Hanno ucciso Falcone

 

 

Brano tratto dal libro inchiesta di Giorgio Bocca : L’inferno –profondo sud, male oscuro

 

Oggi 23 maggio 1993 la mafia ha ucciso il giudice Giovanni Falcone. Apro la televisione e vedo ciò che è rimasto della sua auto  e della autostrada tra Punta Raisi e Palermo dopo 500 chili di tritolo. Mi chiedo quante delle persone citate nel mio libro “inferno”saranno state uccise prima che il libro stesso sia stampato.

Mi chiedo quante delle persone che ho incontrato stanno dalla parte di quelli  che hanno ucciso Giovanni Falcone.

Mi chiedo che governo, che parlamento sia il  nostro in cui ci sono centinaia di deputati che devono la loro elezione alla mafia, che sono lì per impedire che lo stato la combatta.

Mi chiedo come possa essere questo lo stesso paese che nel 1945  pensavamo tornato per sempre alla libertà e alla civiltà. Mi chiedo quale male oscuro affligga la gente che incontro, perché questo cielo debba sempre oscurarsi di morte.

Sono stato interrogato da Giovanni Falcone nel gennaio dell’83. Indagava sull’assassinio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa , venne a Milano per farsi raccontare  cosa mi aveva detto il generale nell’ultima intervista, prima di morire.

Mi fecero salire nelle stanze blindate del palazzo di giustizia, quasi sul tetto, dove avevano lavorato i giudici dell’antiterrorismo. Passammo  per due o tre controlli, due porte  blindate e lui era a una scrivania, un signore pacifico all’aspetto, coi baffi ben pettinati, viso fresco di rasatura e di acqua di colonia.

Voleva sapere dei cavalieri del lavoro di Catania, che cosa aveva detto il generale di loro; ripeteva la stessa domanda tre quattro volte come se volesse riascoltare una registrazione e sperasse di cogliervi la parola risolutrice.

Congedandomi gli chiesi: <Ma lei spera davvero di trovare gli assassini?>. <Ci provo> disse lui.

Falcone apparteneva alla specie rara dei siciliani ironici come Brancati come Sciascia ,e sì che la sua vita più che seria era drammatica, perché nessuno meglio di uno come lui, nato a Palermo in un quartiere del centro decadente, cresciuto in mezzo a balordi e mafiosi sapeva che fare il giudice di mafia era votarsi alla morte.

Lo sapeva e l’aveva anche scritto: < Il mio conto con Cosa Nostra resta aperto. Lo salderò con la mia morte, naturale o meno.

Tommaso Buscetta quando iniziò a collaborare mi aveva messo in guardia: < prima cercheranno di uccidere me, ma poi verrà il suo turno…>. Fino a quando non ci riusciranno>.  Ma come dice Montaigne il pensiero della morte che mi accompagna dovunque diventa presto una seconda natura. Si sta sul chi vive , si calcola, si osserva, ci si organizza, si evitano le abitudini ripetitive, si sta lontano dagli assembramenti e da qualsiasi situazione che non possa essere tenuta sotto controllo. Ma si acquista anche una buone dose di fatalismo: in fondo si muore per tanti motivi, un incidente stradale, un aereo che esplode in volo, un’overdose , il cancro e anche per nessuna ragione particolare. Come colpisce la mafia? Ognuno è stato colpito nell’attimo della giornata e nel luogo in cui appariva vulnerabile. Solo condizioni strategiche e tecniche determinano il tipo di omicidio e di arma. Con una persona che si sposta con un auto blindata è giocoforza ricorrere a metodi spettacolari >.

 

Aveva previsto esattamente la sua morte Giovanni Falcone, non si era mai illuso stando a Roma in mezzo ai tragici buffoni , capi della polizia e ministri degli Interni che ogni mese davano la mafia spacciata, tanto  più offensiva quanto ormai braccata ,disperata. Sapeva Falcone:<Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere. Cosa Nostra ha  a sua disposizione un arsenale completo di strumenti di morte.

