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di Carlo Casalegno L’<esecuzione>
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Brigate rosse….la scissione L’analisi è impietosa, diretta. Siamo nella primavera del
1984, e alcuni militanti delle birre hanno messo il loro dissenso nero su
bianco. A partire dalla “ritirata strategica” di due
anni prima, accusano, l’organizzazione non è riuscita a risalire la china di
una crisi che prescinde dalla repressione messa in campo dallo Stato e dalle <<
forze della controrivoluzione>> Con il linguaggio denso di chi è cresciuto sui classici
del marxismo-leninismo, i dissidenti hanno scritto e distribuito – in Francia
,dove alcuni si sono rifugiati un opuscolo
intitolato: Un’importante battaglia
politica nell’avanguardia rivoluzionaria. E’ qui che vengono descritte con
nettezza le due posizioni che si fronteggiano all’interno dell’organizzazione
dopo che a Roma, il 15 febbraio di quell’anno, è stato ucciso a colpi di fucile
mitragliatore il diplomatico statunitense Leamon Ray
Hant responsabile logistico
della forza militare multinazionale dell’Onu nel
Sinai. L’azione firmata dalle Brigate rosse –Partito comunista
combattente, che annunciano una campagna antimperialista a fronte delle nuove
tensioni internazionali, insieme alle Farl,
Frazioni armate rivoluzionarie libanesi. Le due posizioni sono nette e distinte, e le Brigate rosse
si dividono. Chi resta di qua, e chi va di là. Da una parte i militanti del Partito comunista combattente, che
vede ingrossare le proprie fila più dietro le sbarre delle carceri che fuori,
dove l’organizzazione si manifesta con azioni sporadiche e ormai quasi
esclusivamente simboliche. Dall’altra un manipolo di quelli decisi a tentare una via diversa, più complessa, che non
sia solo l’attività militare. La sconfitta del movimento armato, hanno scritto questi
ultimi nell’opuscolo, è arrivata prima dei vari pentimenti e degli arresti.
Negli anni ottanta il Pci è tornato all’opposizione
e al governo c’è un nuovo asse DC-PSI. I socialisti
hanno ottenuto la presidenza del Consiglio con il loro segretario Bettino Craxi. La DC, guidata da Ciriaco De Mita, tenta un
rinnovamento interno per riconquistare al più presto il timone del paese. Il
PCI, dopo la morte di Berlinguer, non riesce ad esprimere
una leadership in grado di evitare una crisi che
appare irreversibile, persino la battaglia per difendere la scala mobile
sembra persa in partenza. Per chi ha sognato e continua a
inseguire un progetto rivoluzionario, la nuova situazione determinala
chiusura di ogni spazio d’azione. Le <<spinte
propulsive>> degli anni Settanta si sono esaurite da un pezzo, nessuno
più può sostenere che l’insurrezione sia alle porte. Nemmeno tra coloro che sostengono
la << seconda posizione>>. Però resta una dose di
utopia che fa immaginare la possibilità di un futuro diverso e nell’attesa
di cerca di correggere, << con realismo>>, le deviazioni del
passato. Un grande e forse presunto errore è stato elevare la lotta
armata a feticcio,arrivando a confondere la
strategia con la tattica. Le azioni militari possono essere un elemento della lotta,ma non l’unico soprattutto nel momento di maggior crisi
dell’organizzazione. Per ripartire occorre ritrovare altre forme di intervento utili a << educare le masse>>,
riuscire a convincerle che la rivoluzione è ancora possibile. La fase dell’attacco
armato tornerà, ma bisogna pensare a nuovi strumenti di propaganda, che possono essere giornali e riviste, clandestine o
semiclandestine. Si discute anche, persino, l’ipotesi di una riconversione legale
del <<partito armato>>, sull’esempio dei Tupamaros
in America Latina, dell’Ira
dell’Irlanda o dell’Eta
in Spagna, per imporre in qualche modo un negoziato con il potere . Per far questo è comunque
