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Giorgio Bocca

 

 

 

 

 

 

Totuccio Contorno

 

 

 

 

Tommaso “don Masino”Buscetta

 

Paolo Borsellino, i pentiti, la politica, la mafia

 

Giorgio Bocca racconta un suo incontro con Paolo Borsellino a pochi giorni dalla sua tragica morte. Una straordinaria testimonianza.

 

 

Non vedevo Paolo Borsellino da quattro anni , da quando lavorava con Falcone, Di Lello, e Ayala al pool antimafia di Palermo, piano terreno, reparto di massima sicurezza, porte blindate,controlli elettronici,lampadine rosse palpitanti da scatolette nere, bip bip, mitra , pistole e quell ’ andirivieni giulivo di camerieri in cappellino e grembiule bianchi dai bar vicini, con  i vassoi degli espressi – forse l’espresso ideale dei siciliani è una goccia nera in cui sta la superconcentrazione della caffeinità del mondo- e dell’acqua ghiacciata.

Noi cronisti del continente entravamo in quel reparto di massima sicurezza con emozione e rispetto, era la prima volta che incontravamo uno Stato  forte e giovane, un corpo di giudici coraggiosi e crociati per la guerra  allo strapotere della mafia, una forte speranza dentro la Palermo che Dùrrenmatt ricorda << come rosa dalla lebbra>>.

E invece, ora lo sappiamo, erano quei quattro gatti coraggiosi, invisi alla maggioranza dei loro colleghi gelosi  della loro notorietà, impauriti o infastiditi dalla breccia che avevano aperto nella routine. Ricorda il giudice Di Lello: << C’eravamo noi e le auto blindate, niente altro, con la chiara sensazione, in noi, che ciò che facevamo non valeva niente se non creava aggregazione nella città>>.

Borsellino è tornato a Palermo dopo gli anni di esilio alla procura di Marsala, promozione punizione, e ora sta ritessendo con pochi altri la vecchia tela di Penelope. Qualcuno a palazzo lo chiama il fasciatone perché lo ricorda giovane alle manifestazioni del MSI, ma nella testa fascista non lo è per niente, intanto non parla l’italiano del potere ma dei provinciali che lo hanno studiato come lingua straniera e ne hanno fatto qualcosa di essenziale, di scarno con pochi aggettivi e nessun eclatante, un italiano che va diritto al cuore delle cose con evidente fastidio di ghirigori e salamelecchi.

Borsellino dava fastidio anche a Leonardo Sciascia  che non sopportava un altro siciliano capace di parlar chiaro, così scrisse sul <<Corriere della Sera>> un pezzo velenoso contro di lui e il sindaco Leoluca Orlando, ma ai siciliani questo gioco al massacro piace: <<  Amico si, ma guardati!>>. Così Sciascia  morente scriveva ancora a Borsellino spiegazioni che erano come sale sulla piaga , e Orlando faceva visita a Sciascia senza deporre inimicizia  e diffidenza. Del resto non è facile essere distesi, comprensivi in una città dove ti sta a lato un continuo senso di morte, una città avviluppata, << rintrecciata >> dice la Giuliana Saladino<< una città di scale di quelle che non si sa dove si scende e nemmeno dove si sale>>.

 

Trovo Borsellino nella sua casa, in uno dei condomini costruiti con i soldi e la fretta della mafia in cui per ricco, potente e raffinato che tu sia devi rassegnarti a intonaci, ascensori, scale, finiture da edilizia prima maniera sovietica, lo stesso disinteresse di un potere indifferente al bene comune, la stessa voglia di nascondere la ricchezza ladra in un mare di mediocrità.

La bastonata che ha presa è stata dura, ma non è un uomo che cambia, semmai si indurisce. Deve essersi ripromesso di essere cauto , gli uomini che lo hanno umiliato e punito sono sempre nel Consiglio superiore della magistratura a Roma o qui a Palermo nel << palazzo dei veleni>>:<< Lei mi chiede se ci fu congiura contro il pool? Guardi, io non credo a un disegno politico che partiva da Andreotti e attraverso Lima, Vitalone, Carnevale e il Consiglio superiore della magistratura arrivava fino a disintegrare il pool. Forse è bastato il nostro radicato vizio corporativo, la regola principe della anzianità che fa grado, che ti permette di programmare una vita, che ti difende dagli arrivisti voraci. Nel sangue dei magistrati c’è come un anticorpo per il magistrato diverso, super, troppo noto.

