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Avvenimenti Italiani Leggi anche Il martirio di
Paolo Borsellino |
Paolo
Borsellino, i pentiti, la politica, la mafia Giorgio Bocca
racconta un suo incontro con Paolo Borsellino a pochi giorni dalla sua
tragica morte. Una straordinaria testimonianza. Non vedevo Paolo Borsellino da quattro anni , da quando
lavorava con Falcone, Di Lello, e Ayala al pool
antimafia di Palermo, piano terreno, reparto di massima sicurezza, porte
blindate,controlli elettronici,lampadine rosse palpitanti da scatolette nere,
bip bip, mitra , pistole e quell
’ andirivieni giulivo di camerieri in cappellino e grembiule bianchi dai bar
vicini, con i vassoi degli espressi –
forse l’espresso ideale dei siciliani è una goccia nera in cui sta la
superconcentrazione della caffeinità del mondo- e
dell’acqua ghiacciata. Noi cronisti del continente
entravamo in quel reparto di massima sicurezza con emozione e rispetto, era
la prima volta che incontravamo uno Stato
forte e giovane, un corpo di giudici coraggiosi e crociati per la
guerra allo strapotere della mafia,
una forte speranza dentro E invece, ora lo sappiamo, erano
quei quattro gatti coraggiosi, invisi alla maggioranza dei loro colleghi
gelosi della
loro notorietà, impauriti o infastiditi dalla breccia che avevano aperto
nella routine. Ricorda il giudice Di Lello: << C’eravamo noi e le auto
blindate, niente altro, con la chiara sensazione, in
noi, che ciò che facevamo non valeva niente se non creava aggregazione nella
città>>. Borsellino è tornato a Palermo dopo
gli anni di esilio alla procura di Marsala,
promozione punizione, e ora sta ritessendo con pochi altri la vecchia tela di
Penelope. Qualcuno a palazzo lo chiama il fasciatone
perché lo ricorda giovane alle manifestazioni del MSI, ma nella testa
fascista non lo è per niente, intanto non parla l’italiano del potere ma dei
provinciali che lo hanno studiato come lingua straniera e ne hanno fatto
qualcosa di essenziale, di scarno con pochi aggettivi e nessun eclatante, un
italiano che va diritto al cuore delle cose con evidente fastidio di
ghirigori e salamelecchi. Borsellino dava fastidio anche a
Leonardo Sciascia che non sopportava un altro
siciliano capace di parlar chiaro, così scrisse sul <<Corriere della
Sera>> un pezzo velenoso contro di lui e il sindaco Leoluca Orlando, ma
ai siciliani questo gioco al massacro piace: << Amico si, ma guardati!>>. Così Sciascia morente scriveva ancora a Borsellino
spiegazioni che erano come sale sulla piaga , e Orlando faceva visita a Sciascia senza deporre inimicizia e diffidenza. Del resto non è facile essere
distesi, comprensivi in una città dove ti sta a lato
un continuo senso di morte, una città avviluppata, << rintrecciata >> dice Trovo Borsellino nella sua casa, in uno dei condomini costruiti con i soldi e la fretta
della mafia in cui per ricco, potente e raffinato che tu sia
devi rassegnarti a intonaci, ascensori, scale, finiture da edilizia prima
maniera sovietica, lo stesso disinteresse di un potere indifferente al bene
comune, la stessa voglia di nascondere la ricchezza ladra in un mare di
mediocrità. La bastonata che ha presa è stata
dura, ma non è un uomo che cambia, semmai si indurisce.
Deve essersi ripromesso di essere cauto , gli uomini
che lo hanno umiliato e punito sono sempre nel Consiglio superiore della
magistratura a Roma o qui a Palermo nel << palazzo dei
veleni>>:<< Lei mi chiede se ci fu congiura contro il pool?
Guardi, io non credo a un disegno politico che
partiva da Andreotti e attraverso Lima, Vitalone, Carnevale e il Consiglio superiore della
magistratura arrivava fino a disintegrare il pool. Forse è bastato il nostro
radicato vizio corporativo, la regola principe della anzianità
che fa grado, che ti permette di programmare una vita, che ti difende dagli
arrivisti voraci. Nel sangue dei magistrati c’è come un anticorpo per il
magistrato diverso, super, troppo noto. Noi davamo noia con la nostra
corporazione con la nostra sola presenza e appena abbiamo potuto serrato i
ranghi, poi, forse con l’assenso dall’alto ha deciso
di farci la guerra, una guerra aperta>> Oh,bravo
Borsellino, così si parla, la cautela non è durata molto, non lo vedo proprio
alle prese con la diplomazia ipocrita << Vuole una data precisa?.
