi assumo la responsabilità piena, completa e totale dell’ideazione, dell’organizzazione e dell’esecuzione materiale dell’attentato di Peteano – dice ancora – che si inquadra in una logica di rottura con la strategia che veniva allora seguita da forze che ritenevano rivoluzionarie, cosiddette di destra, e che invece seguivano una strategia dettata da centri di potere nazionali e internazionali collocati ai vertici dello stato>>

In altre parole – secondo Vinciguerra – negli anni bui dello stragismo la destra sarebbe stata solo un utile strumento dello Stato. Lo scopo ? Attraverso gravi provocazioni innescare una risposta  popolare di rabbia da utilizzare poi per una successiva repressione. <<

In ultima analisi – sostenne e sostiene Vinciguerra – il fine massimo era quello di giungere alla promulgazione di leggi speciali ed eccezionale o alla dichiarazione dello stato di emergenza per rafforzare governi centristi sempre troppo traballanti.

L’unico fatto realmente rivoluzionario, secondo Vinciguerra, fu allora quello di Peteano; un’azione di guerra, esplicitamente rivolta contro lo Stato ( nelle persone dei carabinieri, cioè la massima rappresentazione del potere dello Stato) e non contro una folla indiscriminata. Vinciguerra, condannato all’ergastolo per quella strage, oggi è uno strano detenuto. Non ha mai chiesto alcun beneficio di legge , neppure un permesso di uscita, figuriamoci la semilibertà . In galera dal 1979, potrebbe chiedere  quegli sconti di pena che lo porterebbero fuori dalla cella. Ma Vinciguerra non ha mai chiesto nulla. Oggi il contributo che Vinciguerra da alla magistratura  ha permesso di  reimpostare  le basi processuali per altre stragi, in particolare quella di piazza Fontana e quella della questura di Milano. Ma soprattutto ci permette di dire che lo slogan  sulle stragi fasciste tout court è obsoleto. Dietro quei massacri  c’erano la logica e le dinamiche del “doppio Stato” e le strategie dei cosiddetti “oltranzisti” occidentali che spesso hanno utilizzato, quali ascari consapevoli, dirigenti e militanti delle varie formazioni eversive della destra radicale.

 

Questo rilievo fornisce una diversa lettura storico – politica della stagione delle bombe sui treni , nelle banche , nelle piazze ,o lanciate davanti alle questure,: ben 11 in un arco di tempo di 15 anni tra il 1969 e il 1984, con ben 150 morti e 652 feriti (  56 rimasti gravemente invalidi).

Diverso il discorso se affrontiamo il piano giudiziario : nelle aule dei tribunali, nonostante una trentina di processi , la verità giudiziaria continua a far fatica ad imporsi e sono davvero pochi i colpevoli riconosciuti e condannati.

Non c’è alcuna certezza processuale per le stragi di piazza Fontana, di piazza della Loggia,del treno Italicus. Parziali  e limitate ai soli esecutori le sentenze definitive per la strage alla questura di Milano  e per quella alla stazione di Bologna dove i due condannati in modo definitivo , sono Valerio Fioravanti e Francesca Mambro ex appartenenti dei Nar, continuano a professarci innocenti ad oltre 20 anni dalla strage.

I casi definitivamente chiusi , quindi , si limitano alla strage di Peteano,appunto, e alla strage sul treno rapido 904, archiviato – ma anche qui i dubbi sono molti – come massacro mafioso. Gli stessi dubbi che ancora accompagnano  ( almeno per quanto riguardano i mandanti ) le stragi di primavera- estate 93 a Roma, Firenze e Milano, in totale 10 morti.

Perché tanta difficoltà a tradurre in condanne agli imputati ciò che ormai appare come storicamente accertato? La risposta è semplice: perché nelle aule dei tribunali, diversamente che sui libri di storia, occorrono prove certe.

Prendiamo l’ultima sentenza , quella per il processo d’appello per la strage di piazza Fontana, in realtà il nono pronunciamento su quell’eccidio. Alla sbarra c’erano – come principali imputati – tre attempati neofascisti : Delio Zorzi, da tempo in Giappone, dove ha ottenuto la cittadinanza, Carlo Maria Maggi, personaggio di primo piano del neofascismo del Nordest e Giancarlo Rognoni, leader del gruppo milanese La Fenice.