Noi davamo noia con la nostra corporazione con la nostra sola presenza e appena abbiamo potuto serrato i ranghi, poi, forse con l’assenso dall’alto ha deciso di farci la guerra, una guerra aperta>>

Oh,bravo Borsellino, così si parla, la cautela non è durata molto, non lo vedo proprio alle prese con la diplomazia ipocrita

<< Vuole una data precisa?. Il 19 gennaio del 1988 quando si nega a Falcone la successione alla direzione dell’ufficio istruzione e gli si preferisce l’anziano Meli. Qualcuno dall’alto ha dato il via libera contando però sul rigetto corporativo che è duro a morire, guardi la reazione attuale dei giudici alla superprocura, all’FBI italiano>>.

 

Come faccia Borsellino, uno che la mafia trapanese voleva ammazzare, che Cosa nostra schiaccerebbe, a lavorare in uno studio da avvocato o da notaio umbertino, dietro una scrivania massiccia, solennizzata da tagliacarte argentei , calamai barocchi, fermacarte ministeriali, agende rilegate in cuoio e attorno alle pareti e sulle consolle scacchi in avorio, medaglieri, ventagli,ricami,velluti non si capisce, ma queste sono ancora spesso le case degli italiani moderni e innovativi, non è facile per nessuno,neppure per i forti e duri venir fuori dall’Italia carducciana e drammatica, perché quel periodo a cavallo della prima guerra mondiale fu davvero quello fondazione di una borghesia nazionale, il periodo in cui si riconobbe in quei mobili, in quei simboli, in quel galateo.

 

<< La guerra al pool>> dice << è stata una follia. Per i nostri conservatori ogni giudice deve saper fare tutto. Idiozie. Quando Giovanni (Falcone) ed io abbiamo cominciato eravamo dei dilettanti, io parlavo con quelli del Narcotic Bureau e non sapevo neppure che il corso della droga è a senso unico, dalla Sicilia agli Stati Uniti.. Facevamo le nostre domandine a quelli dell’Interpool o della guardia della finanza ci guardavano come degli scolaretti>>.<<D’accordo Borsellino, la corporazione, l’anzianità, l’autonomia, le vecchie idee sulla polivalenza del giudice, ma le trecento e passa sentenze della I sezione penale della Cassazione e del suo presidente Corrado Carnevale che hanno annullato lavori e indagini di anni, quelle come le mettiamo, che peso hanno avuto?>>.

Borsellino non si tira indietro: << Le sentenze della I sezione hanno fatto un grandissimo danno. Per ripararlo ci vorranno dieci forse venti anni. Posso anche ammettere che dietro di esse ci fu come un furore di efficienza e di onnipotenza di giudici o di giudice che pensava di essere l’unico capace di una giustizia perfetta, ma il danno è stato fatto ed è enorme, quelle sentenze e non altro aspettavano i direttori degli uffici, i signori prudenti delle procure e delle corti d’Assise. E adesso cercano di usare al peggio il nuovo codice di procedura penale: niente magistrati specializzati, niente maxiprocessi, tanti piccoli processi in cui si torna ogni volta da capo a spiegare cosa è la mafia e l’associazione mafiosa.

A  Marsala avevo individuato i duecento soldati della cosca locale; quelli che uccidono, minacciano, incendiano, ma ho dovuto fare una cernita, da duecento li ho ridotti a quindici e come finirà con questi 15 non lo so perché il nuovo codice non impedisce non impedisce le indagini ma fa qualcosa di peggio, impedisce la formazione della prova. Non le è Chiaro?  E allora senta: il grande pentito Buscetta ha testimoniato al maxiprocesso contro quattrocento in modo preciso, convincente,, direi con la forza della verità, Ma se noi chiamassimo Buscetta a testimoniare altre dieci, venti volte sulla associazione mafiosa degli imputati non ce la farebbe; non è che smentirebbe le sue dichiarazioni, ma si svuoterebbe, cadrebbe nel silenzio dell’impotenza, capirebbe che tutto è inutile, che anche lui è stato usato nel gioco del formalismo alla fine del quale  non c’è nulla, Sembra che questo nuovo codice sia stato fatto apposta per aiutare la mafia.

In America si processano solo i capi, ma qui il codice dice che l’azione penale è obbligatoria, dunque dovrei processare non i 15 individuati su i duecento ma tutti e singolarmente. Come dire che dovrei fare fare dieci, venti processi con i pentiti che si sfarinano. I pentiti son merce delicata, delicatissima, sono loro che scelgono il giudice a cui confessare non viceversa , sono degli sconfitti che abbandonano un padrone per servirne un altro, ma vogliono che sia affidabile.

Il pentito non si pente per ragioni morali, ma ripudia Cosa nostra come modo di vivere e di pensare, come codice di comportamento, vuole, il pentito semplicemente vendicarsi dei torti che qualcuno di Cosa nostra gli ha fatto e confessano solo quando sono certi di due cose: che il giudice saprà fare le loro vendette e che difenderà lui e la sua famiglia.