Il 19 gennaio del 1988 quando si nega a Falcone la successione alla direzione
dell’ufficio istruzione e gli si preferisce l’anziano Meli.
Qualcuno dall’alto ha dato il via libera contando
però sul rigetto corporativo che è duro a morire, guardi la reazione attuale
dei giudici alla superprocura, all’FBI italiano>>. Come faccia Borsellino, uno che la mafia trapanese
voleva ammazzare, che Cosa nostra schiaccerebbe, a lavorare in uno studio da
avvocato o da notaio umbertino, dietro una scrivania massiccia, solennizzata
da tagliacarte argentei , calamai barocchi,
fermacarte ministeriali, agende rilegate in cuoio e attorno alle pareti e
sulle consolle scacchi in avorio, medaglieri, ventagli,ricami,velluti non si
capisce, ma queste sono ancora spesso le case degli italiani moderni e
innovativi, non è facile per nessuno,neppure per i forti e duri venir fuori
dall’Italia carducciana e drammatica, perché quel
periodo a cavallo della prima guerra mondiale fu davvero quello fondazione di
una borghesia nazionale, il periodo in cui si riconobbe in quei mobili, in
quei simboli, in quel galateo. << La guerra al pool>> dice << è stata una follia. Per i nostri
conservatori ogni giudice deve saper fare tutto. Idiozie. Quando Giovanni
(Falcone) ed io abbiamo cominciato eravamo dei
dilettanti, io parlavo con quelli del Narcotic Bureau
e non sapevo neppure che il corso della droga è a senso unico, dalla Sicilia
agli Stati Uniti.. Facevamo le nostre domandine a quelli dell’Interpool o
della guardia della finanza ci guardavano come degli
scolaretti>>.<<D’accordo Borsellino, la corporazione,
l’anzianità, l’autonomia, le vecchie idee sulla polivalenza del giudice, ma
le trecento e passa sentenze della I sezione penale della Cassazione e del
suo presidente Corrado Carnevale che hanno annullato lavori e indagini di
anni, quelle come le mettiamo, che peso hanno avuto?>>. Borsellino non si tira indietro:
<< Le sentenze della I sezione hanno fatto un
grandissimo danno. Per ripararlo ci vorranno dieci forse venti anni. Posso
anche ammettere che dietro di esse ci fu come un
furore di efficienza e di onnipotenza di giudici o di giudice che pensava di
essere l’unico capace di una giustizia perfetta, ma il danno è stato fatto ed
è enorme, quelle sentenze e non altro aspettavano i direttori degli uffici, i
signori prudenti delle procure e delle corti d’Assise. E
adesso cercano di usare al peggio il nuovo codice di procedura penale: niente
magistrati specializzati, niente maxiprocessi, tanti piccoli processi in cui
si torna ogni volta da capo a spiegare cosa è la mafia e l’associazione
mafiosa. A
Marsala avevo individuato i duecento soldati della cosca locale;
quelli che uccidono, minacciano, incendiano, ma ho dovuto fare una cernita,
da duecento li ho ridotti a quindici e come finirà con questi 15 non lo so
perché il nuovo codice non impedisce non impedisce le indagini ma fa qualcosa
di peggio, impedisce la formazione della prova. Non le è Chiaro? E allora senta: il grande
pentito Buscetta ha testimoniato al maxiprocesso
contro quattrocento in modo preciso, convincente,, direi con la forza della
verità, Ma se noi chiamassimo Buscetta a
testimoniare altre dieci, venti volte sulla associazione mafiosa degli
imputati non ce la farebbe; non è che smentirebbe le sue dichiarazioni, ma si