Per il fallito attentato del 21 giugno 1989 alla villa che avevo affittato a l’Addura vicino a Palermo erano stati piazzati fra gli scogli cinquanta candelotti di esplosivo. La mafia è razionale,vuole ridurre al minimo gli omicidi .

Se la minaccia non raggiunge il segno passa a coinvolgere intellettuali, uomini politici,parlamentari, inducendoli a sollevare dubbi sulla attività di un poliziotto o di un magistrato>. Mi chiedo quante volte sfogliando i giornali, ascoltando la radio, guardando la televisione ho colto precisa, inequivocabile la voce mafiosa di cui scriveva Falcone , la sua < aria che cammina>. E conoscendo di persona i giornalisti, gli intellettuali, gli uomini di televisione da cui  usciva come da un ventriloquo, mi sono chiesto se la cultura mafiosa non sia ormai qualcosa che si è diffusa in tutto il paese, una voglia del peggio, dell’orrido cui gli omuncoli non sfuggono.

Ho partecipato a dibattiti televisivi il cui  conduttore, persona colta, esperta di politica si chiedeva e ci chiedeva se la mafia davvero esisteva, se famosi capi mafia lo erano poi per davvero. E ci godeva a insozzarsi e a insozzarci con questa recita infame.

Mi chiedo come lavorino,cosa pensino,quando si guardano allo specchio facendosi la barba, i giornalisti dei giornali paramafiosi che in morte di Salvo Lima chiedevano a noi: e ora cosa direte? Correggerete il tiro? Come se la Sicilia intera non sapesse che Lima era stato ucciso non per la sua inimicizia con la mafia ma per la sua contiguità. Mi chiedo chi fosse la signora Falcone,giudice anche lei vissuta sempre nell’ombra di quella difficile vita di essere moglie del magistrato più esposto d’Italia. Andavano in Sicilia, pare, per fare una veleggiata su una barca di amici.

 

Ora la televisione trasmette le funebri cerimonie.

Guardo il giudice Paolo Borsellino che ha posato una mano sul feretro di Giovanni Falcone. E’ in toga nera con la camicia bianca ricamata e per la prima volta lo vedo bellissimo, come un cavaliere antico  che giura fedeltà di fronte al compagno caduto. Guardo il giudice Ayala, pallidissimo, esile, alto e curvo come una figura di El Greco, guardo la sua mano lunga e scarna posta sulla bara.

Guardo Tano Grasso, leader dei commercianti di Capo d’Orlando che hanno detto di no alla mafia, guardo Rosaria , la vedova del poliziotto Vito Schifani, che di fronte al cadavere del marito ha detto che sembrerebbero giuste nella Chanson de Roland :  <Era così bello, le sue gambe erano così belle>.

Si, c’è qualcosa di cavalleresco, di nobile, di puro in questa difesa dei giusti di Palermo al loro passo di Roncisvalle, paladini di uno stato infingardo e inafferrabile. Erano anni che non vedevo più le facce degli italiani onesti e coraggiosi, non le maschere grottesche e unte del potere corrotto e mediocre; anni che non vedevo più il dolore e l’ira popolare, che non sentivo più  quel grande respiro di commozione che nelle ore decisive ci fa credere, per poco, ma un poco che basta, che c’è qualcosa di buono o forse immortale negli esseri umani, che la loro vicenda o vive in questi momenti o è una pigra stupida routine.

Ho visto le facce dei giovani,i moltissimi giovani, come destati da un lungo sonno, come usciti d’un tratto dalle melensaggini che i media gli attribuiscono, come tornati uomini con sdegni e furori, da un limbo di mode cretine e di melassa pubblicitaria. No, non dico che bisogna lanciare il cuore al di là dell’ostacolo o altre iperbole dell’arditismo, ma essere di nuovo, a viso aperto, per la dignità dell’uomo, contro il terrore e la stupidità dei violenti.

 

“ A Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che erano vivi quando cominciò questa inchiesta e che sono morti per la nuova Resistenza”  Giorgio Bocca

 

erano stati piazzati fra gli scogli cinquanta candelotti di esplosivo. to a l'o a proteggere. più offensiva quanto ormai bracca

 

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