necessario - ma come tattica, non solo
come strategia – tenere vivo lo scontro militare. Magari facendolo
retrocedere rispetto ad esecuzioni che appaiono fini a se stesse, sulle quali
s’è concentrata parte delle critiche alla <<prima
posizione>>. In passato furono colpiti settori che non sembravano
prioritari nell’ottica dell’assalto al potere., dai
magistrati, giornalisti e sindacalisti come Guido Rossa Ora bisogna fare due passi indietro per farne uno avanti,
evitando che la propaganda , anche quando deve essere armata, avvenga ad un
livello tale da far parlare dell’obiettivo colpito e non della strategia
politica che c’è dietro, Tanto più in una fase di riflusso che attraversa l’Italia
di quegli anni. Va comunque conservata l’unione
del politico nel militare, nel senso
che se pure possono esistere due livelli d’intervento, non è possibile
distinguere i << funzionari>>
che si dedicano alle attività legali dei <<soldati>>
impegnati nella guerriglia. Chi è disponibile a fare una cosa dev’esserlo anche per l’altra, soprattutto se si
ricoprono posizioni di vertice. In Francia e in Italia, alcuni militanti delle Brigate
rosse continuano a spingere verso la << seconda posizione>>, fino
alla conseguenza di essere espulsi dall’organizzazione. Un
esito traumatico del dibattito teorico politico che i dissidenti mascherano
come scissione, gettando le basi per la fondazione di un nuovo gruppo armato.
Tra loro c’è Geraldina Coltoti, che dentro le Br s’è
schierata con chi è stato estromesso. In Francia s’è rifugiata anche Wilma Monaco, di quattro
anni più giovane di Geraldina, romana del popolare quartiere di Testaccio. Ha
cominciato a fare politica nei gruppi studenteschi, poi è passata alla formazione
semiclandestini, e attraverso il Movimento proletario di resistenza offensiva
è entrata in contatto con le Brigate rosse. Le sue attività sono sempre rimaste ai margini dell’eversione,
ma l’ondata dei <<pentimenti>> ha costretto anche lei alla
latitanza, insieme a oltre cento altri militanti. Nel frattempo a Roma, il 27 marzo 1985 ,
le Brigate rosse-Partito comunista combattente irrompono nel dibattito sull’abolizione
della scala mobile uccidendo all’università il professor Ezio Tarantelli, docente di economia politica alla Sapienza di
Roma, presidente dell’istituto di studi economici del lavoro della CGIL. I brigatisti della << prima posizione >>
tornano quindi a occuparsi delle vicende italiane
con questo nuovo delitto. Una raffica di mitraglietta colpisce questo
riformista e sostenitore del dialogo fra le parti, che cercava soluzioni e
non solo contrapposizioni all’interno del conflitto sociale. Nel documento di rivendicazione le Br-Pcc
rilanciano il dibattito nel << partito armato>> e criticano
attraverso la teoria delle << cinghie di trasmissione>>, cioè le velleità di penetrazione nei << movimenti di
massa>> attribuite ai compagni della << seconda posizione>>. Contrari alla nuova << iniziativa >>, gli
scissionisti (o espulsi) continuano a elaborare tesi
alternative è a completare il programma dell’organizzazione che intendono far
nascere. Impiegano, qualche altro mese, finchè in autunno – sotto
il simbolo di una stella a cinque punte chiusa nel cerchio, simile ma non
uguale alla stella delle Br, e l’intestazione
<< unione dei comunisti combattenti>> - è pronto un ciclostilato
intitolato : Manifesto è tesi di
fondazione. Ci sono richiami alla dottrina del materialismo
storico-dialettico, alla dittatura del proletariato e all’esperienza dei
soviet, seguiti dagli obiettivi che il gruppo proclama di perseguire. Un modo per rimarcare la continuità con l’esperienza delle
Brigate rosse, ma anche la rottura con la linea contestata e prevalente all’interno
di quella formazione. Da: Mi dichiaro prigioniero
politico |
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