Brigate rosse…c’erano degli infiltrati?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Nel 1988 Francesco Biscione ( giornalista e scrittore “ Il delitto Moro. Strategie di un assassinio politico”) scriveva che l’infiltrazione di agenti degli apparati dello Stato all’interno delle Brigate rosse era “ un dato fuori discussione, anche se non sappiamo né chi fossero gli infiltrati, né a quale livello fossero collocati”. Un’affermazione di questo genere da un lato rifletteva la diffusione del convincimento sopra riportato, e da un altro la sua nebulosità.

Quanto al periodo, Biscione considerava invece  pacifico che la presenza di uomini delle forze di polizia dentro le fila della formazione terroristica fosse stata “una costante”, se era vero che “grazie all’attività di infiltrazione era stato sgominato il primo gruppo dirigente della organizzazione, nel 1974, allora secondo lui era “logico ritenere che questa attività fosse continuata anche negli anni successivi”.

Contributi testimoniali e documentali in questo senso, però, poco o nulla. Lo studioso, infatti, cita al riguardo un passaggio di un’audizione del generale Giovanni Romeo, reso nella seduta segreta ma presto finito sui libri e giornali, nonché la testimonianza del colonnello dei Carabinieri Antonio Cornacchia. Le operazioni delle quali parlò il generale Romeo ( ascoltato dalla Commissione Stragi per la vicenda Gladio) si riferivano piuttosto alla prima metà degli anni Settanta, ed arrivavano al massimo al 1976. Posso soltanto dire – ed è per questo che ho chiesto la seduta segreta, perché vi sono uomini che potrebbero ancora pagare caro – che quando furono arrestati per la prima volta Franceschini e Curcio (1974) l’operazione era del servizio segreto. Dopo la fuga dal carcere di Casale Monferrato di Curcio, protetto dalla moglie, egli fu arrestato una seconda volta a Milano insieme a Nadia Mantovani ( 1976) in via Maderno, e tutta l’operazione di preparazione, ad eccezione della parte finale compiuta dai Carabinieri, è stata condotta nel corso di svariati mesi  dal reparto - D – del SID il quale ha rischiato uomini e ha operato in maniera veramente eccellente. Quando tutti parlavano di dover affrontare il terrorismo mediante infiltrazioni, il reparto – D – lo aveva già fatto, ed è per questo che è pervenuto a quei risultati.

Cornacchia dal canto suo, riferì di tale Paolo Santini,il quale era inserito non nelle Brigate rosse, ma in una composita aerea limitrofa, denominata Mrpo. L’ufficiale interrogato dalla Commissione Moro, non fu in grado di ricordare se il suo informatore gli avesse fornito notizie già “ durante il caso Moro” oppure solo a partire da epoca successiva.

Al presidente pro tempore Valiante, il quale fece presente che, a prescindere dalle date, a lui bastava sapere se il Santini avesse riferito “qualcosa che, comunque, interessasse il caso Moro”il colonnello rispose risolutamente di no.

In definitiva, l’ipotesi più esplicita ed articolata di un’infiltrazione nelle Brigate rosse avvicinabile al periodo del sequestro Moro si deve a Licio Gelli. In un colloqui privato con il maggiore Umberto Nobili, alla presenza del giornalista fiorentino Marcello Coppetti il quale aveva messo in contatto i due, il fondatore della Loggia massonica, avrebbe confidato all’interlocutore ( secondo gli appunti del Coppetti , sequestrati dalla magistratura) : “ Dalla Chiesa aveva infiltrato un carabiniere giovanissimo nell’organizzazione. Così sapeva che le Brigate rosse avevano sequestrato Moro ( sic), avevano anche materiale compromettente di Moro. Dalla Chiesa andò da Andreotti e gli disse che il materiale poteva essere recuperato se gli veniva data carta bianca, Siccome Andreotti temeva le carte di Moro ( le valigie scomparse?) nominò Dalla Chiesa. Costui recuperò ciò che doveva. Così il memoriale Moro è incompleto. Anche quello in possesso della magistratura, perché è segreto di Stato.

 

Un racconto, questo, che non impressionò più di tanto la Commissione Moro, la quale pose domande in merito sia al Nobili che al Coppetti, ma non lo ritenne meritevole di trattazione in sede di relazioni conclusive. Il maggiore aveva fatto notare, tra l’altro, che la conversazione si era svolta il primo dicembre 1978, quando ormai il covo di via Monte Nevoso era stato scoperto e le relazioni sui giornali fioccavano, ivi comprese quelle su Dalla Chiesa e Andreotti. Gelli a suo parere non aveva fatto altro che attingere disinvoltamente da quelle notizie. Coppetti, benchè non alieno dal coltivare ipotesi fuori dall’ordinario ( egli è noto anche in qualità di ufologo), valutò che non ci fossero elementi sufficienti per pubblicare ciò che Gelli aveva detto.

L’estensione della pratica delle infiltrazioni al periodo del sequestro Moro, invece è stata negata dai protagonisti dell’epoca che dai brigatisti, - nella misura di quanto a loro conoscenza - , sia soprattutto da coloro che ipoteticamente avrebbero messo in atto tali iniziative di penetrazione per conto dello Stato, tanto che Pellegrini ha accusato questi ultimi di reticenze “ silenzio istituzionale”.

Gli ex appartenenti alla Brigate rosse, a prima vista, non avrebbero niente da perdere ad ammettere di essere stati infiltrati, se questo fosse accaduto.. Morucci ha dichiarato in una audizione di “non avere problemi, qualora la circostanza venisse dimostrata e di essere addirittura” molto curioso di sapere chi si è infiltrato e che cosa ha fatto”., mentre Maccari si è detto pronto a credere che uno degli infiltrati fosse Francesco Marra come ad un certo punto si vociferò, anche se personalmente gli erano sconosciuti sia il personaggio che la vicenda.

Tutti gli ascoltati dalla Commissione ( eccetto Franceschini) non hanno rinunciato comunque ad esporre una serie di ragioni di principio che, a loro avviso, rendevano improbabili le presunti infiltrazioni. Morucci ha osservato che un infiltrato, dopo l’effettuazione di una operazione da lui propiziata “ poi sparito”, ed in effetti è ciò che avevano fatto  sia Girotto che Pisetta a loro tempo.

Faranda, Maccari e Morucci stesso hanno poi ricordato nelle loro audizioni che le Brigate rosse divennero più circospette che mai proprio a seguito delle brucianti esperienze vissute all’epoca di Silvano Girotto, noto come frate mitra e Marco Pisetta, e che dopo ogni operazione messa a segno dalle forze di polizia esse ne analizzavano attentamente le cause, ma dopo il 1974 non trovarono traccia di estranei penetrati al loro interno.

Fonte.”Odissea Moro”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Link

 

 

Il frate spia Silvano Girotto

La sparatoria di via Maderno

I brigatisti del caso Moro. Dove sono e cosa fanno oggi?

Dopo la liberazione di Curcio

Via Gradoli e la P2

Adriana Faranda

 

 

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