 

A Totuccio Contorno la mafia ha ucciso quarantasei parenti, a Tommaso Buscetta trentasei: non hanno rinnegato la mafiosità, hanno solo chiesto di sfuggire al massacro, di ripagare i loro carnefici. E’  un do ut des che ha i suoi rischi: loro vogliono vendetta, noi la giustizia. Il giudice che dispone di un grande e affidabile pentito è visto dai colleghi come un privilegiato, come uno che fa un gioco scorretto. Quando Falcone riuscì a far venire dagli Stati Uniti il pentito Contorno , si arrivò a dire al palazzo di giustizia, e il “Corvo” lo scrisse nelle sue lettere anonime, che lo aveva fatto venire per uccidere i corleonesi, che lo lasciava  libero per uccidere i corleonesi. E lo pensavano anche alcuni magistrati che incontravano Falcone nei corridoi del palazzo di giustizia e lo salutavano cordialmente.

Il pentito non parla mai dei politici o il meno possibile, non perché voglia coprire il “terzo livello” o perché abbia paura paura del politico che potrebbe farlo uccidere in carcere. L a condanna a morte di un pentito ce l’ha il giorno con cui parla con un magistrato. Non parlano perché nella cultura mafiosa non esistono vie di mezzo: nella sua associazione, nella tua”famiglia” devi dire l’intera verità, fuori puoi, anzi devi totalmente mentire.

Entrato in questa nuova associazione che è il rapporto pentito- giudice il pentito parla poco dei politici e malvolentieri perché ne sa poco e non vuole parlarne a vanvera. Nel rapporto con la mafia il politico è molto  prudente, ha pochi contatti e mediati, fuori dalla Cupola se ne sa poco. Buscetta si decise  a parlare dei cugini Salvo, gli esattori, solo perché era rimasto nascosto nella loro villa per mesi ed era in grado di descrivere minuziosamente ogni stanza,

<< Lei Borsellino che idea si è fatta del rapporto politico-mafia?>>. << Sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo. Il terreno su cui possono mettersi d’accordo è la spartizione del bene pubblico, il profitto illegale sui lavori pubblici. Ecco perché i mafiosi e i camorristi hanno deciso di entrare nei municipi, nelle Usl, nelle Province, nelle Regioni  e per noi giudici è sempre più difficile stare al passo di queste combinazioni, non è facile essere i difensori di uno Stato amico dei mafiosi>>. Borsellino. Siamo nel 1992,  sono passati novantaduenni, da quando Napoleone Colajanni  affermava:<< Per combattere la mafia, il suo regno, è necessario, indispensabile che il governo italiano cessi di essere il re della mafia. Ma il governo ha preso ormai gusto ad esercitare questa sua disonesta e illecita attività. È troppo abile ed incallito nei suoi misfatti>>. >>Che ne dice Borsellino, le sembra che le cose siano cambiate? Non abbiamo buone ragioni di pessimismo?>>.

<<No , uno della mia generazione non può essere pessimista, uno che ha la mia età ricorda che cosa era la Sicilia quando era ragazzo, la mafia non esisteva, chi ne parlava diffamava la Sicilia, Oppure sì, c’era, ma era un’associazione tutto sommato benefica, dalla parte dei siciliani.

Oggi in Sicilia la mafia c’è, i giovani sanno che c’è e cominciano a negargli il consenso, e siccome il consenso  è la forza della mafia, penso che prima o poi andrà certamente in crisi.>>.

 

<< Progressi a lentissimo piede , caro Borsellino, la parola mafia è apparsa per la prima volta in una legge italiana con la Rognoni-La Torre del 13 settembre 1982. Lei parla di giovani, spera nei giovani. Anche Giustino Fortunato ne parlava, ci separa però un secolo, aspetti che gliela leggo: “.Vorrà almeno la gioventù non ancora iscritta alle Chiese militanti insorgere contro le insanie della politica e richiedere quella purificazione onde sia possibile al Mezzogiorno un viver meno gramo” Le sembra che ci sia questa gioventù?>>.<< Vede Bocca, la cosa importante è che essere mafiosi sia diventato un disvalore, sia l’equivalente di malandrino, di malvivente. Il progresso è lento, d’accordo, nessun sindaco di Palermo prima di Orlando aveva mai pronunciato la parola mafia, ma Orlando la pronunciata.>>.

Già , si parla molto di mafia oggi in Sicilia, la stampa dell’isola ne parla molto , ne parla troppo,ogni giorno almeno due paginoni con le fotografie della manovalanza mafiosa arrestata o processata o latitante, una miniera senza fondo per una giustizia che gira a vuoto: facce di terracotta, una uguale all’altra, che state a fare gli identikit di persone che sembrano clonate, tutte stampate con la faccia da mafioso.