Secondo l’ipotesi d’accusa sarebbero stati loro – con vari gradi responsabilità – a ideare la strage in quel lontano 12 dicembre ’69, data d’inizio di tutta la complessa trama della strategia della tensione. Ma non erano da soli. Il centro di comando di quell’impresa stava nel sistema politico militare americano che faceva capo ad alcuni alti ufficiali della Nato che gravitavano nel Veneto. Questa, almeno, la tesi accusatoria. Prove materiali e tangibili ? Poche , e quasi tutte basate sulle “confessioni “ di due personaggi  di scarso spessore : un ex  informatore della Cia.; Carlo  Digilio, vecchio  e malato  e dalle ormai ridotte capacità  intellettive, e un “pentito” perennemente a caccia di soldi come Martino Siciliano che,  dopo aver ricevuto  denaro dal Sismi, il servizio segreto militare, in primo grado si presenta per testimoniare, ma poi abbandona improvvisamente il processo, lamentando un debole trattamento economico in cambio della sua “collaborazione”. Un “pentito “ che prima accusa e poi ritratta e poi accusa di nuovo, puntando l’indice sui legali di Delfo Zorzi, tra cui l’attuale presidente della commissione Giustizia della Camera, l’avvocato  Gaetano Pecorella di Forza Italia. Risultato: se il primo grado il teorema accusatorio regge i tre imputati vengono condannati all’ergastolo, in appello lo stesso frana miseramente. Assolti con i dubbio Zorzi e Maggi , con formula piena Rognoni………

Un alternarsi di sentenze che si era già verificato nel processo sui mandanti della strage alla questura di Milano, coloro cioè che avrebbero armato la mano dell’ anarchico ( totalmente finto) Gianfranco Bertoli, unico condannato con sentenza definitiva all’ergastolo perché arrestato un istante dopo aver lanciato la bomba e morto in carcere qualche tempo fa. Anche questo caso il  pilastro dell’accusa era rappresentato dal solito Carlo Digilio , creduto in primo grado e non creduto in appello. Per  questa strage la Cassazione ha annullato tutto e l’appello si rifarà in autunno. Alla sbarra, oltre che Maggi e altri anche il colonnello Amos Spiazzi, già coinvolto nell’inchiesta sulla rosa dei venti.

E se Digilio regge sulle sue spalle due processi, Martino Siciliano è testimone anche a Brescia per la strage in piazza della Loggia, giunta alla sua terza inchiesta, dopo sette processi falliti.

La domanda quindi va riproposta : perché sembra ormai impossibile arrivare alla verità giudiziaria che chiuda definitivamente il sanguinoso capitolo delle stragi?  Non va dimenticato che per piazza Fontana il depistaggio ordito dall’ufficio Affari Riservati del Vicinale, che costruì a tavolino la pista anarchica che portava a Pietro Valpreda e compagni, ha di fatto  condizionato tutte le successive indagini, inquinando anche quella che aveva imboccato la pista nera che conduceva invece a Freda e Ventura, usciti di scena perché assolti definitivamente.

 

Lo stesso vale per la strage di Brescia dove è fin dalle ore immediatamente successive al bagno di sangue in una piazza affollata di manifestanti in sciopero, per lo più insegnanti, che spuntano i depistagli. Ad esempio è stato sempre affrontato con molta superficialità un particolare : chi e perché ordino di lavare la piazza insanguinata con gli idranti, distruggendo così ogni possibilità di recuperare frammenti di esplosivi che, attraverso le perizie, avrebbero dato proprio alle indagini una qualche base di prova.

Così come non si è mai veramente capito il ruolo avuto nella prima istruttoria sulla strage di colui che troveremo poi attivamente presente in molti misteri d’Italia, il gen Francesco Delfino : dalla oscura cattura di alcuni brigatisti rossi fino all’arresto di Totò Riina, passando per il caso Moro e per finire alla condanna per truffa dello stesso Delfino nel 2001, nell’ambito del sequestro Soffiantini.

