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Brigate rosse….la scissione

 

L’analisi è impietosa, diretta. Siamo nella primavera del 1984, e alcuni militanti delle birre hanno messo il loro dissenso nero su bianco. A partire dalla “ritirata strategica” di due anni prima, accusano, l’organizzazione non è riuscita a risalire la china di una crisi che prescinde dalla repressione messa in campo dallo Stato e dalle << forze della controrivoluzione>>

Con il linguaggio denso di chi è cresciuto sui classici del marxismo-leninismo, i dissidenti hanno scritto e distribuito – in Francia ,dove alcuni si sono rifugiati un opuscolo intitolato: Un’importante battaglia politica nell’avanguardia rivoluzionaria.

E’ qui che vengono descritte con nettezza le due posizioni che si fronteggiano all’interno dell’organizzazione dopo che a Roma, il 15 febbraio di quell’anno,  è stato ucciso a colpi di fucile mitragliatore il diplomatico statunitense Leamon Ray Hant responsabile logistico della forza militare multinazionale dell’Onu nel Sinai.

L’azione firmata dalle Brigate rosse –Partito comunista combattente, che annunciano una campagna antimperialista a fronte delle nuove tensioni internazionali, insieme alle Farl, Frazioni armate rivoluzionarie libanesi.

Le due posizioni sono nette e distinte, e le Brigate rosse si dividono. Chi resta di qua, e chi va di là. Da una parte i militanti del Partito comunista combattente, che vede ingrossare le proprie fila più dietro le sbarre delle carceri che fuori, dove l’organizzazione si manifesta con azioni sporadiche e ormai quasi esclusivamente simboliche. Dall’altra un manipolo di quelli decisi a tentare una via diversa, più complessa, che non sia solo l’attività militare.

La sconfitta del movimento armato, hanno scritto questi ultimi nell’opuscolo, è arrivata prima dei vari pentimenti e degli arresti. Negli anni ottanta il Pci è tornato all’opposizione e al governo c’è un nuovo asse DC-PSI. I socialisti hanno ottenuto la presidenza del Consiglio con il loro segretario Bettino Craxi. La DC, guidata da Ciriaco De Mita, tenta un rinnovamento interno per riconquistare al più presto il timone del paese. Il PCI, dopo la morte di Berlinguer, non riesce ad esprimere una leadership in grado di evitare una crisi che appare irreversibile, persino la battaglia per difendere la scala mobile sembra persa in partenza.

Per chi ha sognato e continua a inseguire un progetto rivoluzionario, la nuova situazione determinala chiusura di ogni spazio d’azione. Le <<spinte propulsive>> degli anni Settanta si sono esaurite da un pezzo, nessuno più può sostenere che l’insurrezione sia alle porte.

Nemmeno tra coloro che sostengono la << seconda posizione>>. Però resta una dose di utopia che fa immaginare la possibilità di un futuro diverso e nell’attesa di cerca di correggere, << con realismo>>, le deviazioni del passato.

Un grande e forse presunto errore è stato elevare la lotta armata a feticcio,arrivando a confondere la strategia con la tattica.

Le azioni militari possono essere un elemento della lotta,ma non l’unico soprattutto nel momento di maggior crisi dell’organizzazione.

Per ripartire occorre ritrovare altre forme di intervento utili a << educare le masse>>, riuscire a convincerle che la rivoluzione è ancora possibile. La fase dell’attacco armato tornerà, ma bisogna pensare a nuovi strumenti di propaganda, che possono essere giornali e riviste, clandestine o semiclandestine.

 

Si discute anche, persino, l’ipotesi di una riconversione legale del <<partito armato>>, sull’esempio dei Tupamaros in America Latina, dell’Ira dell’Irlanda o dell’Eta in Spagna, per imporre in qualche modo un negoziato con il potere . Per far questo è comunque necessario  - ma come tattica, non solo come strategia – tenere vivo lo scontro militare. Magari facendolo retrocedere rispetto ad esecuzioni che appaiono fini a se stesse, sulle quali s’è  concentrata  parte delle critiche alla <<prima posizione>>.

In passato furono colpiti settori che non sembravano prioritari nell’ottica dell’assalto al potere., dai magistrati, giornalisti e sindacalisti come Guido Rossa

Ora bisogna fare due passi  indietro per farne uno avanti, evitando che la propaganda , anche quando deve essere armata, avvenga ad un livello tale da far parlare dell’obiettivo colpito e non della strategia politica che c’è dietro, Tanto più in una fase di riflusso che attraversa l’Italia di quegli anni.

Va comunque conservata l’unione del politico  nel militare, nel senso che se pure possono esistere due livelli d’intervento, non è possibile distinguere i << funzionari>>  che si dedicano alle attività legali dei <<soldati>> impegnati nella guerriglia. Chi è disponibile a fare una cosa dev’esserlo anche per l’altra, soprattutto se si ricoprono posizioni di vertice.

In Francia e in Italia, alcuni militanti delle Brigate rosse continuano a spingere verso la << seconda posizione>>, fino alla conseguenza di essere espulsi dall’organizzazione. Un esito traumatico del dibattito teorico politico che i dissidenti mascherano come scissione, gettando le basi per la fondazione di un nuovo gruppo armato. Tra loro c’è Geraldina Coltoti, che dentro le Br s’è schierata con chi è stato estromesso.

In Francia s’è rifugiata anche Wilma Monaco, di quattro anni più giovane di Geraldina, romana del popolare quartiere di Testaccio. Ha cominciato a fare politica nei gruppi studenteschi, poi  è passata alla formazione semiclandestini, e attraverso il Movimento proletario di resistenza offensiva è entrata in contatto con le Brigate rosse.

Le sue attività sono sempre rimaste ai margini dell’eversione, ma l’ondata dei <<pentimenti>> ha costretto anche lei alla latitanza, insieme a oltre cento altri militanti.

Nel frattempo a Roma, il 27 marzo 1985 , le Brigate rosse-Partito comunista combattente irrompono nel dibattito sull’abolizione della scala mobile uccidendo all’università il professor Ezio Tarantelli, docente di economia politica alla Sapienza di Roma, presidente dell’istituto di studi economici del lavoro della CGIL.

I brigatisti della << prima posizione >> tornano quindi a occuparsi delle vicende italiane con questo nuovo delitto. Una raffica di mitraglietta colpisce questo riformista e sostenitore del dialogo fra le parti, che cercava soluzioni e non solo contrapposizioni all’interno del conflitto sociale.

Nel documento di rivendicazione le Br-Pcc rilanciano il dibattito nel << partito armato>> e criticano attraverso la teoria delle << cinghie di trasmissione>>, cioè le velleità di penetrazione nei << movimenti di massa>> attribuite ai compagni della << seconda posizione>>.

Contrari alla nuova << iniziativa >>, gli scissionisti (o espulsi) continuano a elaborare tesi alternative è a completare il programma dell’organizzazione che intendono far nascere. Impiegano, qualche altro mese, finchè  in autunno – sotto il simbolo di una stella a cinque punte chiusa nel cerchio, simile ma non uguale alla stella delle Br, e l’intestazione << unione dei comunisti combattenti>> - è pronto un ciclostilato intitolato : Manifesto è tesi di fondazione.

Ci sono richiami alla dottrina del materialismo storico-dialettico, alla dittatura del proletariato e all’esperienza dei soviet, seguiti dagli obiettivi che il gruppo proclama di perseguire. Un modo per rimarcare la continuità con l’esperienza delle Brigate rosse, ma anche la rottura con la linea contestata e prevalente all’interno di quella formazione.

Da: Mi dichiaro prigioniero politico