E se notate, la stessa faccia cominciano ad avercela anche i pesci piccoli della politica, i consiglieri comunali, provinciali inquisiti, pescati con le mani nel sacco.

Paginoni di facce che stanno alla mafia come le facce dei manifesti elettorali alla politica, come quelle dei rotocalchi alla società, un mare di immagini,ma anche li  di corrente non ce n’è, cosa ci sia veramente dietro quelle facce nessuno lo racconta. E’ con questa finta informazione che si aiuta la gente siciliana a respirare finalmente aria e luce di verità?

Il giudice Borsellino dice che qui a Palermo e nell’isola c’è sempre gente che non sta con la mafia, dice che la mafia è diventata più feroce perché avverte calo di consenso. Può essere. Ma non stare più con la mafia non vuol dire stare con lo Stato.

 

La gente di Palermo e dell’isola ha imparato a conoscere la mafia, ma ha imparato anche altre cose sulla impunità della mafia, ha letto delle trecento sentenze della prima sezione della Cassazione, ha letto degli assassini che da decenni frequentano i bar di via Ruggiero Settimo e solo per combinazione qualcuno viene arrestato, ha saputo che nelle rubriche telefoniche dei grandi mafiosi ci sono i numeri di alte autorità dello Stato, i numeri segreti. Ed è così che questa maggiore informazione può diventare, è giusto che diventi, cultura del sospetto, che sarà una cattiva cultura come dicono i garantisti, ma è qualcosa di reale, di operante, di verosimile, perché quale  assurdità non è reale nell’isola enigmatica e in questo nostro paese?

 

La vedova La Torre, assassinato dalla mafia, è arrivata a sospettare che il maxiprocesso di Palermo sia stato una grandissima messa in scena per mettere alla gogna la mafia sconfitta e nascondere quella vincente. Non sarà vero, ma potrebbe anche esserlo. Il presidente del consiglio Giulio Andreotti - ora anche lui  dice di essere meritevole dell’inferno-,il presidente della Repubblica Francesco Cossiga, il segretario della democrazia cristiana Arnaldo Forlani non sono forse scesi in Sicilia nel marzo 1992 per celebrare come un martire Salvo Lima, centoquarantanove volte citato nella relazione dell’antimafia, sindaco di Palermo quando era assessore ai Lavori pubblici il mafioso Ciancimino e avveniva il sacco della città?

 

Si è fatto buio, vorrei chiamare un taxi ma il giudice Borsellino, deve andare in procura e si offre di accompagnarmi a Villa Igiea. Davanti alla porta di casa, nella luce fioca di un lampione si muovono  dei giovanotti in giaccone di pelle:<< Sono la sua scorta?>>.<<No, non ho  scorta sotto casa, la scorta serve a niente e poi quando c’era  angosciava la mia famiglia.>> Andiamo a prendere l’auto in un box nel cortile, dal peso del a porta si capisce che è un auto blindata, in questo nostro medioevo siamo tornati alle corazze. Passiamo in mezzo ai giovanotti con i giacconi  di pelle che sono lì per spacciare e del giudice se ne infischiano, arriviamo a Villa Igea  e Borsellino si ferma al ricevimento per fare una telefonata. Un’ora dopo vado con il collega Attilio Bolzoni a cena in una piazzetta di Mondello, Bolzoni si ferma per parlare con un tale, poi mi raggiunge al tavolo. << Sai chi è quello?>> <<Uno del Sisde, dei servizi segreti. Sai che mi a detto? “ Oggi Bocca si è visto con Borsellino. Che ci fa qui?”>>

Solo uno dei portieri di Villa Igiea può aver fatto la soffiata, uno  dei tre impeccabili portieri del Grand  Hotel, in frac, cortesissimi. Ma uno di loro fa l’informatore della polizia  forse anche della  mafia. A Palermo i telefoni hanno orecchi lunghi. Un giorno il vice capo della Mobile Ninì Cassarà decise di andare a pranzo a casa e lo telefonò alla moglie dal suo ufficio nella questura, così quando arrivò in viale Croce Rossa e scese dalla macchina lo aspettavano e lo crivellarono di colpi. Per vivere bene a Palermo, sento dire, non bisogna conoscere gente. Ma è un vivere bene vivere soli? Vivere come in un deserto? Vivere alla giornata? E domani sarà un altro giorno che non ti appartiene pienamente , un giorno che forse è stato deciso da altri. Le nubi. Il vento faranno cambiare il colore del monte Pellegrino su cui hanno messo una << scuola di eccellenza>> per addestrare i quadri regionali.

 

Giorgio Bocca. estratto da :L’inferno - Profondo sud, male oscuro