svuoterebbe, cadrebbe nel silenzio dell’impotenza, capirebbe che tutto è
inutile, che anche lui è stato usato nel gioco del formalismo alla fine del
quale non c’è nulla, Sembra che questo
nuovo codice sia stato fatto apposta per aiutare la mafia. In America si processano solo i
capi, ma qui il codice dice che l’azione penale è
obbligatoria, dunque dovrei processare non i 15 individuati su i duecento ma
tutti e singolarmente. Come dire che dovrei fare fare dieci, venti processi con i pentiti che si
sfarinano. I pentiti son merce delicata,
delicatissima, sono loro che scelgono il giudice a cui confessare non
viceversa , sono degli sconfitti che abbandonano un
padrone per servirne un altro, ma vogliono che sia affidabile. Il pentito non si pente per ragioni
morali, ma ripudia Cosa nostra come modo di vivere e di pensare, come codice
di comportamento, vuole, il pentito semplicemente vendicarsi dei torti che
qualcuno di Cosa nostra gli ha fatto e confessano solo quando sono certi di
due cose: che il giudice saprà fare le loro vendette e che difenderà lui e la
sua famiglia. A Totuccio Contorno la mafia ha ucciso quarantasei parenti, a Tommaso Buscetta
trentasei: non hanno rinnegato la mafiosità, hanno
solo chiesto di sfuggire al massacro, di ripagare i loro carnefici. E’ un do
ut des che ha i suoi rischi: loro vogliono
vendetta, noi la giustizia. Il giudice che dispone di
un grande e affidabile pentito è visto dai colleghi come un privilegiato,
come uno che fa un gioco scorretto. Quando Falcone riuscì a far venire dagli
Stati Uniti il pentito Contorno , si arrivò a dire
al palazzo di giustizia, e il “Corvo” lo scrisse nelle sue lettere anonime,
che lo aveva fatto venire per uccidere i corleonesi,
che lo lasciava libero per uccidere i corleonesi. E lo pensavano anche
alcuni magistrati che incontravano Falcone nei corridoi del palazzo di
giustizia e lo salutavano cordialmente. Il pentito non parla mai dei
politici o il meno possibile, non perché voglia coprire il “terzo livello” o
perché abbia paura paura del politico che potrebbe
farlo uccidere in carcere. L a condanna a morte di un pentito ce l’ha il giorno con cui parla con un magistrato. Non
parlano perché nella cultura mafiosa non esistono vie di mezzo: nella sua
associazione, nella tua”famiglia” devi dire l’intera verità, fuori puoi, anzi
devi totalmente mentire. Entrato in questa nuova
associazione che è il rapporto pentito- giudice il pentito
parla poco dei politici e malvolentieri perché ne sa poco e non vuole
parlarne a vanvera. Nel rapporto con la mafia il
politico è molto prudente, ha pochi
contatti e mediati, fuori dalla Cupola se ne sa poco. Buscetta
si decise a
parlare dei cugini Salvo, gli esattori, solo perché era rimasto nascosto
nella loro villa per mesi ed era in grado di descrivere minuziosamente ogni
stanza, << Lei
Borsellino che idea si è fatta del rapporto politico-mafia?>>. << Sono due poteri
che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si
mettono d’accordo. Il terreno su cui possono
mettersi d’accordo è la spartizione del bene pubblico, il profitto illegale
sui lavori pubblici. Ecco perché i mafiosi e i camorristi hanno deciso di
entrare nei municipi, nelle Usl, nelle Province,
nelle Regioni e
per noi giudici è sempre più difficile stare al passo di queste combinazioni,
non è facile essere i difensori di uno Stato amico dei mafiosi>>.