A dimostrazione che negli “Affari di Stato” tutto si tiene, basti ricordare una curiosa coincidenza: una delle persone che durante le battute iniziali dell’inchiesta sulla strage di Brescia l’allora capitano Delfino interrogò, convincendola a testimoniare, fu una ragazza che si chiamava Ombretta Giacomazzi. La Giacomazzi - che per quella strage indicò una pista sbagliata – era la fidanzata di Silvio Ferrari, un neofascista saltato in aria con la sua motoretta mentre trasportava un ordigno pochi giorni prima del massacro in piazza della Loggia. Ombretta Giacomazzi in seguito sposerà Carlo Soffiantini, figlio di Giuseppe, cui Delfino sfilerà con l’inganno – così afferma la sentenza della cassazione – 800 milioni delle vecchie lire.

Coincidenze, depistaggi, inquinamenti, prove maneggiate e artefatte che costellano la storia dello stragismo italiano. Ma anche molti presentimenti e qualche preveggenza. Come quella di Claudia Ajello che quattro giorni prima che una bomba devasti il treno Italicus sulla linea Firenze Roma, alle porte della piccola stazione di San Benedetto val di Sembro , entra in una tabaccheria e telefona ad uno sconosciuto dicendo: << Le bombe sono pronte….Il treno arriva a Bologna, c’è una macchina che ti porterà a Mestre….>>

Chi è Claudia Ajello ? Una funzionaria del raggruppamento controspionaggio del Sid, il servizio segreto militare dell’epoca, inserita nella delicatissima struttura diretta dal gen Federico Marzollo, già incriminato per la struttura golpista della Rosa dei Venti, in cui compare il nome del Col Amos Spiazzi che, come abbiamo visto,sarà condannato, poi assolto e ora in attesa di un nuovo giudizio per la bomba lanciata dal Bertoli alla questura di Milano.

Tutto si tiene in fatto di stragi? Sembrerebbe proprio di si se è vero, come è vero, che l’ombra fuligginosa dei servizi segreti militari riuscirà a oscurare anche la strage alla stazione di Bologna di sei anni dopo.

Questa strage – la più grave per numero di vittime mai avvenuta in Italia dal dopoguerra – merita un discorso a parte. In primo luogo perché è una strage anomala, se lo stragismo  anni Settanta può essere decifrato calandolo nel clima golpista di quel periodo e trova la sua collocazione nell’Italia dei governi fragili e asfittici, in un quadro di completa sottomissione atlantica che soffre patemi d’animo  di fronte al “pericolo comunista” , la bomba nella valigia che esplode il 2 agosto 1980 nella sala d’attesa di seconda classe della stazione di Bologna è figlia di un tempo diverso che viene dopo governi di unità nazionale.

Cinque processi dalle alterne sentenze hanno stabilito che a portare la valigia con la bomba siano stati due neofascisti, oggi marito e moglie, a capo di una formazione armata denominata Nar. Debole debolissimo il movente di questa strage imputata a Fioravanti e alla Mambro, oltre che a un altro neofascista, Gilberto Cavallini: i Nar volevano far sapere di esistere e imporre la loro egemonia agli altri gruppi di neofascisti in armi, in verità ormai ridotti al lumicino.

Fragile il movente come sono evanescenti le prove: in pratica solo la “testimonianza” di un falsificatore di documenti, certo Massimiliano Sparti, legato alla banda della Magliana , smentito perfino dalla stessa moglie.

Nel caso dei processi per la strage di Bologna in quattro casi su cinque ha però retto il teorema costruito dalla procura di Bologna, cieca perfino di fronte ai depistagli del Sismi, il servizio segreto militare che arriva a mettere una valigia di armi ed esplosivo sul treno Taranto – Bologna e a inventare una fantomatica operazione “terrore sui treni” da attribuire proprio ai neofascisti che saranno incriminati. Insomma un depistaggio che finisce col mettere gli inquirenti sulla pista che sarà poi alla base del teorema bolognese.

 

Sandro Provvisionato

 

 

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