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Brigate rosse…c’erano
degli infiltrati? |
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A V V E N I M E N T I I T A L I A N I |
Nel 1988 Francesco Biscione ( giornalista e scrittore “ Il delitto Moro. Strategie
di un assassinio politico”) scriveva che l’infiltrazione di agenti
degli apparati dello Stato all’interno delle Brigate rosse era “ un dato
fuori discussione, anche se non sappiamo né chi fossero gli infiltrati, né a
quale livello fossero collocati”. Un’affermazione di questo genere da un lato
rifletteva la diffusione del convincimento sopra riportato, e da un altro la
sua nebulosità. Quanto al periodo, Biscione
considerava invece pacifico
che la presenza di uomini delle forze di polizia dentro le fila della
formazione terroristica fosse stata “una costante”, se era vero che “grazie
all’attività di infiltrazione era stato sgominato il primo gruppo dirigente
della organizzazione, nel 1974, allora secondo lui era “logico ritenere che
questa attività fosse continuata anche negli anni successivi”. Contributi testimoniali e documentali in questo senso,
però, poco o nulla. Lo studioso, infatti, cita al riguardo un
passaggio di un’audizione del generale Giovanni Romeo, reso nella seduta
segreta ma presto finito sui libri e giornali, nonché la testimonianza del
colonnello dei Carabinieri Antonio Cornacchia. Le operazioni delle quali
parlò il generale Romeo ( ascoltato dalla Commissione Stragi per la vicenda
Gladio) si riferivano piuttosto alla prima metà degli anni Settanta, ed
arrivavano al massimo al Cornacchia dal canto suo, riferì di tale Paolo Santini,il quale era inserito non nelle Brigate rosse, ma in una
composita aerea limitrofa, denominata Mrpo. L’ufficiale
interrogato dalla Commissione Moro, non fu in grado di ricordare se il suo
informatore gli avesse fornito notizie già “ durante
il caso Moro” oppure solo a partire da epoca successiva. Al presidente pro tempore Valiante, il quale
fece presente che, a prescindere dalle date, a lui bastava sapere se il Santini avesse riferito “qualcosa che, comunque,
interessasse il caso Moro”il colonnello rispose risolutamente di no. In definitiva, l’ipotesi più esplicita ed articolata di un’infiltrazione
nelle Brigate rosse avvicinabile al periodo del sequestro Moro si deve a
Licio Gelli. In un colloqui privato con il maggiore
Umberto Nobili, alla presenza del giornalista fiorentino Marcello Coppetti il quale aveva messo in contatto i due, il
fondatore della Loggia massonica, avrebbe confidato all’interlocutore (
secondo gli appunti del Coppetti
, sequestrati dalla magistratura) : “ Dalla Chiesa aveva infiltrato un
carabiniere giovanissimo nell’organizzazione. Così sapeva che le Brigate
rosse avevano sequestrato Moro ( sic), avevano anche materiale compromettente
di Moro. Dalla Chiesa andò da Andreotti e gli disse che il materiale poteva essere recuperato se gli
veniva data carta bianca, Siccome Andreotti temeva
le carte di Moro ( le valigie scomparse?) nominò Dalla Chiesa. Costui
recuperò ciò che doveva. Così il memoriale Moro è incompleto. Anche quello in
possesso della magistratura, perché è segreto di Stato.” Un racconto, questo, che non impressionò più di tanto L’estensione della pratica delle infiltrazioni al periodo
del sequestro Moro, invece è stata negata dai protagonisti dell’epoca che dai
brigatisti, - nella misura di quanto a loro conoscenza - ,
sia soprattutto da coloro che ipoteticamente avrebbero messo in atto tali
iniziative di penetrazione per conto dello Stato, tanto che Pellegrini ha
accusato questi ultimi di reticenze “ silenzio istituzionale”. Gli ex appartenenti alla Brigate rosse,
a prima vista, non avrebbero niente da perdere ad ammettere di essere stati
infiltrati, se questo fosse accaduto.. Morucci ha
dichiarato in una audizione di “non avere problemi, qualora la circostanza
venisse dimostrata e di essere addirittura” molto curioso di sapere chi si è
infiltrato e che cosa ha fatto”., mentre Maccari si
è detto pronto a credere che uno degli infiltrati fosse Francesco Marra come
ad un certo punto si vociferò, anche se personalmente gli erano sconosciuti
sia il personaggio che la vicenda. Tutti gli ascoltati dalla Commissione ( eccetto Franceschini) non hanno rinunciato comunque
ad esporre una serie di ragioni di principio che, a loro avviso, rendevano
improbabili le presunti infiltrazioni. Morucci ha
osservato che un infiltrato, dopo l’effettuazione di una operazione
da lui propiziata “ poi sparito”, ed in effetti è ciò che avevano fatto sia Girotto che Pisetta a loro tempo. Faranda, Maccari
e Morucci stesso hanno poi ricordato nelle loro
audizioni che le Brigate rosse divennero più circospette che mai proprio a
seguito delle brucianti esperienze vissute all’epoca di Silvano Girotto, noto come frate mitra e Marco Pisetta, e che dopo ogni operazione messa a segno dalle
forze di polizia esse ne analizzavano attentamente
le cause, ma dopo il 1974 non trovarono traccia di estranei penetrati al loro
interno. Fonte.”Odissea Moro” |
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