Borsellino. Siamo nel 1992,
sono passati novantaduenni, da quando Napoleone Colajanni
affermava:<< Per combattere la mafia, il suo regno, è
necessario, indispensabile che il governo italiano cessi di essere il re
della mafia. Ma il governo ha preso ormai gusto ad
esercitare questa sua disonesta e illecita attività. È troppo abile ed
incallito nei suoi misfatti>>. >>Che ne
dice Borsellino, le sembra che le cose siano cambiate? Non abbiamo buone
ragioni di pessimismo?>>. <<No ,
uno della mia generazione non può essere pessimista, uno che ha la mia età
ricorda che cosa era Oggi in Sicilia la mafia c’è, i
giovani sanno che c’è e cominciano a negargli il consenso, e siccome il
consenso è la
forza della mafia, penso che prima o poi andrà certamente in crisi.>>. << Progressi a lentissimo piede , caro
Borsellino, la parola mafia è apparsa per la prima volta in una legge
italiana con Già , si
parla molto di mafia oggi in Sicilia, la stampa dell’isola ne parla molto ,
ne parla troppo,ogni giorno almeno due paginoni con le fotografie della
manovalanza mafiosa arrestata o processata o latitante, una miniera senza
fondo per una giustizia che gira a vuoto: facce di terracotta, una uguale
all’altra, che state a fare gli identikit di persone che sembrano clonate,
tutte stampate con la faccia da mafioso. E se notate, la stessa faccia cominciano ad avercela anche i pesci piccoli della
politica, i consiglieri comunali, provinciali inquisiti, pescati con le mani
nel sacco. Paginoni di facce che stanno alla
mafia come le facce dei manifesti elettorali alla politica, come quelle dei
rotocalchi alla società, un mare di immagini,ma
anche li di corrente non ce n’è, cosa
ci sia veramente dietro quelle facce nessuno lo racconta. E’ con questa finta
informazione che si aiuta la gente siciliana a respirare finalmente aria e
luce di verità? Il giudice Borsellino dice che qui
a Palermo e nell’isola c’è sempre gente che non sta con la mafia, dice che la
mafia è diventata più feroce perché avverte calo di consenso. Può essere. Ma non stare più con la mafia non vuol dire stare con lo
Stato. La gente di Palermo e dell’isola ha imparato a conoscere la mafia, ma ha
imparato anche altre cose sulla impunità della
mafia, ha letto delle trecento sentenze della prima sezione della Cassazione,
ha letto degli assassini che da decenni frequentano i bar di via Ruggiero
Settimo e solo per combinazione qualcuno viene arrestato, ha saputo che nelle
rubriche telefoniche dei grandi mafiosi ci sono i numeri di alte autorità
dello Stato, i numeri segreti. Ed è così che questa maggiore informazione può
diventare, è giusto che diventi, cultura del sospetto, che sarà una cattiva
cultura come dicono i garantisti, ma è qualcosa di
reale, di operante, di verosimile, perché quale assurdità non è reale nell’isola enigmatica
e in questo nostro paese? La vedova Si è fatto buio, vorrei chiamare un taxi ma il giudice Borsellino, deve andare in
procura e si offre di accompagnarmi a Villa Igiea.
Davanti alla porta di casa, nella luce fioca di un lampione si muovono dei giovanotti in
giaccone di pelle:<< Sono la sua scorta?>>.<<No, non
ho scorta sotto casa, la scorta serve
a niente e poi quando c’era angosciava
la mia famiglia.>> Andiamo a prendere l’auto in un box nel cortile, dal
peso del a porta si capisce che è un auto blindata, in questo nostro medioevo
siamo tornati alle corazze. Passiamo in mezzo ai giovanotti con i giacconi di pelle che sono
lì per spacciare e del giudice se ne infischiano, arriviamo a Villa Igea e Borsellino si ferma al ricevimento per
fare una telefonata. Un’ora dopo vado con il collega Attilio Bolzoni a cena in una piazzetta di Mondello,
Bolzoni si ferma per parlare con un tale, poi mi
raggiunge al tavolo. << Sai chi è quello?>>
<<Uno del Sisde, dei servizi segreti.
Sai che mi a detto? “ Oggi Bocca si è visto con Borsellino. Che ci fa qui?”>> Solo uno dei portieri di Villa Igiea può aver fatto la soffiata, uno dei tre impeccabili portieri del Grand Hotel, in
frac, cortesissimi. Ma uno di loro fa l’informatore della polizia forse anche
della mafia. A Palermo i telefoni
hanno orecchi lunghi. Un giorno il vice capo della Mobile Ninì
Cassarà decise di andare a pranzo a casa e lo
telefonò alla moglie dal suo ufficio nella questura, così quando arrivò in
viale Croce Rossa e scese dalla macchina lo aspettavano e lo crivellarono di
colpi. Per vivere bene a Palermo, sento dire, non bisogna conoscere gente. Ma è un vivere bene vivere soli? Vivere come in un
deserto? Vivere alla giornata? E domani sarà un altro giorno che non ti
appartiene pienamente , un giorno che forse è stato
deciso da altri. Le nubi. Il vento faranno cambiare
il colore del monte Pellegrino su cui hanno messo una << scuola di
eccellenza>> per addestrare i quadri regionali. Giorgio Bocca. estratto
da :L’inferno - Profondo sud, male oscuro |